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Quel patto Renzi-Salvini e i “poteri forti” sotto la Torre: ecco perché la Lega a Pisa non può fare la guerra a Firenze

La nostra inchiesta sulla guerra tra gli scali toacani. Sullo sfondo i legami fra il leghista e Carrai e un possibile accordo per un governissimo. E così il no a Peretola potrebbe attenuarsi  

PISA. «Ringrazio particolarmente il senatore: per me è un onore, Matteo è un amico ma prima di tutto è un amico di Israele». È il 13 novembre 2019. Altana di Palazzo Strozzi. Ovvio, Firenze. E Marco Carrai, che fra gli scampoli del Giglio Magico chiamano ancora tutti Marchino, con una certa levitas indica la prima fila, proprio lì dove s’è seduto «l’amico», venuto a consacrare un’altra delle sue imprese, un altro incarico strappato ai potenti e al potere. Il presidente di Toscana Aeroporti, all’epoca “solo” consigliere di amministrazione nelle acciaierie di Piombino, imprenditore, consulente di cybersecurity, adesso è pure console onorario d’Israele per la Toscana, la Lombardia e l’Emilia. Siamo in piena campagna elettorale per le regionali. Il voto è ancora previsto a maggio. Il virus non è immaginabile, neppure nel peggiore dei romanzi distopici. E l’«amico» Matteo poteva essere ovunque. A Roma, impegnato in qualche live Facebook. No, Matteo ha scelto lui, Marchino.

Ecco, c’è chi ha subito rammentato la foto e non s’è lasciato abbacinare dalle mozioni, dai berci sovranisti, dai paladini della pisanità. Mica potrà bastare un voto unanime in consiglio comunale contro lo sviluppo di Peretola e "Fiorenza vituperio delle genti" per riaprire una guerra sopita dopo aver tessuto una faticosa tela di incontri segreti, caminetti fra leader, patti indicibili. Il voto unitario della Lega andato in scena a Palazzo Gambacorti insieme a quasi tutta l’opposizione servirà da alibi se dovesse arrivare il momento in cui i sovranos dovranno alzare le spalle e dire “ci abbiamo provato, ma Peretola sia”. Eppure, non basta a spiegare la non-retromarcia del partito di Salvini. Quel «no ai campanilismi, nessuno in Toscana Aeroporti sostiene il potenziamento di Firenze a danno di Pisa» pronunciato da Edoardo Ziello, deputato e segretario leghista in città, è iscritto in una strategia precisa e in quella foto. Matteo e Marchino.

In fondo, si vedono e si parlano da anni. Affiatati. Fra i due basta uno sguardo, giurano all’epoca i collaboratori di Carrai nei corridoi di Palazzo Strozzi ai giornalisti che sgranano gli occhi. Sull’aeroporto si son capiti subito. Lascia fare se i fedelissimi in Toscana qualche volta hanno «dirottato», gli ha detto Matteo. Screzi da rottamare. «Più voli per Firenze, più voli per la Toscana». Diventerà un refrain. Matteo e Marchino, due anime in un nocciolo. In fondo, perché stupirsi? È una storia infinita. No, che avete capito. Questo è l’altro Matteo. Non Renzi. Matteo Salvini. Il leghista, il Capitano, il Truce che ad ogni piè sospinto tuonava sui social contro Maria Elena Boschi e il Giglio Magico.

Ecco, si sappia che in questa guerra dei cieli non c’è nulla di manicheo, di bianco o nero. Domina il grigio, il cabotaggio, la trasversalità, a cui nel tempo s’è dovuto adattare proprio il leader della Lega per assicurare tenuta e stabilità al suo partito in Toscana. Salvini non può permettersi uno scontro frontale con Firenze. Non è un caso che abbia parlato Ziello. A Pisa è considerato il sindaco 2 del sindaco 1, Michele Conti. Ma anche uno degli uomini più vicini a Mario Lolini, deputato grossetano che fra poche ore Salvini nominerà nuovo commissario del partito in regione. Finora rimasto in silenzio, Conti esce allo scoperto: «Peretola una minaccia per noi? Ma no, Pisa rimarrà la porta d’accesso per la Toscana – dice il sindaco - Ha detto bene Ziello e ha fatto bene a presentare un ordine del giorno al decreto ristori che consentirà di prolungare la cassa integrazione per i 900 dipendenti degli scali toscani ancora per un anno. Adesso dobbiamo pensare a questo. La crisi innescata dalla pandemia sta impoverendo anche tutto l’indotto: alberghi, parcheggi, affitti, Ncc, industria. Dobbiamo fare in modo che il sistema aeroportuale regga».

