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ESCLUSIVO. L’ultima minaccia alla moglie dal carcere: «Vivo per ucciderti»

L’ex ciclista non si ferma dopo le condanne. «La pagherà cara anche chi ti aiuta»

Santo Stefano. Sono le 13,28. Cristina (nome di fantasia, per tutelare l’identità della donna) è a tavola coi parenti. Squilla il cellulare di famiglia. Il numero non è in rubrica. Si risponde. Non c’è da avere paura. L’ex marito, Luca De Angeli, ex ciclista professionista è in carcere a Verona per tentato omicidio. A luglio è stato anche condannato per maltrattamenti a tre anni e quattro mesi, con divieto di «contattare in qualunque modo» Cristina e i congiunti.



Squilla il cellulare

È un errore. Il cellulare che chiama dal carcere di Verona – e lascia un messaggio vocale su Whatsapp – è proprio quello di De Angeli, 45enne versiliese cresciuto a Massa, carriera sportiva nella squadra di Pantani stroncata nel 2005 dal doping. Prima dei problemi con la giustizia, delle inchieste, del carcere. Della condanna per violenze alla ex moglie: maltrattamenti andati avanti dal 1995 al 2018. Ma neppure la detenzione sarebbe stato in grado di fermare la violenza dell’ex atleta. Come anticipato da Il Tirreno, infatti, intercettazioni ambientali (autorizzate dalla magistratura) hanno dimostrato che anche nel parlatorio del penitenziario di Massa De Angeli riesce a minacciare e umiliare Cristina e familiari. Neppure il divieto di comunicare all’esterno impedisce di far arrivare lettere minatorie a ex moglie e familiari. Né prima né dopo la condanna per maltrattamenti.

Telefonata per Santo Stefano

È del 29 dicembre – parliamo di circa una settimana fa – l’ultima querela contro il detenuto presentata alla squadra mobile di Massa. Si denuncia, appunto, la telefonata del 26 dicembre 2020. Ma anche una lettera minatoria, indirizzate a un conoscente di Cristina a fine settembre 2020. La invia De Angeli dal carcere di Verona, con preghiera di recapitarle alla ex moglie e ai suoi familiari. La condanna per maltrattamenti è già stata pronunciata (è del 30 luglio), anche se la sentenza con le motivazioni non è stata ancora depositata. Tuttavia già durante le udienze si è fatto riferimento alla capacità dell’imputato di perseguitare e minacciare dal carcere la moglie con grande facilità. E la lettera di fine settembre, che arriva a condanna pronunciata, conferma la facilità con cui l’uomo riesce a raggiungere la moglie.

Non mi importa l’ergastolo

Il contenuto è preoccupante: sono due fogli «manoscritti con frasi offensive e minacciose», riporta la denuncia. Si fa riferimento a parenti della famiglia (residenti vicino a casa di De Angeli) che avevano installato un impianto di videosorveglianza. Questo impianto ha un difetto, a detta del detenuto: riprende anche il parcheggio davanti alla sua casa. Dove sono stati consumati (e ripresi) alcuni reati. Ecco quindi, le frasi minacciose, scritte dopo la condanna per maltrattamenti: «La famiglia di infami che ci hanno rovinato la vita con le telecamere che la cagna de la mi’ socera che gli apre sempre le porte che il giorno che esco io ti faccio vedere chi è luca De Angeli”...

Proseguono, poi le minacce (nella lettera manoscritta) facendo riferimenti anche ai confronti che ci sono stati in tribunale, durante le udienze per il processo per maltrattamenti: «Sappi pure che il giorno che esco perché tanto prima o poi uscirò i confronti te li faccio fare io a te poi posso prendere anche l’ergastolo....».

Prendo quelli delle firme

Le minacce non sono solo per Cristina. Si estendono a chi l’ha aiutata:.. «Prendo anche quelli delle firme... uno a uno, la diarrea gli esce dagli orecchi tutti quegli infami, non ti preoccupare”». Chi sono “quelli delle firme”? Gli altri infami che dovranno pagare il conto? La risposta è sempre nella denuncia: sono i rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno firmato verbali e querele contro De Angeli, il centro anti-violenza che sostiene Cristina.

Non teme neanche il giudice

«Per questo sono terrorizzata – denuncia Cristina – perché ricordiamoci che lui è in carcere, non è libero ma riesce a raggiungermi dove vuole. Quindi se riesce fare queste cose dalla cella, immaginate se fosse fuori che cosa potrebbe farmi. Io a quest’ora se lui fosse libero, sarei morta, ma io non voglio morire». Il concetto è così chiaro che viene anche messo a verbale, nell’ultima denuncia. C’è una domanda che il funzionario della questura ponte: c’è altro da aggiungere? «Sì. Siamo preoccupati perché lui non teme nulla, neppure le disposizioni del giudice».

Vive per ammazzarmi

Non è un’osservazione campata in aria. A marzo 2020 – cita in aula la pm Alessandra Conforti durante il processo per maltrattamenti e conferma poi la magistrata Marta Baldasseroni nella sentenza di condanna – De Angeli riesce a procurarsi in carcere a Verona un cellulare clandestino. Parliamo di appena dieci mesi fa. Lo usa per una telefonata di 40 minuti a casa dai toni minatori. La telefonata arriva dopo che il detenuto era stato colpito da un divieto a contattare (con corrispondenza e altre forme) la moglie e altri familiari, viste le minacce che aveva già recapitato. Poi a luglio 2020 arriva la condanna. E De Angeli che fa? Invia a settembre un’altra lettera di minacce (dal carcere) per la moglie, i parenti, forze dell’ordine, centro anti-violenza. E a dicembre si procura una nuova scheda telefonica per la chiamata di Santo Stefano. «Io continuo a denunciare – conclude Cristina – perché è l’unico modo di difendermi che ho. Ma chi e come mi difenderà quando lui uscirà? Se io chiamo la questura e dico: “Ho paura, venite a difendermi?” La risposta è: “Non si può fare niente fino a quando non l’ha ammazzata”. Ma a lui non gliene importa di essere arrestato. Lui lo dice: “Io vivo per ammazzarla”.