L’inferno Fi-Pi-Li, una lunga scia di lutti: «Così quella strada ha portato via Pietro»

Pietro Martino, una delle vittime, e la sua auto incastrata nel camion

E i pericoli sono ancora tutti presenti. La moglie di una delle vittime: «Un camion era fermo da tempo, non poteva vederlo»

Pensare di salutarsi come tutti i giorni, la mattina alle 5.30, uscendo per andare al lavoro. Un semplice ciao che, percorrendo la Fi-Pi-Li, diventa un addio. “Lascia stare, lo faccio io stasera”, sono le ultime parole che Pietro Martino, 54 anni, camionista di Casciana Terme, dice alla moglie, Alessandra Bracaloni, operaia della Piaggio di Pontedera.

È il 10 settembre, il camionista accompagna il figlio Elia a Perignano e va a Santa Croce sull’Arno, dove lavora in un’azienda di trasporti da più di vent’anni. Tutti i giorni fa la stessa strada, la Firenze-Pisa-Livorno. Conosce rischi e pericoli di una strada mai collaudata, se non per dei singoli tratti, diventata negli anni un autentico cimitero. Non c’è chilometro che non abbia chiesto una vittima.


Nel lungo elenco di morti c’è anche quello di Pietro Martino. La sua auto, intorno alle 6, si schianta contro un Tir fermo sulla carreggiata. Una morte assurda. Ancora di più per un uomo abituato a percorrere chilometri e chilometri con il suo camion. Una storia incredibile, a pensarci bene.

«Ne sono sempre stata sicura, ma ora che è stata depositata la perizia chiesta dalla Procura non ho dubbi – afferma la moglie –. Mio marito non ha commesso alcuna imprudenza. È come se fosse andato contro un muro al buio. Rispettava il limite di velocità, non era sulla corsia di sorpasso, andava per la sua strada, tranquillo come sempre».

Martino non poteva immaginare che sulla carreggiata un mezzo pesante fosse fermo da più di 30 minuti. Il camionista, un moldavo di 23 anni, non aziona le quattro frecce, non segnala il grosso ostacolo che sta dietro una semicurva, in un tratto non molto distante dallo svincolo di Montopoli.

È come un appuntamento con la morte. Ci sono due testimoni, un camionista e una donna residente a Pontedera, che vedono il mezzo pesante fermo. Il camionista racconta alla Stradale, intervenuta per i rilievi, di essersi soffermato, di avere chiesto all’autista moldavo se aveva bisogno di aiuto ma di essere stato invitato a farsi gli affari suoi.

Agghiacciante la testimonianza della donna, passata dal luogo del tragico incidente pochi minuti dopo. Poteva esserci lei nell’auto che si è schiantata contro il mezzo pesante. Era stata sorpassata dalla Nissan Qashqai condotta dal 54enne. «Venti metri dopo – ha raccontato alla Stradale – ho visto la stessa macchina nera e mi sono chiesta: “Ma come? Mi ha sorpassato per fermarsi?”. Il camion non si vedeva, era ancora buio».

Quel camion, infatti, non si vedeva. La vittima lo avrà visto quando era a 60 metri, tempo di reazione due secondi. Impossibile evitare lo schianto, i traumi gli sono fatali. «Mi rasserena e mi dà la forza di andare avanti – dice la moglie – sapere che Pietro non ha sbagliato. Ne ero certa fin dal primo momento. Ora lo sono ancora di più. E questo aiuta sia me che nostro figlio Elia. Pietro era un camionista esperto, tante volte raccontava dei rischi delle strade su cui viaggiava, compresa quella maledetta Fi-Pi-Li. Sapere che è morto in questo modo su una strada che conosceva bene rende tutto più difficile da accettare».

Ma torniamo a quella terribile mattina. Alle 8.30 è una telefonata del datore di lavoro di Martino (la ditta “Grotti” di Santa Croce sull’Arno) ad accendere il dubbio nella moglie. «Pietro non è al lavoro, come mai?».

Impossibile. Il pensiero della donna va in una sola direzione: “Ha avuto un incidente”. Chiama il figlio, la cognata che lavora all’ospedale. Si preoccupa, prende un permesso e lascia lo stabilimento Piaggio. «Non è da Pietro non telefonare, è successo qualcosa sicuramente», si ripete. Ci vuole poco a quel punto a scoprire la verità. Basta leggere i giornali online. «Mio figlio ha riconosciuto la macchina, mi sono sentita crollare il mondo addosso in quei momenti».

Non volevano crederci. Tra i soccorritori c’è un vigile del fuoco, Simone Cheli, amico della vittima. Pur sotto choc, sarà lui a fare il primo riconoscimento. E insieme con gli agenti della Stradale spiega alla moglie che Pietro non c’è più. «È andata così, non ce l’ho con nessuno, sono cose che guidando possono capitare. Non ho idea di come mai il camionista non abbia segnalato il mezzo fermo dopo che aveva avuto un’avaria. Ma so che la ditta Esperia per cui lavora il giovane moldavo non ci ha inviato nemmeno un telegramma di condoglianze. Nessuna vicinanza a noi che siamo la famiglia di Pietro. Questo è molto triste. Mio figlio ha 20 anni, noi eravamo sposati da 34. Mi sarei aspettata un minimo di considerazione in più. Qui a Casciana a Pietro volevano tutti bene, basta vedere quanta gente c’era il giorno del funerale. Non diceva mai di no a nessuno, ha aiutato, grazie anche alla sua passione per la cucina, tante associazioni, gli piaceva stare in mezzo alla gente. Mi ha fatto male leggere sui social certi commenti. Qualcuno voleva insinuare che l’incidente fosse successo perché forse l’automobilista era distratto dal telefono».

«Ma non è così. Mio marito – ripete – non ha sbagliato, è morto per uno stupido destino». È morto su una strada piena di insidie. —

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