Aziende toscane in crisi da Covid: storie di 5 imprenditori al bivio

Centomila posti a rischio, ferme dal 4 maggio 20mila ditte. E 858 hanno cessato l’attività. Parlano gli imprenditori

Bar, ristoranti, hotel, parrucchieri, negozi di vario genere, piccole aziende. È uno stillicidio. L’emergenza sanitaria non ha guardato in faccia a nessuno. Pure in Toscana, ha fatto chiudere una marea di imprese, nessun settore escluso nel giro di qualche mese. Si dirà: facile previsione, durante la fase 1 (quello dell’isolamento), eravamo tutti chiusi in casa e tutto il Paese si era fermato. Però il dato ufficiale fa impressione e va al di là delle aspettative. Soprattutto perché molte aziende si stanno guardando intorno e hanno scelto di non riaprire subito. Con il lockdown del resto non è finita la crisi in molti settori: commercio, ristorazione e turismo in testa.

Risultano quasi la metà, per la precisione il 48,2%, le imprese toscane con 3 e più addetti (39mila su 82mila) ad aver sospeso l’attività. A dirlo è un’indagine Istat che ha raccolto direttamente dalle imprese le valutazioni in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19. Tra le 39mila imprese chiuse, poco più di 18. 200 (46,7%) ha ripreso l’attività a partire dal 4 maggio, quasi 20mila (51,1%) dichiara di riprendere l’attività tra il 4 maggio e la fine dell’anno, mentre 858 (2,2%) sono le imprese cessate o che non prevedono di riprendere le attività entro la fine dell’anno.

Chiuse per periodi inferiori, o per richiesta di deroga o perché comprese in dpcm con parziali riaperture settoriali, altre 15mila imprese. Dunque sono oltre 54.600 le imprese con un periodo di chiusura nella fase 1 pari al 67% di quelle attive in Toscana. Un quadro, questo dell’Istat, che si riflette anche nelle storie di imprese chiuse che raccontiamo in questo approfondimento: dei 6 imprenditori che abbiamo intervistato solo una ha cessato l’attività in modo definitivo; gli altri 5 aspettano nel breve o lungo periodo di ripartire.

Inquietanti, tuttavia, le previsioni Ires Cgil sui posti di lavoro che svaniranno. La Toscana perderà nel 2020 una quota di Pil compresa tra l’8,4% e il 12%, calo di poco superiore a quello stimato per l’Italia (8%-11, 6%). Ciò comporterà una perdita di quasi 100mila posti di lavoro. Questo è lo scenario peggiore. Particolarmente doloroso il capitolo delle donne. Sono loro ad aver subito più danni dall’emergenza sanitaria. «Più povere, più vittime di violenza in famiglia e è molto probabile che saranno obbligate a badare più alla famiglia che a cercarsi un lavoro nel futuro a breve»: così la coordinatrice regionale delle donne Cgil Barbara Orlandi. Le donne sono il 62% della forza lavoro in Toscana, il 49% in Italia. Le donne lavoratrici sono insegnanti e infermiere. Nei settori dell’istruzione e della sanità sono più del doppio degli uomini. Fanno le cameriere nei ristoranti, le pulizie negli alberghi, stanno dietro il bancone del bar. Ma fanno anche le guide turistiche e le commesse nei negozi. Nei settori turismo e commercio sono oltre la metà della forza lavoro. E sono proprio questi i settori ad aver sofferto di più, in termini di chiusure e perdite di posti di lavoro, durante l’emergenza sanitaria. –

Giovanni Biondi, albergatore a Montecatini
Cento stanze, 15 stagionali e la stagione saltata: «Conviene stare chiusi»

Giovanni Biondi dell'hotel Biondi di Montecatini

MONTECATINI. «I lavoratori mi chiamano in continuazione. Vogliono sapere se riapro. Sperano che la stagione non sia tutta da buttare, ma io non me la sento, meglio stare chiusi». L’Hotel Biondi di viale IV Novembre non riapre. Il direttore Giovanni Biondi, ultimo di una famiglia che da quattro generazioni lavora nel settore dell’accoglienza turistica, passa la mano. Non è un’estate “normale”. Il Covid-19 ha spazzato via tutto il turismo internazionale e non è con i pochi turisti italiani che si riaffacciano ora nella cittadina termale che si può far ripartire un albergo da 100 camere. Dice Biondi: «Ho 15 persone che lavorano per me. Sono tutti stagionali. Ora stanno prendendo la disoccupazione, non li richiamerò. La stagione è saltata. Spero di ripartire nel 2021».

Biondi non è soddisfatto dei provvedimenti governativi per la ripartenza. A suo avviso si poteva fare meglio? «Un esempio? Il fondo da 25mila euro dalle banche con la garanzia dello Stato. Io li ho chiesti e li ho pure ottenuti. Ma non ha molto senso incassare 25mila euro e poi ritrovarsi subito dopo con 15mila euro di bollette da pagare. Me ne restano 10mila». Biondi avrebbe voluto la possibilità di aprire un mutuo da 100mila da ripagare in 20 anni. «Quello sarebbe stato uno strumento utile per la ripartenza dopo l’emergenza sanitaria» invece niente. Allora – dice Biondi – meglio stare chiusi e dedicarsi alle manutenzioni: imbiancare, rifare i bagni e l’ingresso. Per il 2021. –

Mario Brotini, albergatore a Montecatini
Persi i maxi tour si cambia strategia: «Punto sugli italiani»

