Parlano gli esperti: ecco in sei punti quali sono gli errori da non rifare per evitare la terza ondata

Abbiamo chiesto a quattro esperti di spiegarci dove la Toscana ha sbagliato  e cosa deve fare per non dover rivivere un picco di morti e contagi 

FIRENZE. Eppure lo sapevamo, che la seconda ondata di Covid-19 avrebbe potuto stravolgere ancora le nostre vite non era un mistero. Sapevamo più o meno come si sarebbe mosso il contagio, quanto la curva avrebbe impiegato a gonfiarsi di nuovo e a riempire gli ospedali. Erano disponibili modelli, simulazioni, proiezioni. Gli esperti toscani, quasi tutti, ci avevano avvertito.

Francesco Menichetti, professore e primario di Malattie infettive a Pisa, fra luglio e agosto era stato tacciato come un «allarmista». Su Facebook c’era chi lo definiva «terrorista» commentando un’intervista in cui metteva in guardia da movida e rientro sui banchi. Michela Baccini, professoressa di Statistica medica all’università di Firenze, con il suo team di ricerca aveva realizzato quattro simulazioni sul livello di infezioni che l’epidemia avrebbe potuto raggiungere se avessimo lasciato l’indice di contagio R0 libero di scorrazzare. Sopra l’1, diceva lo studio, dopo i primi 30 mila casi, avremmo potuto registrarne altri 8-10 mila entro dicembre. Il totale adesso supera i 100 mila. Paolo Bonanni, epidemiologo dell’università di Firenze, si sgolava invitando all’uso corretto delle mascherine. Carlo Tomassini, capo del dipartimento di sanità in Toscana, è sempre stato scettico (eufemismo) di fronte al «virus clinicamente inesistente» temendo anzi gli effetti del rilascio delle misure di contenimento voluto a giugno da Conte. Eppure non li hanno (abbiamo) ascoltati. Ora, abbiamo provato a chiedere a questi esperti quali sono gli errori da non ripetere per non incorrere nella terza ondata.

 

MANTENERE LA PRESA SUL TRACCIAMENTO - Le centrali resteranno tasselli della medicina territoriale

È stato il tallone d’Achille del servizio sanitario. «Se vogliamo evitare una seconda ondata sarà necessario investire sullo screening preventivo e sul tracciamento, due azioni fondamentali per ridurre la velocità di contagio e proteggere le categorie più fragili», dice Michela Baccini, professoressa di Statistica medica all’università di Firenze. Le fa eco il professor Menichetti: «Abbiamo bisogno di tracciatori». Un tassello chiave che ha ben chiaro Carlo Tomassini, capo del dipartimento di sanità. È stato lui a farsi venire l’idea delle tre maxi centrali con i 500 medici che intervistano i positivi ricostruendo le loro catene di contagio. «È vero, siamo arrivati in ritardo. Ma grazie a quei ragazzi siamo passati dal tracciare il 37% dei positivi al 99% e quelle centrali non verranno mai smantellate. Anche dopo la pandemia, resteranno attive, diventando tasselli della medicina territoriale».

TEST DAVVERO RAPIDI E COLLETTIVI - La Regione ha già un piano per studenti, aziende e rsa

«La capacità di fare test va aumentata, utilizzando quello davvero rapido antigenico, da fare sul posto. So che è meno sensibile del molecolare, ma sarà utile per arginare e isolare i casi nelle comunità, luoghi di lavoro, scuole e Rsa», dice Menichetti, che alla Regione ha contestato l’uso di antigenici che, seppure più sensibili, richiedono però più tempo perché l’analisi si svolge in laboratorio. Per Menichetti sarà fondamentale che la percentuale dei positivi sui testati sia inferiore al 10%. Ora è al 23,9%. Proprio in questa direzione, dice Tomassini, si muoverà la Regione nei prossimi giorni con un piano dettagliato. «Noi da mesi parliamo di pool testing e delle sue potenzialità nelle situazioni di media/bassa circolazione del virus come quella che probabilmente si delineerà nelle prossime settimane», dice Baccini.

SCUOLE CHIUSE SE L'INDICE RT E' SOPRA 1 - Il tasso di contagiosità deve restare sotto 1 per 5 settimane

Per quanto ogni ipotesi di una riapertura solo dopo il 7 gennaio sia motivo di dibattito nel governo, accenda le polemiche di insegnanti e studenti, oltre a far infuriare la ministra Azzolina, gli scienziati non hanno dubbi: «È impensabile riaprire le scuole se non dopo aver riportato l’indice di contagio Rt sotto l’1 per almeno 5 settimane consecutive», dice Menichetti. Per il professore neppure infanzia, elementari e medie dovrebbero svolgere attività in presenza. «È un errore che abbiamo commesso a settembre ed è riesplosa l’epidemia». Anche uno studio condotto dal team di ricerca di Baccini sull’andamento delle curva in Toscana da settembre a oggi suggerisce che fra i fattori di ripresa del contagio, oltre a rientri dalle vacanze, trasporti e perfino una mobilità maggiore determinata dalla campagna elettorale, possa esserci anche la scuola.

