Nuova giunta regionale: occuparsi di problemi, non di posti

Simone Bezzini e Stefania Saccardi

Il commento. Ora il Pd si concentri sul malessere delle periferie e sulle disparità tra territori

La giunta varata a rate dal presidente Eugenio Giani è finalmente in carica al gran completo da ieri mattina. Assegnate anche le deleghe. Anzi no. C’è ancora da mettere a posto qualche tassello del risiko del potere regionale, come l’inedito sottosegretariato alla presidenza promesso a Gianni Anselmi (Pd). Pirandellianamente così è, se vi pare.

Su questo giornale Cristiano Meoni ha già stigmatizzato ieri la proliferazione delle poltrone per assecondare gli appetiti dei commensali della maggioranza regionale. Vale la pena soffermarsi però sull’assessorato conquistato dalla renziana Stefania Saccardi; ora è ufficiale: agroalimentare, caccia e pesca, aree interne. Deleghe pesanti, senza dubbio, specie in una Toscana così ricca di biodiversità. Ma la Saccardi lascia alle sue spalle la sanità, l’assessorato che in ogni regione è fulcro di poteri e di interessi. In tutti i sensi. Ancora più nel pieno dell’epidemia di Covid 19. È stata una brava ed efficiente assessora alla sanità, la Saccardi? Se la risposta dovesse tendere al positivo, perché non riconfermarla in quella delicata delega? Avrebbe potuto agire in continuità con i mesi precedenti. L’obiezione - lo so - è pronta: Italia Viva, cioè l’attuale partito della Saccardi, con un risicato 4 e mezzo per cento non poteva certo pretendere anche l’assessorato più pesante. Che va infatti al dem Simone Bezzini. Così in ossequio all’intramontabile manuale Cencelli, con un corto circuito tra competenza e appartenenza, si consuma la transumanza dai posti letto e dalle vaccinazioni verso le vigne e i cinghiali.

Nell’arrogante gioco delle poltrone, in cui Matteo Renzi è abile player, Giani ha mostrato come sempre pazienza, disponibilità alla trattativa, capacità di mediazione. Qualità note, necessarie ma non sufficienti per governare bene la Toscana. Infatti se pure il Pd è tornato a essere il primo partito in tutte le province della regione (e ben primo in Italia con il 35 per cento dei consensi), restano aperte tutte le questioni che alla vigilia del voto di settembre rendevano contendibile la Toscana. Salvini e Susanna Ceccardi hanno perso. Ma il gruppo dirigente del Pd nelle sue varie articolazioni post-renziane e zingarettiane non può continuare a ignorare il malessere delle periferie urbane e sociali dove le diseguaglianze sono laceranti. Le disparità tra zone interne e aree costiere si sono accentuate. Zoppica persino Pisa, dopo Livorno, Piombino, Massa e Carrara. Nelle ore in cui il neo-governatore entrava vincitore a Palazzo Strozzi Sacrati, ad Arezzo il centrodestra si riprendeva il Comune. Come spesso accade, dopo una vittoria ci si concentra sulla spartizione dei posti di potere. Con il rischio di perdere di vista l’interesse generale. Mentre il governatore si pone l’obiettivo di essere il sindaco della Toscana, qual è l’orizzonte progettuale del Pd? Sarebbe un azzardo dover aspettare i prossimi cinque anni per una risposta convincente.

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