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ESCLUSIVO. Ex compagno di squadra di Pantani minaccia la moglie dal carcere: «Ti uccido»

Una selezione delle lettere inviate da Luca De Angeli (nella foto) dalle varie carceri alla moglie

Sconta una pena per tentato omicidio ma scrive e telefona liberamente dalla cella

«Perché non vieni laggiù in fondo? Hai paura?». Laggiù è il fondo del cortile. Il cortile del carcere di Massa. Un angolo che sfugge alla sorveglianza. Luca De Angeli, 45enne ex ciclista della squadra di Marco Pantani – carriera stroncata dal doping nel 2005 -– si rivolge alla (quasi ex) moglie. È l’orario di visita. Cristina (il nome è di fantasia, per tutelare l’identità e l’incolumità della donna) cerca di ignorare il tono. «No, non ho paura. Però laggiù non ci vengo». Ormai conosce Luca, versiliese di nascita, massese di crescita. Sa quando la violenza è a tiro. «Non lo ferma nessuno, non lo ferma un pubblico ministero, non lo ferma la polizia» lo descrive in tribunale l’avvocata di Cristina. Infatti, è un attimo. Luca, nel 2018 in galera per tentato omicidio, si avventa su Cristina: «Brutta puttana, mi hai denunciato. Ti fai quelli della cava, ti fai il carabiniere. Cagna». Cristina è veloce a non farsi afferrare: ha imparato in venti anni di botte. Lui è fulmineo. Le sferra un calcio nella pancia. Cristina si allontana a fatica di qualche passo. Non ci sono le guardie. Non è fuori pericolo. Intervengono gli altri detenuti a fermare suo marito che non teme neppure il carcere. Lei grida: «Voglio uscire, non voglio più stare qua. Voglio denunciare». Le guardie: «Ma stai tranquilla».

Le minacce dalla cella


Non c’è molto da stare tranquilla. Lei è ancora nel cortile del carcere. Luca pure. E urla: «Puttana ti ammazzo». Non sono solo parole. Non sono le sole parole. Fra agosto 2018 e giugno 2019, Cristina riceve da Luca una cinquantina di lettere dal carcere di Massa e poi di Pisa, dove viene trasferito perché al centro di un’altra inchiesta sullo spaccio di droga proprio in prigione. Lettere di minacce di morte. Di insulti. Lettere con cui le fa comprendere che conosce ogni suo movimento: “Perché quella sera è uscita alle 9 ed è rientrata dopo l’una?”. «Le lettere arrivavano non solo al mio indirizzo di casa – racconta Cristina – ma anche ai vicini. Dentro la busta indirizzata a loro ce n’è un’altra che contiene i fogli per me». Con analoghe minacce inviate anche all’avvocata di Cristina, all’indirizzo di casa. Ai magistrati. A chiunque si opponga a De Angeli, che la sentenza per maltrattamenti in famiglia del 30 luglio 2020 definisce «soggetto socialmente pericoloso». Dopo più di venti anni di botte, fratture fatte passare in pronto soccorso come incidenti domestici o stradali, infatti, De Angeli è stato condannato a tre anni e quattro mesi per maltrattamenti in famiglia. Non è stato facile arrivare a questo verdetto. Soprattutto per le continue minacce che hanno accompagnato le indagini. Perfino la giudice Marta Baldasseroni del tribunale di Massa nella sentenza di condanna parla di «condotte vessatorie tenute da De Angeli anche dopo la carcerazione del 2018...Nelle innumerevoli lettere l’imputato minacciava di ritorsioni e prospettava in modo inequivoco gravi conseguenze per l’incolumità della ex moglie e dei familiari non appena fosse terminata la reclusione».

Vietata la corrispondenza

A settembre 2019 la situazione è così grave che la pm Alessandra Conforti della procura di Massa (oggi alla procura della Spezia) ottiene per sei mesi la «limitazione della corrispondenza» da parte di De Angeli verso Cristina e qualunque familiare. L’uomo, insomma, non può contattare la donna che ha maltrattato per anni e che continua a terrorizzare anche da dentro una cella. Le minacce, infatti, escono dal carcere – anzi dalle carceri colabrodo – da ogni canale: colloqui con familiari, amanti e con uno degli avvocati difensori. È anche per questo che nel 2018 viene autorizzata l’intercettazione dei colloqui nel parlatorio del carcere di Massa. In uno di questi (è il 20 ottobre 2018), De Angeli dice a un familiare: “...Se gli avessi dato uno schiaffo nel muso (a Cristina) stava lì e se lo pigliava... ora c’ha paura a pigliare uno schiaffo con tutto quello che ha passato... lo sai che se è normalità e se non c’è... io la piglio e la sbrano dentro al muro”.

