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Coronavirus in Toscana, l'assessore alla sanità: «Emergenza fino a maggio, ecco cosa potenzieremo»

Il neo assessore regionale alla sanità Bezzini illustra la strategia per sconfiggere il virus. 20mila tamponi al giorno da subito, 50mila test rapidi alla settimana, tre centrali di tracciamento e più Usca. «Ma non ci sono medici e infermieri»

FIRENZE. In una decina di giorni, si dovrebbero raddrizzare un po’ di cose. Riprendere il controllo del virus. Del tracciamento del contagio da coronavirus, dice Simone Bezzini, neo assessore regionale alla Salute. Si dovrebbe arrivare a 20mila tamponi al giorno. Soprattutto si dovrebbero distribuire, ogni settimana, i 50mila tamponi veloci: oggi se ne fanno solo un migliaio al giorno. Poi si dovrebbero attivare le 3 centrali di tracciamento delle persone entrate in contatto coi contagiati, si dovrebbero creare almeno altre 20 Usca (le unità per l’assistenza domiciliare dei pazienti) e si dovrebbero anche attivare posti letto per pazienti Covid nelle case di cure private. Tutto per evitare il collasso della sanità che questa volta dovrà reggere un’onda d’urto da pandemia lunga 6 o 7 mesi. Fino ad aprile o maggio.

Assessore Bezzini, aumenta la curva del contagio, ma crescono di pari passo due problemi: garantire ai cittadini i tamponi e i risultati dei test in 48 ore; assicurare il tracciamento delle persone entrate in contatto con chi è positivo. Come pensa di farcela la Regione?


«Non posso negare che quando ci siamo insediati avevamo un arretrato importante nei tamponi e avevamo alcune difficoltà a gestire l’organizzazione dei test. Oggi una parte importante dell’arretrato è stata smaltita grazie alla capacità aumentata di fare tamponi: siamo arrivati a garantirne oltre 17mila venerdì; sabato più di 16mila. E stiamo crescendo nella capacità di esaminarli. Ho dato indicazioni alle strutture affinché nei prossimi 10 giorni si superino i 20mila tamponi al giorno di varia tipologia in modo da ridurre al massimo i disagi per i cittadini».

La soluzione sarebbero i tamponi veloci. Ma in Toscana, segnalano gli infettivologi, i tamponi veloci esistono solo sulla carta.

«In realtà ci sono, come si vede nei report quotidiani della Regione. Ma sono pochi: poco più di un migliaio al giorno. I tamponi molecolari sono ancora la stragrande maggioranza anche perché per gli altri ci sono questioni tecniche ancora da mettere a punto. Comunque abbiamo consegnato 8mila tamponi veloci alle Rsa 48 ore fa. Del resto, questi test, come precisato nell’ordinanza del presidente della Regione, devono essere 50mila a settimana per Rsa, medici di famiglia e pediatri con cui è in corso in queste ore un confronto per raggiungere un accordo. Se raggiungeremo un’intesa, con i medici di medicina generale il ritmo di utilizzo dei tamponi veloci potrà crescere ulteriormente».

Resta, però, sempre il problema di individuare le persone entrate in contatto con chi è positivo. Oggi il tracciamento è fuori controllo.

«Il problema è serio. Il sistema di tracciamento che aveva funzionato a primavera, nella prima fase della pandemia, affidato ai dipartimenti della prevenzione delle Asl, era tarato sui 300/500 casi di contagi al giorno. Da un mese, con l’impennata dei positivi (ora sempre sopra i 2300) c’è una grandissima difficoltà a reggere il passo del tracciamento con il ritmo del contagio. L’assessora regionale alla Protezione civile Monia Monni sta lavorando per allestire, negli spazi fieristici di Firenze, Arezzo e Carrara, le 3 centrali operative per “industrializzare” il processo di tracciamento dei casi positivi e dei loro contatti. Dovrebbero essere operative in 7-8 giorni. Infatti in queste ore è in corso una procedura di reclutamento di 500 operatori da impiegare in queste centrali. Le 500 lettere di reclutamento sono già state spedite scorrendo le graduatorie che ci ha fornito la protezione civile nazionale. Noi stiamo lavorando per alzare al massimo la sostenibilità del sistema, ma è chiaro ma la curva del contagio bisogna che pieghi verso il basso».

Come lavorate per alzare la sostenibilità del sistema sanitario ed evitarne il collasso?

