Il primario di Cisanello, la pietà e quel "passo clandestino": «I parenti li facciamo entrare così, una carezza può salvare un malato»

Pisa: organizza le visite in rianimazione. Per aiutare i ricoverati o anche per un addio. "Una carezza può motivare un paziente, farlo reagire e sopravvivere" 

PISA. Non è solo per l’ultimo saluto. Per permettere di sfiorare una mano e sentire il calore in questo mondo di chi è già in un’altra dimensione. Non è solo perché possano aggrapparsi a un ultimo sguardo o poter pronunciare parole che se rimanessero mute li tormenterebbero di rimpianti. «Babbo, ti ho amato tanto». Non gli è concesso solo perché chi muore non muoia da solo, come dall’inizio della pandemia succede negli ospedali di tutta Italia. «Li facciamo entrare perché la loro presenza può aiutare i malati a sopravvivere». Per questo da un mese c’è un reparto toscano che sfida le regole, viola «il dogma anti-Covid».

E così figlie, figli, madri, padri, fratelli e sorelle dei pazienti entrano al padiglione 31 in segreto. Sono incursioni «carbonare», dice Paolo Malacarne, primario e responsabile di una delle rianimazioni dedicate alla cura del virus a Cisanello. Aggirano l’ingresso del pronto soccorso, ne imboccano uno verde salvia sul retro, salgono al piano e suonano al citofono di una porta a vetri opachi. Mezz’ora, non di più. Massimo due persone al giorno. Un “passo” clandestino. «Per la verità anche l’idea è carbonara, non avevamo formulato una proposta all’azienda e all’inizio è stata messa in atto con tanti timori. Abbiamo concesso le visite nella terapia intensiva Covid perché la vicinanza dei famigliari ai malati gravi è anche curativa non solo compassionevole», racconta il direttore che ora ha deciso di uscire allo scoperto.


Qui al 31 Malacarne dirige la rianimazione del pronto soccorso, ma dal 26 ottobre è in funzione anche una corsia Covid di otto posti letto. Una “bolla” attivata in piena emergenza. Barba da filosofo, pacato, è spesso una spina nel fianco per la direzione. Un dottore scomodo. Carenza di letti e personale, cattiva capacità di pianificare l’emergenza: in queste settimane non ha risparmiato critiche. Soprattutto quando in ballo c’era la vita di chi stava curando. Questa volta, dopo il suo post, l’azienda ha deciso di seguirlo. «L’ospedale ha sempre fatto da apripista», ha scritto in una nota la dg Silvia Briani.

Ha deciso di raccontarlo dopo aver visto un cartello fuori dal policlinico. "Ridiamo il sorriso alle bimbe e ai bimbi pazienti oncologici”, hanno scritto quelli dell’associazione Ridolina. Da tre mesi i clown-dottori sono costretti a restare fuori dalla Pediatria del Santa Chiara. Ma sono state due dottoresse e cinque infermieri a chiederglielo un mese fa: “Paolo, perché i parenti non possono entrare? È assurdo”. «All’inizio rispondevo perché non si può. Sono le regole. Punto. Ma loro tornavano alla carica. E ho capito che era una risposta dogmatica, un atto di fede, basato su nulla di razionale». Così ha seguito i suggerimenti di Antonio Panti, medico di famiglia fiorentino oggi in pensione, da anni "profeta" della umanizzazione delle cure. Ha invocato un «sussulto organizzativo».

Ché in fondo sono corpi umani quelli che spesso vediamo sbucare sui social, nelle foto degli infermieri o dei fotoreporter, infilzati come sansebastiani da sonde e cateteri, circondati come robot da schermi che fanno bip! Perché che siano svegli o in coma corrono lo stesso rischio: che la solitudine li inghiotta più del virus. «Portare il casco comporta una enorme sofferenza. A volte bisogna tenerlo in testa per otto ore a pancia in giù. Ma per sopravvivere serve la collaborazione del paziente, e senza una motivazione c’è chi non ce la fa – racconta il primario – Avere qualcuno che ti sta accanto o ti tiene la mano, può spronarti, tenerti vivo, farti lottare e credere che potrai uscire di qui e rivederlo a casa. Chi si risveglia da un’intubazione o da una tracheotomia, poi, di solito è agitatissimo. Sentire la mano di una persona amata può evitargli sedativi e nuove crisi». In fondo da anni lavorano in un posto dove i famigliari possono stare accanto al letto dei loro cari dalle 12,30 alle 23,30. «Ininterrottamente». E quando arriva il peggio la presenza è garantita 24 ore su 24.

«Invece col Covid è saltato tutto – dice Malacarne – I parenti non possono accedere». Chi se ne va, scivola nel buio da solo. «Nella rianimazione No-Covid, invece, non abbiamo mai smesso di farli entrare, seppure imponendo restrizioni per evitare assembramenti e via vai nella sala d’attesa. Assumendocene la responsabilità, consideriamo i nostri malati (e i loro familiari) come “fragili e vulnerabili”, dizione che consente la deroga al divieto alle visite in ospedale. Ci siamo chiesti perché non farlo anche nella rianimazione Covid. Con prudenza e buon senso, facendo entrare un familiare alla volta, 20-30 minuti, due persone al giorno, e concedendo a ciascuno una visita ogni 2-3 giorni, si può. Non farlo è inumano, ingiusto e anche irrazionale. Se ci “bardiamo” noi, se lo possono fare le donne delle pulizie, perché non dovrebbero poterlo fare i parenti?». Così da inizio novembre figli, fratelli e genitori oltrepassano la cortina della “bolla”, un confine che nessuno potrebbe mai varcare. Come medici e infermieri, si indossano tripli guanti, tute, calzari, cuffie, Ffp3, visiere, maschere. «Certo, perfino io sono terrorizzato dal Covid-19. Ma non sono mai soli, li guidiamo in tutto. Se uno vuole grattarsi il naso lo blocchiamo subito. La svestizione e la decontaminazione, la procedura più rischiosa, è sempre coordinata da un infermiere o un medico. Sanno di non poter abbracciare o baciare il malato, ma immaginate cosa possa significare una carezza per chi potrebbe non rivedersi più. O per chi, da solo, sedato, stordito dai farmaci e stremato per le crisi respiratorie potrebbe decidere di mollare».

Senza gli affetti, la depressione può diventare il solo compagno di stanza, il nulla può sembrarti una via d’uscita se l’unica prospettiva che ti resta è la pronazione, il tuo corpo intubato, ridotto a terminali di macchine, scosso appena da qualche fremito, sedato ma cosciente, come se l’anima galleggiasse un metro sopra la pelle. «Da solo, c’è chi si lascia andare». Per questo le dottoresse hanno avuto questo sussulto. Perché chi resta possa captare quel fremito e il suo ultimo messaggio. Perché quei corpi umani tornino ad essere umani con un corpo.

Malacarne ne è convinto: «Non sono io che momentaneamente vivo dove lavorate voi, ma siete voi che lavorate dove momentaneamente vivo io” dice il malato a noi sanitari».