Duemila anni dopo ecco Nesos, il vino che sposa il sale del mare

L’azienda elbana di Antonio Arrighi ha riscoperto un’antica lavorazione delle uve: «I grappoli stanno cinque giorni immersi, poi nella terracotta. Così l’Ansonica dà il meglio» 

L’esperimento

Grazie al Nesos, un esperimento mutuato dall’antichità, Antonio Arrighi sta facendo girare nel mondo il saper fare della sua isola.


Discendente di famiglia di albergatori, Arrighi entra in cantina a 14 anni. Negli anni Sessanta, in pieno boom economico, il nonno costruisce una serie di alberghi a cui era destinata la totalità dei vini dell’azienda agricola. Una realtà che dagli anni Ottanta trova nuova linfa in Antonio e nel suo desiderio di realizzare etichette di qualità. Idea che si concretizza nei primi anni Novanta nel reimpianto di vitigni autoctoni. Una sperimentazione durata un decennio, culminata in nuove colture che hanno trovato casa in un clima non facile, attraversato da siccità e forte ventilazione. Otto su 15, gli ettari coltivati a vite in antichi terrazzamenti di muri a sasso, in cui la tradizione va a braccetto con l’innovazione. Alla prima appartengono le etichette da vitigni autoctoni come l’ultimo nato, il Nesos, un bianco da Ansonica vinificato in parte sotto l’acqua del mare e in parte in terracotta. Abbracciano invece l’innovazione quelle da vitigni alloctoni che si sono adattati al clima isolano.

«L’obiettivo principale – spiega Arrighi – è produrre qualità rispettando le nostre tradizioni pur senza rinunciare alle sperimentazioni». Fiore all’occhiello di una piccola azienda familiare, composta da tre dipendenti che in periodo di vendemmia arrivano a otto (circa 400mila euro l’ultimo fatturato per 40mila bottiglie) è il Nesos, anche noto come vino marino. Insieme al prof Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura dell’Università degli Studi di Milano e ad Angela Zinnai e Francesca Venturi del corso di Viticoltura ed Enologia dell'Università di Pisa, Antonio Arrighi ha riportato in vita una modalità antica di vinificazione che immerge i grappoli in mare. Lo facevano a Chio, piccola isola dell’Egeo orientale oltre duemila anni fa.

E Arrighi che da oltre dieci anni sperimentava e faceva maturare il suo nettare nelle anfore di terracotta di Impruneta, decise di provarci.

«Come i vini di Lesbo, Samos o di Thaso, quello di Chio era dolce e alcolico, unica garanzia per sopportare i trasporti via mare – spiega Arrighi - ma aveva qualcosa che gli altri vini non avevano, un segreto che i produttori di Chio custodivano gelosamente e che lo rendeva particolarmente aromatico: la presenza del sale inglobato durante l’immersione in mare dell’uva chiusa in ceste, con lo scopo di togliere la pruina dalla buccia ed accelerare così l’appassimento al sole, preservando in questo modo l’aroma del vitigno».

L’Ansonica, un'uva bianca tipica dell’Elba, è caratterizzate da una buccia molto resistente che non subisce i 5 giorni in mare dove viene immersa a circa 10 metri di profondità, protetta in ceste di vimini realizzate sull’isola. Questo processo consente di eliminare parte della pruina superficiale, accelerando così il successivo appassimento al sole sui graticci, senza arrivare alla produzione di un vino dolce. Il passaggio delle uve successivo all’immersione, avviene in anfore di terracotta d’Impruneta. La presenza di sale nell’uva, con effetto antiossidante e disinfettante, ha permesso di provare a non utilizzare i solfiti, arrivando a realizzare, dopo un anno in affinamento in bottiglia, un vino estremamente naturale, molto simile a quello di 2500 anni fa. Dalla prima vendemmia del 2018 sono uscite 40 bottiglie, da quella del 2019 ne verranno commercializzate circa 200, richieste da tutta Europa (inclusa la Francia), Usa, Russia e persino India.