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Minacciata dal carcere. Il racconto: «Sesso per forza e picchiata quasi ogni giorno»

Manifesto contro la violenza di genere

«Una sera fu tremendo. Ero stata da una vicina di casa, di 70 anni. Gli avevo detto che sarei rincasata alle nove. Rientrai, lo trovai seduto su una sedia, al buio. Mi spaventò. “Che ci fai lì?”. Mi rispose con una domanda: “Che ore sono?”. Le nove e un quarto, risposi. “Mi dici che rientri alle nove. Sei una bugiarda. Mi menti, vestiti”. Sono iniziate così le punizioni»

«Una sera fu tremendo. Ero stata da una vicina di casa, di 70 anni. Gli avevo detto che sarei rincasata alle nove. Rientrai, lo trovai seduto su una sedia, al buio. Mi spaventò. “Che ci fai lì?”. Mi rispose con una domanda: “Che ore sono?”. Le nove e un quarto, risposi. “Mi dici che rientri alle nove. Sei una bugiarda. Mi menti, vestiti”. Sono iniziate così le punizioni».

devi imparare a ubbidirmi


Cristina (il nome è di fantasia, per tutelare l’identità) a distanza di anni ricorda con dolore e paura. Altre volte era stata picchiata, presa a calci, pugni. Quella volta fu differente. Luca, il marito violento, la fece uscire di casa. «Mi portò in una cava a due chilometri da dove abitavamo. Pioveva, l’acqua portava via il terriccio della strada sterrata. Mi fece scendere: “Ora torni a piedi”, così prima di tutto impari a dormire con quella luce accesa che mi dà fastidio e, seconda cosa, impari a ubbidirmi». Cristina impara anche una terza lezione quella notte: suo marito sfrutta le sue paure per farle del male. La sua paura del buio, ad esempio. «Per punirmi mi chiamava: “Sto arrivando a casa: preparati”». Lo imploravo: “Dimmi cosa ho fatto Luca”. Lui niente. “Preparati e basta”. Mi portava a Torre del Lago, su quelle spiagge infinite, deserte in inverno, di notte. Mi costringeva ad andare al buio in mare e dovevo tornare coi piedi bagnati: sennò erano botte. “Ti rafforza il carattere” mi diceva».

Non lavori con i maschi

La relazione di Cristina con Luca è violenta sin dall’inizio. C’è voluto tempo per riconoscerlo. «I primi schiaffi arrivarono quando eravamo fidanzati da poco: lavoravo in un supermercato. Avevo colleghi uomini. Mi chiedeva di cambiare i turni. Se non lo facevo me le dava. Sapeva sempre con chi ero sul lavoro: mi veniva a controllare. La prima volta che mi dette uno schiaffo non ebbi il coraggio di dirlo a mio padre: mi vergognavo troppo. Ho provato anche a lasciarlo. I suoi sono venuti a cercarmi perché lui minacciava il suicidio. Piangeva, giurava che sarebbe cambiato». Invece la picchia anche il giorno delle nozze, perché Cristina scherza con il parrucchiere che le acconcia i capelli.

Vietati gli abiti colorati

Da lì in poi la situazione precipita. Le impedisce di «indossare abiti colorati: mi voleva solo vestita di nero. Ero bionda, ma voleva decidere lui il mio colore dei capelli; niente smalto alle mani: “Quello rosso è da puttane”, diceva. Voleva scegliere anche programmi tv che potevo vedere, la musica che potevo ascoltare». Arriva l’allontanamento dai parenti: «Potevo vedere i miei genitori una volta a settimana, il sabato per un’ora, quando andavo a fare la spesa. Per il resto, segregata in casa, con mia suocera che mi filmava. Potevo uscire di casa solo con lei e mia cognata. Per anni mio marito mi ha tolto anche l’auto e il telefono».

Per chiamare i genitori – niente cellulari – Cristina andava alla bottega del paese o dalla vicina. «Ai miei dicevo che stavo bene. Avevo paura a chiedere aiuto perché Luca aveva iniziato a minacciare tutti i miei parenti. L’unico modo per proteggerli era tenerli lontani».

Più ti picchio e più ti amo

Sono gli anni delle botte quasi quotidiane. «Luca arrivava e mi pestava. Mi diceva: “Più ti picchio e più ti amo. Lo faccio perché ti voglio bene”. Avevo cominciato a crederci». Invece, oggi Cristina comprende che era solo controllo, possesso. «Era arrivato al punto che quando mi aveva ridato l’auto non mi avvertiva del suo rientro a casa. La notte si nascondeva nel bagagliaio e il giorno dopo quando la prendevo per andare in città, all’improvviso saltava fuori per farmi vedere che mi controllava. Un incubo».

Segregata in casa

Cristina pensa che la situazione possa migliorare quando si trasferiscono di casa. Quando si avvicinano ai suoi genitori. Errore. «Quando lui usciva di casa, mi chiudeva dentro a chiave. Io potevo salutare i miei solo dalle grate che lui aveva messo alle finestre». E se si azzardano a difendere la figlia, pesta anche i suoceri. «In quel periodo Luca inizia anche ad avere amanti. Ma mi obbligava lo stesso ad avere rapporti sessuali con lui. Non erano consensuali. Se mi rifiutavo, mi picchiava e mi prendeva con la forza. “Se non mangi in casa – mi accusava – vuol dire che mangi fuori”. E quindi mi obbligava a fare sesso. Anche perché, in quel periodo, prendeva Viagra, Cialis e tutte le pillole per le prestazioni sessuali con cui fare bella figura con le amanti. Quindi doveva sfogare la sua voglia continua. Per me il sesso con lui è stato umiliazione e botte. Mi pretendeva dicendo: “Io sono marito”. Ma era stupro».

Niente funerale del babbo

Eppure, c’è stato un dolore peggiore per Cristina. Il divieto di andare al funerale di suo padre. Luca non vuole. «Non ha voluto che accompagnassi mio padre al cimitero. Il giorno dopo ha picchiato me e mia madre. La sera in cui mio padre è morto ha invitato a cena la sua giovane amante. Io non avevo fame. Mi ha infilato la pizza in gola a forza, ho vomitato. Mi ha trascinato in un’altra stanza e mi ha pestato perché avevo pianto per mio padre. Questi sono i dolori che non si perdonano». Anche se poi la condanna per maltrattamenti arriva per le botte, le ecchimosi, le minacce.

Lui libero, io senza tutela

Ma Cristina non è contenta. Anzi. È terrorizzata. E arrabbiata. «Lui ancora oggi ha uno scopo nella vita, lo scrive anche nelle lettere che mi invia dal carcere: uscire e ammazzarmi. Lo ha ribadito anche il giorno del processo, davanti alla giudice, alla pm, agli avvocati: “Io la ammazzo”. E la difesa che fa: dice che è matto. Non è matto: è un criminale. Lui e quelli come lui sono uomini che odiano le donne. Eppure per 25 anni di maltrattamenti che pena ha preso: tre anni e quattro mesi di libertà vigilata, con l’obbligo di curarsi in un centro. E quando esce di galera, dove è rinchiuso non per il male che mi ha fatto, secondo lo Stato che succede? Che mi devo allontanare io, che devo cambiare numero di telefono. Che devo cambiare io l’identità, appena riconquistata a fatica. Ma io non voglio sparire. Né voglio morire. In un Paese – conclude Cristina – dove ci siano leggi che proteggono le donne. Scritte «da donne che abbiano vissuto la violenza, non da parlamentari che non capiscono il problema. Leggi applicate da magistrati che i violenti li tengono in carcere e non li mandano fuori senza tutele per le donne».