Come vengono curati oggi i malati Covid in Toscana: il percorso dei pazienti e i farmaci usati

L'identikit dei pazienti che finiscono all'ospedale: "Ora nelle terapie intensive la media d’età è di 55 anni"

FIRENZE. Lì, anche nella prima linea delle cure, dove il confine fra la vita e la morte è labile, il virus sta trascinando anche i più giovani. Anche nelle terapie intensive «la media d’età è di 55 anni», dice Adriano Peris, direttore delle Rianimazioni a Careggi. Ma i «più gravi restano sempre gli over 75». Sono gli anziani, quasi sempre, a pagare il prezzo più alto della pandemia. Certo, la seconda ondata ha cambiato l’identikit dei pazienti ricoverati. E non solo per le caratteristiche anagrafiche, ma anche perché per fortuna «non c’è più il rumore di fondo sulle terapie che spesso ci ha portati fuori strada o in vicoli ciechi», dicono gli esperti. Qual è il profilo di chi viene ricoverato? Chi finisce in terapia intensiva? E come vengono curati, dopo nove mesi, i pazienti in ospedale? Ecco, abbiamo provato a chiederlo a chi sta sul campo da mesi, e cioè a Peris, a Carlo Nozzoli, direttore dell’Emergenza urgenza a Careggi, e a Fabio Guarracino, direttore del dipartimento Anestesia e Rianimazione a Pisa.

E tutti sono d’accordo: sui farmaci la pratica clinica ha sgombrato il campo da molti abbagli e qualche “innamoramento”. «Sono ormai tre, anzi quattro, i farmaci utilizzati per curare i malati di Covid: il cortisone per tamponare l’infiammazione ai polmoni, l’eparina come anti-coagulante, dato che ormai è chiaro che il virus genera trombosi, e il Remdesivir, l’unico antivirale che si sia rivelato efficace», dice Nozzoli. Oltre, ovviamente «all’ossigeno», che resta un caposaldo. Anzi, il discrimine fra il ricovero e l’assistenza domiciliare. «Se fino a dieci giorni fa davamo un posto in ospedale anche a chi poteva farne a meno, adesso non è più così», dice Nozzoli. Ma nessuno, nei grandi policlinici, usa più l’idrossiclorochina o il Tocilizumab, il farmaco usato per curare l’artrite che per mesi era sembrato una delle chiavi terapeutiche per provare a guarire dal virus.

Ma «facciamo chiarezza – aggiunge Peris – Il virus non è cambiato, non si è indebolito. Se è molto più frequente un decorso positivo della malattia è perché abbiamo imparato a intervenire precocemente e con appropriatezza». Rispetto alla prima ondata, dice Guarracino, anche la maggioranza dei malati che è necessario trasferire in terapia intensiva non ci arriva con un quadro compromesso. «Si è rovesciata la proporzione. Adesso sono di più i pazienti che ricorrono alla ventilazione con il casco rispetto a quelli per cui è necessaria l’intubazione». E soprattutto, alla «pronazione». Una delle pratiche invasive e più drammatiche, che costringe i rianimatori a girare a pancia in giù i malati, sedati e intubati per 16 ore consecutive, per poi riportarli supini per alcune ore e di nuovi proni. Può andare avanti per giorni, senza essere certi di poter uscire dall’abisso. «Più rapido invece il decorso di chi ricorre solo alla ventilazione – dice Guarracino – In quel caso, anche dopo 5 o 6 giorni un paziente può venir trasferito in un reparto a più bassa intensità». Fra i giovani chi rischia di più? «I pazienti fra i 40 e i 50 anni con malattie cardiovascolari e obesi - dice Nozzoli - hanno molte più probabilità di finire in area critica». —


 

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