Insomma, Toscana Aeroporti va sorretta, non affossata. Perfino la delibera del cda della spa guidata da Carrai che interrompe i rapporti con il consiglio comunale sarebbe poco più che una manfrina. «Suvvia, i rapporti col Comune devono tenerli, abbiamo il 4% delle quote. Piuttosto, sarà cruciale la partita dei recovery fund e che la Regione investa sulla Tirrenica e su un collegamento ferroviario fra Pisa e Firenze davvero competitivo. La mozione è rappresentazione della volontà locale, ma serve anche una visione d’insieme». Senza contare che a votare quella delibera, passata all’unanimità, sono stati anche tre pisani: il vicepresidente Pierfrancesco Pacini, uomo dai mille incarichi, vicinissimo alla Curia, tessitore del potere ubiquo e invisibile sotto la Torre; poi Giovanni Bonadio, finito nel board in quota Regione e indicato di Enrico Rossi; e infine Stefano Bottai, che Conti ha presentato settimane fa in conferenza stampa come consigliere speciale per la nautica.

Dunque, per la Lega la mozione è servita a fare la voce grossa e a mettersi al riparo da ritorsioni di Eduardo Eurnekian, il magnate argentino che controlla la società della fusione? Un modo per chiedere cento e ottenere cinquanta? «Lo sa, noi siamo democristiani», scherza Conti. Ironia, certo. Ma i sovranos non possono permettersi di perdere ancora consensi a Firenze. La sconfitta alle regionali è arrivata proprio da lì, dove ora nella Lega cresce l’insofferenza per il turbo salvinismo interpretato finora proprio da una pasdaran della pisanità e della difesa della costa come Susanna Ceccardi. Si sprecano le volte in cui l’eurodeputata ha tuonato contro la pista lunga e l’ampliamento del Vespucci e Salvini l’ha corretta se non smentita. Uno scontro con Eurnekian e Carrai potrebbe far partire una slavina sui "poteri forti" pisani, dato che fra i fornitori di Toscana Aeroporti ci sono alcune delle maggiori imprese pisane, fra cui la Cemes dei Madonna. Firenze insomma è il crocevia di molte partite. Anche nazionali.

Salvini, che da Truce s’è fatto Dulce, da settimane, quasi in controcanto alla Meloni, si dice pronto al dialogo con le forze di governo. Quasi sulla linea di Giancarlo Giorgetti, il competitor interno che in Toscana ha non pochi seguaci nel capoluogo e un fedelissimo, Manuel Vescovi, senatore da sempre in buoni rapporti con Carrai. La non-retromarcia di Ziello insomma è una mossa per tenere botta nella competizione interna al partito toscano e allo stesso tempo abbassa la tensione con Marchino e l’altro suo migliore amico, Matteo Renzi. Non solo fra i due Matteo da giorni sarebbero ricominciati contatti e scambi Whatsapp, ma perfino la Ceccardi, obtorto collo, s’è allineata. Appena quattro giorni fa la Susy, in un’intervista al Foglio, s’è detta favorevole a un governo con Renzi. Sì, lui, il nemico. «Di fronte a uno scenario in cui il governo Conte resta fino al 2023 – ha detto – io parlerei anche col diavolo. Mi fido dell’intuito del Matteo giusto». Così torna in mente che, poco dopo l’incontro all’Altana, fra Montecitorio e Palazzo Madama, circolò un retroscena gustoso. Anzi, un retro-osceno, dato che fu smentito dai protagonisti: un incontro segreto fra Renzi e Salvini nella villa di Denis Verdini sui colli di Firenze. Il patto dei Giullari. Ovvio, avvenuto per interposta Francesca, figlia dell’ex braccio destro del Cav oltre che fautore del patto del Nazareno. Lo storytelling recitava così: Salvini sarebbe stato pronto a un patto di desistenza in Toscana (un candidato debole) e in cambio Renzi avrebbe staccato la spina a Giuseppe Conte, disponibile a partecipare a un governissimo. Magari di Mario Draghi. Pare che ci risiamo. È la real politik, bellezza.