Senza lavoro e senza ristoro: il governo ignora le ditte di forniture alberghiere

Il settore che cola a picco nel silenzio. Il racconto del titolare della Mei Alberghiera che si occupa di forniture per alberghi, ristoranti e lavanderie industriali

Senza lavoro e, almeno per ora, senza ristoro. Questa è la situazione, nei giorni in cui la Toscana diventa arancione, della mia piccola azienda, la Mei Alberghiera, che si occupa di forniture per alberghi, ristoranti e lavanderie industriali. Un’attività che porto avanti insieme a mio fratello Alberto, e che aveva avviato mio nonno addirittura nel 1924, quando cominciò a vendere la biancheria alle strutture ricettive.

Oggi abbiamo la sede a Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia, e trattiamo piatti, bicchieri, posate, pentolame e accessori, tutti destinati all’uso professionale. Siamo anche rappresentanti di varie aziende, sempre rivolte a quello che si chiama il settore Ho.re.ca. Siamo in tutto e per tutto parte della filiera di ristoranti e alberghi, i nostri prodotti sono destinati esclusivamente a queste attività. Da marzo il nostro piccolo mondo, fatto di rapporti quotidiani con la clientela, di ordini, di consegne con il furgone, è stato travolto. Il fatturato ha subito un tracollo. A marzo e aprile siamo rimasti chiusi, a maggio abbiamo riaperto per dare un segnale di presenza, e solo nei mesi estivi c’è stata una timida risalita nelle vendite. Una risalita lontana dalle annate migliori, o da quelle normali, ma ce lo aspettavamo. Oggi, dopo un settembre debole e un ottobre debolissimo, ci troviamo con i nostri clienti chiusi al pubblico, e quindi senza richieste da parte loro.


È una situazione che non riguarda solo noi: in Toscana ci sono parecchie decine di ditte, alcune molto più grandi della nostra, che svolgono il nostro lavoro. In questi giorni abbiamo parlato con molti colleghi, da Morini di Arezzo, che ha 50 dipendenti, ad Altobelli di Grosseto, da Lippi e Le Mann di Firenze a CFA Community di Lucca, da Merlini di Cecina a IPIB di Siena, fino ai nostri vicini della Montecatini Professional, che trattano grandi impianti. Solo in Valdinievole, per dare un’idea, ci sono una decina di aziende del settore. Tutti ci hanno detto le stesse cose, tutti vivono la stessa preoccupazione: come faremo a pagare i costi fissi e gli stipendi dei dipendenti senza fatturare e senza che per noi sia stato previsto un aiuto? Già, perché il fatto è questo: né il decreto Ristori, né il Ristori bis, prevedono, almeno al momento, fondi per le aziende come la nostra. Nessuno ci obbliga a chiudere, ma dovremo farlo, almeno temporaneamente, perché sarebbe impossibile tenere aperte le porte aspettando clienti che non arriveranno. Le associazioni di categoria, che abbiamo sollecitato, nei prossimi giorni si muoveranno chiedendo che le attività della filiera dell’Ho.re.ca. vengano inserite tra i beneficiari dei ristori, anche se non esistono codici Ateco specifici. Tecnicamente siamo commercianti all’ingrosso di prodotti non alimentari, o agenti di commercio, ma di fatto gli unici clienti che abbiamo in questo momento non hanno bisogno di noi, perché sono chiusi al pubblico.

Nei mesi scorsi abbiamo inserito in listino dispositivi di protezione, schermi in plexiglass, gel igienizzanti, i prodotti che servivano ai ristoranti e agli hotel per lavorare in sicurezza, ma ovviamente non potevamo mantenere le nostre aziende con questa piccola porzione del lavoro. Quello che chiediamo, comprendendo la ragione tragica e superiore per cui vengono attuate le restrizioni, è che lo Stato non si dimentichi di noi. Sappiamo bene che qualunque forma di ristoro non basterà a sostituire il lavoro abituale, ma ci darà una mano ad arrivare al giorno in cui le occasioni conviviali torneranno a essere un momento felice e non saranno viste come possibile rischio di contagio. La nostra preoccupazione è di rimanere a galla, la mia e quella di mio fratello in particolare è mantenere in vita un’attività fondata da nostro nonno e condotta per decenni da nostro padre, che è ancora nostro socio. Lo dobbiamo a loro e lo dobbiamo ai nostri due dipendenti e alle loro famiglie.


 

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