Giani scrive al ministro: «Alt alla vendita di Mps, in ballo il destino di 6mila dipendenti»

Il governatore scrive a Gualtieri: lo Stato blocchi per 2 anni l’operazione. Con la pandemia l’impatto di una cessione sull’economia e sul personale sarebbe drammatico

FIRENZE. Lo «Stato continui a tenere le quote della banca». E consenta al management del Monte dei Paschi di «proseguire il lavoro di risanamento». Insomma, il Tesoro continui a tenere i piedi a Palazzo Salimbeni, non ceda le proprie azioni e stoppi per almeno 2 anni il decreto che ha dato il via libera alla nuova privatizzazione così come chiedono la Banca centrale europea e la Ue. Eugenio Giani non la nomina mai, parla di «boatos», rumors, ma è chiaro che le sue preoccupazioni sono rivolte alle indiscrezioni degli ultimi giorni sulla possibilità che Mps finisca nelle mani di Unicredit. Sull’operazione ormai circolano conferme e smentite, nulla di rassicurante però per i tagli «inevitabili che comporterebbe una fusione, perché in questo momento, con la pandemia - dice il presidente - l’impatatto sui dipendenti rischia di essere drammatico». Tanto che una settimana fa i boatos hanno convinto i sindacati a lanciare l’allarme. Per questo il governatore ha deciso di scrivere una lettera al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Chiede un incontro urgente. Perché una cessione comporterebbe «un forte impatto negativo sulla vita economica e sociale della Toscana in un momento così difficile».

L'operazione potrebbe avvenire entro l'approvazione del bilancio 2021, quindi nei primi mesi del 2022. E «un cambiamento così importante degli assetti della banca impatterà sulla nostra regione in maniera significativa, sia sotto il profilo occupazionale per i prevedibili tagli che qualsiasi ipotesi di aggregazione porterebbe con sé, sia sotto il profilo dell'accesso al credito per il sistema produttivo toscano». Giani sa di non poter dire che il Monte è una banca perfettamente in salute. In fondo appena il 5 novembre scorso ha dichiarato una perdita di 1,53 miliardi accumulata nei primi 9 mesi del 2020, a fronte di un utile dichiarato nello stesso periodo del 2019 di 187 milioni. E sa che ormai non esiste più il Babbo Monte, né tanto meno il «groviglio armonioso», quell’impasto fra politica e finanza che per anni ha determinato i destini di una città (Siena) e una regione.

Perché la politica locale sta facendo la guerra alla banca, vissuta ormai come matrigna. La Fondazione, di fatto estromessa, minaccia un contenzioso con la richiesta da 3,8 miliardi di risarcimento che potrebbe incrinare un processo di “salvataggio”. Per questo il governatore si dice pronto a «un percorso concertato», che possa «portare il presidente della Regione a svolgere anche una funzione di incontro, di dialogo» fra Comune, Provincia e istituto. Insomma, Giani proverà a fare da tessitore con l’idea di fornire a Gualtieri una proposta comune. A chi gli chiede se sia favorevole a una ipotesi di conversione almeno parziale della richiesta della Fondazione in azioni Mps, insomma a un ritorno all’armonia, Giani risponde: «È un disegno affascinante», ma «non sono in grado, prima delle interlocuzioni con Roma, di potermi impegnare».

Certo, per il governatore è inaccettabile una vendita, il Monte fa parte della storia toscana dal 1472, e ora rischierebbe di risultare solo una svendita. Ha parlato con la dirigenza. E se anche metà dei boatos, poi smentiti dal Mef, sul piano proposto a Unicredit fosse vera, farebbe tremare i polsi. Unicredit acquisirebbe con una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi e 6.000 esuberi. E a tremare, oltre a molte filiali, sarebbe anche la sede centrale, dove oggi lavorano 2000 persone. Per questo dice di fidarsi della nuova dirigenza, della presidente Patrizia Grieco e dell’ad Guido Bastianini: «Stanno facendo un percorso di risanamento, e fra due anni allora la banca sarà anche più appetibile sul mercato».