I medici toscani stremati: «Ridurre subito l’attività no Covid o salta tutto»

Cresce il fronte di chi accusa la Regione di aver perso tempo e di non prendere le decisioni necessarie per gli ospedali. I numeri aggiornati dei posti letto occupati nei reparti Covid ordinari e nelle terapie intensive

FIRENZE. Un serpentone di ambulanze cariche di malati o sospetti positivi al Covid, quasi fossero il presagio di qualcosa che abbiamo già visto. Mezzi e uomini in tute anticontaminazione fermi per ore, uno dietro l’altro, questa volta in attesa di consegnare un fardello di paure a un posto letto che non c’è. Una colonna dell’emergenza bloccata alle porte del reparto d’emergenza. Risucchiata in un paradosso. Pisa, Cisanello. Toscana. Lo stesso ospedale da dove martedì sera Paolo Malacarne, primario della Rianimazione del padiglione 31, alla fine di una giornata in corsia, si siede al pc e lancia un allarme e un j’accuse. Alla direzione, ma anche ai tecnici regionali e alla politica. A chi ha avuto mesi per agire ed è rimasto inerte. A chi ancora tentenna. «Questa notte verso l’1 sono sceso in consulenza al pronto soccorso in area Covid per valutare una malata – scrive in un post - stava peggiorando nella respirazione a causa della sua polmonite. Era in barella in attesa di ricovero (“in destino”, come si dice in gergo) da 36 ore». È stata ricoverata dopo 48.

Ecco quella foto e quel post sono diventati la punta di un iceberg, il culmine, magari un po’ mediatico, di un alert che da giorni scuote i reparti Covid della Toscana per la crescita esponenziale dei ricoveri, ormai diventati 1.007 in tutta la regione. Ma soprattutto per reparti ormai al lumicino. Primari, medici e rianimatori così ormai accusano apertamente la Regione di aver perso tempo quando i policlinici avrebbero potuto prepararsi alla seconda ondata e di continuare a farlo anche ora che l’onda è davvero arrivata.



Un fronte sempre più folto che di fatto chiede di aprire nuovi reparti dedicati alla cura del virus e soprattutto di varare un lockdown della sanità No-Covid. «È come se fossimo ad una partita di calcio in cui la nostra squadra si ritrova a giocare in 9 e con un allenatore con le idee un po’ confuse, senza nessun sostituto in panchina. Siamo in inferiorità numerica. E sembra che la preoccupazione principale di politici ed amministratori sia quella di non ridurre alcuna altra attività sanitaria (vedi tutti gli interventi chirurgici). Il risultato è che il personale è costretto ad un super-lavoro, non ha adeguati riposi ed è nuovamente sottoposto ad uno stress lavorativo estenuante, già vissuto in passato», scrive Luigi De Simone, primario dell’area Covid al Santa Chiara di Pisa e presidente dell’Aaroi-Emac, il sindacato di rianimatori e anestesisti della regione, in una lettera firmata da altri quindici specialisti. Un documento durissimo, perché accusa i vertici regionali di «essersi» fatti sfuggire i medici da assumere ed esserseli fatti soffiare da altre regioni a causa di intoppi burocratici. E a fronte delle carenze, «senza pensare allo stress e alla stanchezza, aver chiesto ai rianimatori di riprendere e incrementare l’attività chirurgica con un numero esagerato di sedute operatorie aggiuntive».



Insomma, se a primavera in trincea c’era gente disposta a dare il massimo in nome della lotta al Covid, c’erano gli “eroi”, ora ci sono donne e uomini provati, ma costretti a un superlavoro. Lo dicono i numeri. In regione sono 877 i ricoverati in degenza ordinaria su 955 posti attivi, 130 in terapia intensiva su 155 letti, con tassi di occupazione del 91 e dell’83%. Ma ci sono padiglioni esauriti. A Livorno, sono impegnati tutti e 8 i posti di terapia intensiva, a Massa e a Lucca tutti i 28 in funzione. Ecco, a stare alle linee guida del ministero della Salute, una volta oltrepassato il 30% di occupazione dovrebbe scattare un primo allargamento. Per Malacarne almeno all’80% della capienza. In realtà un piano d’emergenza esiste. Messo nero su bianco nell’ultima ordinanza sulla riorganizzazione sanitaria. Prevede l’attivazione delle aree Covid in cinque fasi, ma solo dalle terza, una volta superati i 1.300 ricoveri in tutta la regione, scatta la prima rimodulazione. Dopo i 1500 posti occupati si parla di una prima sospensione dei ricoveri differibili e taglio alle operazioni. Solo a 2.000 scatta il vero lockdonw della sanità No-Covid.

Il guaio è che la distribuzione dei malati non è omogenea e «la seconda ondata è ancora più grave della prima – dice Carlo Nozzoli, direttore dell'Emergenza Urgenza a Careggi - Registriamo 12 nuovi accessi ogni giorno. Sta bruciando tutti gli step». «Questa pandemia ci ha aggredito in modo feroce e non tutte le strutture sono allineate in tempo reale con i fabbisogni - dice Massimo Santini, direttore del pronto soccorso a Pisa - Questo perché è venuta meno l’assistenza domiciliare delle Asl. Non per cattiva volontà, ma perché il numero dei pazienti è preponderante rispetto al numero delle risorse».

Certo, il sistema è concepito a fisarmonica. La Toscana, dice il piano d’emergenza, nel giro di 120 ore può attivare sale operatorie, convertire reparti, ricorrere ai vecchi ospedali e a quelli privati giungendo a 6.589 posti Covid totali, 643 in rianimazione e 5.946 ordinarfi. «Ma non c’è più tempo – dice Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive a Pisa – L’attività no Covid va ridotta subito. Rinunciamo a ernie, interventi di ortopedia, alla chirurgia rinviabile e impieghiamo quel personale su nuovi reparti. Rischiamo di farci travolgere. Non era difficile prevederlo. Dispiace doverlo dire, ma la direzione del dipartimento regionale è mancata, è mancato il decisore tecnico e quello politico». Per ora nessuna nuova ordinanza in vista. «C’è una scaletta ben definita», dice Simone Bezzini, assessore alla sanità. Eppure già ieri Asl e aziende ospedaliere, dopo la rivolta dei “ribelli”, hanno cominciato a ordinare le prime vere «rimodulazioni». E anche dagli uffici del dipartimento di sanità confermano: «È verosimile che si debba ricorrere alla rimodulazione/sospensione dell'attività chirurgica per liberare altri posti».

Nessuno vuol più sentirsi addosso la responsabilità di quell’epigrafe lasciata da Malacarne nel suo post: «Il fallimento nella preparazione è la preparazione al fallimento». —


 

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