COME USCIRE DAL DISASTRO DEI TRASPORTI - Più investimenti sui bus privati. Ok i tutor anti affollamento

Come per l’Italia, anche per la Toscana si potrebbe parlare di un “disastro trasporti”. Perfino la ministra Paola De Micheli ha ammesso che applicare la soglia del 50% della capienza stabilita dal Dpcm è un miraggio, lanciando l’improbabile proposta di far andare gli studenti a scuola anche di domenica, così da scaglionare gli ingressi e alleggerire bus, tram e treni dei pendolari. «Eppure proprio gli assembramenti sui mezzi del trasporto pubblico e gli affollamenti che si generano prima e dopo l’entrata a scuola - dice Poalo Bonanni, epidemiologo e professore di Igiene applicata all’università di Firenze - sono stati luoghi di maggior diffusione. Se le aziende non hanno mezzi a sufficienza, si potrebbe fare ricorso ai bus privati, molti dei quali in questo momento sono fermi». L’assessore Stefano Baccelli ha appena stanziato 500mila euro utili a creare squadre di tutor anti-affollamento alle fermate dei bus. E la Regione ha investito 4 milioni consentendo alle aziende di aumentare il parco mezzi di circa 200 unità noleggiando bus turistici, Ncc e taxi. Peccato che siano 2900-3000 i bus che circolano ogni giorno in regione. Difficile raggiungere il 50% della capienza.

VACCINIAMOCI DAL MENEFREGHISMO - Isolati in famiglia, mai più un mese perso per la politica

Prima del vaccino anti-Covid, vacciniamoci dal menefreghismo. Tipo: mai più un mese perso in ghirigori politicisti per mettere a punto la giunta regionale. «Il virus non aspetta i comodi della politica, quando comincia a far paura è già troppo tardi», dicono gli esperti. Tant’è che mentre c’era da prendere decisioni cruciali per scongiurare la seconda ondata, in Toscana le correnti del Pd e Italia Viva litigavano per gli assessorati.
Ma gli esperti mettono in guardia anche i cittadini: «L’utilizzo corretto della mascherina è uno dei maggiori fattori di prevenzione. E mi spiace doverlo dire, ma la gente non ha ancora capito che se la abbassi anche solo un attimo o se la tieni sotto il naso non serve a niente. In una recente intervista sono addirittura arrivato ad invocare la repressione», dice Bonanni. Mentre Menichetti ricorda come uno dei luoghi di maggior diffusione sia la famiglia. «Ogni famiglia deve valutare le proprie dinamiche. C’è chi lavora in ospedale e forse dovrà pensare se sia il caso di isolarsi in casa. Chi ha i bambini a scuola dovrà pensare di ridurre il proprio raggio di frequentazioni».

PIU' USCA E MENO OSPEDALI PROVVISORI - Così meno morti e si curano meglio i malati, anche i no covid

Potenziare la medicina del territorio per alleggerire la pressione sugli ospedali. Per la seconda volta, la Toscana è stata costretta a stoppare le prestazioni non Covid negli ospedali (visite, esami, interventi chirurgici programmati) per evitare il collasso. Non solo. In regione si è raggiunto lo stesso picco di occupazione dei posti letto occupati nelle terapie intensive di aprile e si è superato quello delle aree mediche. Il numero dei morti registrato negli ultimi due mesi è perfino maggiore di quello delle vittime prodotte fino al 20 settembre: 1.411 contro 1.152. «Ma per alleggerire la pressione sugli ospedali non servono gli ospedali provvisori come il Creaf a Prato, piuttosto potenziamo le Usca», dice Menichetti. La Toscana fino a metà ottobre ne aveva 60, una ogni 61 mila abitanti. Ora ne ha 150, una ogni 24mila. Ne serve almeno una ogni 10-15 mila. «Il modello è quello dell’Emilia Romagna. Le squadre di medici potranno seguire a casa i malati, curarli con terapie precoci ed evitare l’assalto nei pronto soccorso e inviando al ricovero chi ne ha davvero bisogno. Così potremo continuare ad occuparsi anche dei malati Non Covid». —