Esco e le taglio la testa

Le conversazioni sono tremende. «Dice che quando esce “devo fare il confronto” con lui, che mi taglia le gambe» cita ancora come altri esempi Cristina. Nella requisitoria della pm – al processo per maltrattamenti, a luglio 2020 – si ricordano perfino la minaccia di morte esplicita contenuta nelle lettere: “Appena esco, io finisco l’opera”. E nella stessa udienza (17 luglio 2020), l’avvocata di parte civile Anna Maria Giannecchini, riferisce delle minacce per “interposto” legale. In questo caso, si tratta di una telefonata intercettata (nell’ambito di un’altra indagine sul possesso di armi) fra l’amante “ufficiale” dell’imputato e uno dei legali di De Angeli, l’avvocato Giorgio Nicoletti di Viareggio: «....dice che “Vado a casa e gli (le) taglio la testa e ritorno qui un’altra volta (in carcere). Io gli ho detto: insomma Luca, pensiamo a uscire». Invece, Luca pensa a come fare del male alla ex moglie.

Trauma cranico da persiana

Quella donna che ha referti di pronto soccorso del 2006, 2008, luglio 2010, ottobre 2010, marzo 2011, aprile 2013 «tutti asseritamente causati da incidenti stradali» o domestici si legge nella sentenza di condanna. In un caso, lontano, al pronto soccorso Cristina, ad esempio, dichiara di «essersi infortunata a causa di una persiana caduta dall’alto per il forte vento»; in un altro di essersi fatta male «contro la soglia della finestra mentre si alzava». Due traumi cranici che in pronto soccorso non hanno saputo (o voluto) attribuire alle botte.

L’intuizione dei carabinieri

Non sempre, però, va così. Non sempre si accetta solo la versione più comoda. Lo sottolinea anche la pm Conforti, al processo per maltrattamenti: Cristina contro Luca, affiancata da un centro anti-violenza. L’inchiesta per maltrattamenti, nei confronti di De Angeli, infatti non nasce per una denuncia della moglie. Nasce su input dei carabinieri. Nasce quando il detenuto chiede di poter avere gli arresti domiciliari. E chiede di poter scontare la pena a casa della moglie. Lei viene chiamata in caserma per dare il parere. Dice di sì. Eppure c’è chi legge in quel sì, una nota di preoccupazione. «Carabinieri svegli – scrive la pm Alessandra Conforti – hanno visto il terrore negli occhi di quella donna. E in un’annotazione a latere (alla richiesta di sostituzione della misura di custodia cautelare in carcere) si premurarono di sottolineare: “Secondo noi la signora si dice favorevole, ma in realtà è terrorizzata”». Da pugni, calci, percosse subite fra il 1995 e il 2018 secondo la pm. E poi anche secondo il tribunale. Che ribadisce la capacità di questo detenuto di trovare il modo di contattare la moglie o di farle arrivare minacce anche via telefono, malgrado «i provvedimenti di revoca dei colloqui e di divieto di ogni forma di comunicazione, anche epistolare».

L’aiuto del cappellano

Addirittura, a marzo 2020 De Angeli riesce a fare una telefonata a casa di oltre 40 minuti dal carcere di Verona, tappa successiva a Pisa. «Ma anche da Pisa aveva trovato anche il modo di aggirare il divieto di scrivermi – denuncia Cristina – utilizzando come corriere una volta una volontaria del carcere Don Bosco. Una lettera mi è arrivata a nome suo. Un’altra volta mi ha fatto chiamare dal cappellano del carcere di Pisa: questo sacerdote doveva sapere che Luca aveva il divieto di contattarmi perché mi minacciava. Altro che dirmi che gli mancavo e dovevo andare a trovarlo».

Il cellulare clandestino

Questo terrorizza Cristina: che l’ex marito trovi sempre il modo per arrivare a lei. Perfino da Verona. A marzo 2020, appunto – ribadisce la giudice Marta Baldasseroni nella sentenza di condanna – il detenuto riesce a procurarsi «un cellulare clandestino con cui contatta i familiari per minacciarli di far ritirare le denunce nei suoi confronti. In caso contrario, una volta uscito dal carcere, avrebbe fatto una strage». Minimizza l’avvocato Nicoletti nell’arringa difensiva: «C’è entrato il telefonino in carcere, c’è entrata la droga, c’è entrato di tutto di più. Questo non è colpa nostra e qualcuno l’avrà fatto entrate e non lo so chi l’ha fatto entrare, però c’era». Non era un buon motivo per usarlo. Tanto meno per le minacce. E, infatti, De Angeli è stato condannato (con rito abbreviato) con il riconoscimento del vizio parziale di mente. È malato – dice la giudice nella sentenza – e si dovrà far curare. Ma il fatto che sia (secondo i periti) malato, non gli toglie «la consapevolezza di instaurare un clima di perdurante sopraffazione della moglie e di persistere nelle condotte prevaricatrici... Non si esclude quindi la sussistenza del dolo di maltrattamenti».

Pericolosità sociale

In sostanza, De Angeli sapeva di fare del male alla moglie, ma non riusciva a trattenersi. Perciò si deve provare a curarlo. Ma al tempo stesso si deve tenere conto della sua «allarmante capacità a delinquere», della sua «pericolosità sociale». Quando sconterà la pena, De Angeli sarà però in libertà vigilata. E della sua pericolosità sociale si dovrà ricordare lo Stato obbligato da una sentenza a impedirgli di «avvicinarsi e contattare la moglie e i suoi congiunti». Per evitare «di finire il lavoro». Lei oggi non ci crede. Viste le premesse dal carcere non ha torto.