«Partiamo da una considerazione: questa nuova emergenza non finirà in 3 settimane. Durerà fino ad aprile maggio. Perciò se non vogliamo avere l’acqua alla gola in modo permanente dobbiamo organizzare tutta la filiera della prevenzione e dell’assistenza. Dopo i tamponi e il tracciamento, dunque, dobbiamo potenziare le Usca, le unità operative di assistenza domiciliare. Dieci giorni fa, ne avevamo 60; ora ne ce sono già 97. Per crearne di nuove ci vogliono medici: uno per ogni unità. La protezione civile ci ha fornito un elenco di 93 medici per verificarne la disponibilità. Scorrendo queste graduatorie, contiamo nei prossimi dieci giorni di creare almeno altre 20 Usca (stima prudenziale) dotate di tutte le attrezzature e gli strumenti per seguire il paziente a casa, in modo da evitare alcuni ricoveri. Il problema, però, è che le Usca sono unità mobili: si spostano per andare dai pazienti. E quindi non riescono ad assistere più di 7-8 persone al giorno. È per questo che gli alberghi sanitari diventano sempre più necessari».

Perché?

«Gli alberghi sanitari sono strutture dove collocare i pazienti con sintomi lievi. Le Asl hanno già pubblicato i bandi per individuare entro la prima metà di novembre strutture ricettive da utilizzare a questo scopo, dopo una concertazione tenuta con le associazioni di categoria. Intanto, grazie all’assessorato di Monia Monni è in corso un monitoraggio della protezione civile per capire se c’è anche qualche struttura pubblica ricettiva vuota da impiegare come albergo sanitario: è ovvio che se concentriamo 50 persone in un’unica struttura, la produttività delle Usca sale all’ennesima potenza non dovendo spostarsi».

Non sempre, però, i pazienti hanno sintomi lievi. E sempre più spesso i ricoveri sono inevitabili, anche se non in terapia intensiva.

«Noi siamo di fatto nella fase 3 dell’emergenza (che scatta a 1300 ricoveri: a ieri erano 1279). La Regione ha già inviato una lettera per autorizzare le Asl a riconvertire i piccoli ospedali in tutto in parte in strutture di cure intermedie, luoghi-cuscinetto rispetto al ricovero. La cura intermedia è una via di mezzo fra l’albergo sanitario e l’ospedale: si consente la permanenza di un paziente (in entrata o in uscita da un ospedale) per 7/8 giorni liberando un posto letto in reparto. In più le Asl stanno riaprendo le “bolle Covid” (i reparti per soli contagiati).

Non siamo ancora al livello 4 di allerta (intorno ai 1500 ricoverati) che è il livello del 4 aprile 2020, anche se ci arriveremo a metà settimana con questo ritmo, ma il sistema sanitario è già in grandissima sofferenza perché, a differenza della scorsa primavera, continuano quasi tutte le attività sanitarie. In aprile, quando eravamo a 1500 ricoverati per il coronavirus, la Regione garantiva, oltre all’assistenza Covid, solo le urgenze e le terapie oncologiche».

Pericoloso pensare di sospendere per mesi tutta l’attività sanitaria ad eccezione del Covid o delle emergenze.

«Ancora oggi noi manteniamo , oltre all’assistenza Covid, le varie attività sanitarie, comprese quelle ambulatoriali che vorremmo salvaguardare specialmente se collocate in strutture non Covid. E garantiamo pure le attività di chirurgia programmata. È, però, già iniziata da alcuni giorni, con differenza da Asl ad Asl, in base alla pressione dell’infezione che non è uguale in tutte le zone, la rimodulazione di queste attività. Ma siamo ancora in una fase in cui convivono ancora le varie attività (Covid e non Covid). Solo che convivendo tutte le attività si sta creando questa pressione enorme sulla nostra sanità. Se la situazione si complicasse e dovessimo tornare al blocco adottato nella prima fase della pandemia, potremmo reggere solo pochi giorni, forse alcune settimane a garantire esclusivamente l’attività oncologica. Non potremmo reggere fino a giugno».

Ma dove pensare di trovare tutti i posti letto che vi servono per i pazienti?

«Contiamo anche di intensificare, soprattutto nell’Asl Centro (Firenze, Prato, Empoli, Pistoia), in particolare nell’area fiorentina, la collaborazione con le case di cura private: ci sono intese in corso di definizione per mobilitare il privato per i ricoveri Covid».

Inutile avere posti letto se, però, non c’è il personale.

«Questa è l’altra nota dolente. Abbiamo difficoltà a reperire il personale. Anche scorrendo le graduatorie. In alcuni casi sono esaurite. Dove non sono esaurite ci sono altre difficoltà tecniche. Prendiamo, ad esempio, la graduatoria degli infermieri. Abbiamo 800 nomi disponibili per 400 posti da coprire. Perché i candidati non hanno risposto alla chiamata? Perché molti lavorano in strutture. E prima di andarsene devono dare un preavviso. Quindi non arriveranno prima di 25 giorni. Quindi il tema è che magari il personale sulla carta c’è ma non può essere assunto con la rapidità di prima.

Per i medici, poi, scontiamo anni di blocco nelle assunzioni. E comunque anche avere nomi e testare la disponibilità non significa avere la garanzia di risposte affermative».