Mario Brotini, albergo Massimo D'Azeglio di Montecatini


MONTECATINI. «Io ci provo. Oggi riapro. Forse da Ferragosto il turismo un pochino riparte». Mario Brotini tenta la sorte. Non pensa certo che il Ferragosto possa portare chissà quale cambiamento, ma il suo albergo da 60 camere, l’hotel Massimo D’Azeglio di corso Matteotti, riapre i battenti e punta tutto sul turismo italiano. Tanto quest’anno niente visitatori stranieri. Brotini ha pure un’agenzia turistica, la Italy Tour. La utilizza per “attirare” i viaggiatori che arrivano a Montecatini da tutto il mondo. Ma dai primi di marzo in poi ha subito una disdetta dietro l’altra: «L’ultima da due gruppi da 40 persone provenienti dall’Ungheria. Dovevano venire a settembre ma hanno cambiato idea. Noi ci lavoriamo tanto con quel paese. Poi però anche gli ungheresi vedono la tv, leggono i giornali, si sono spaventati per la situazione in Italia e hanno deciso di cancellare il viaggio» racconta Brotini.

E allora che turismo italiano sia. «Non si può mica rimanere chiusi tutta la stagione. Bisogna almeno fare pari con le spese». E così l’Hotel Massimo D’Azeglio prova a riaprire cambiando strategia. Dice Brotini: «È estate e non sarà facile essere competitivi rispetto alle offerte di mare e di montagna. Poi non è che gli italiani siano meno esigenti degli stranieri. Magari non hanno grande interesse per gli ambienti eleganti, però quando si mettono a tavola vogliono il massimo». E l’Hotel D’Azeglio si sta attrezzando. –

Maurizio Censale, negoziante di ceramiche a Firenze
Saracinesca abbassata in attesa dell’autunno e dei turisti stranieri

Maurizio Censale del negozio B.C. di Firenze

FIRENZE. B. C. Si chiama così, con due iniziali, il negozio di ceramiche artistiche di via del Melarancio. È dietro piazza San Lorenzo, in pieno centro storico. Maurizio Censale però lo tiene chiuso da marzo e per il momento non ha intenzione di riaprire. Motivo? Dopo l’emergenza sanitaria non girano più i clienti stranieri danarosi. Spiega Censale: «Il turismo ora un po’ ha ripreso. Ma gli hotel a 5 stelle sono chiusi. Dagli Usa non arriva nessuno. In giro sono tutti italiani: hanno meno soldi in tasca degli stranieri. Allora preferisco stare chiuso».

Censale ha fatto due conti. Il suo negozio ha ceramiche prodotte a Montelupo Fiorentino, di alta qualità. Prezzi da 50 euro in su; gli italiani non se le comprerebbero mai. Così tiene chiuso, se ne sta nella sua casa di Torre del Lago in attesa di tempi migliori e ringrazia il proprietario del locale: «Menomale che il proprietario mi ha abbassato il prezzo dell’affitto. È passato da 1300 euro al mese a 500. Per me è una bella boccata d’ossigeno. Anche se a dirla tutta ho chiesto di darmi una mano solo a maggio, un po’ in ritardo, i mesi di marzo e aprile li ho pagati a prezzo pieno». Ora Censale spera nella ripresa di autunno: «A settembre e ottobre di solito vengono a Firenze i turisti del Nord Europa e hanno i soldi da spendere. Speriamo proprio che non arrivi la seconda ondata di infezione. Se arrivasse anche quella, non saprei proprio cosa fare», conclude il commerciante. –

Maria Spinella, titolare di un negozio di parrucchiera a Cecina
Fa un figlio e il lavoro diminuisce per il virus. «Costretta a stare a casa»

Maria Spinella era titolare di un negozio da parrucchiera

CECINA. «Non n’è valsa la pena di chiedere la riduzione dell’affitto. Ho preso e ho chiuso l’attività». È un difficile equilibrio quello di Maria Spinella. Ora vive tra gioia e disperazione. Parrucchiera da 18 anni. Madre di due figli: il secondo le è nato appena sei mesi fa. Fino a giugno tagliava i capelli e faceva la messa in piega a turisti e residenti in via Piemonte a Marina di Cecina. L’insegna fuori diceva Mary Style. E l’attività andava bene. Spinella l’aveva rilevata da una parrucchiera più anziana di lei. Ma oggi non taglia più i capelli. Il Covid-19 ha messo in difficoltà la sua attività.

Di più. Il proprietario del locale dove faceva la parrucchiera non avrebbe mai accettato un abbassamento dell’affitto. Lei lo sapeva e ha fatto prima. Non gli ha chiesto nessuna riduzione e a giugno ha chiuso l’attività. Certo. A prendere una decisione così importante ha contribuito pure la nascita del figlio. «È il secondo. M’è nato sei mesi fa. E ora preferisco fare la mamma a tempo pieno». Maria però non ne poteva più. Troppo alto l’affitto da pagare al proprietario del locale dove esercitava l’attività di parrucchiera. Il tutto chiuso dovuto all’emergenza sanitaria picchiava duro, la gente si tagliava i capelli a casa, e lei aveva bisogno di un affitto più basso. Ma niente. Non se l’è sentita di chiederlo. A suo avviso il proprietario del locale non avrebbe mai sentito ragioni. E così a giugno ha deciso di chiudere. Aiuti dal governo? «Ho avuto 1000 euro a fondo perduto e ho preso 1200 euro di bonus», dice Maria Spinella. Ma erano aiuti che servivano giusto per il breve periodo e poi c’era il figlio.

«Dopo la sua nascita, avrei dovuto prendere una persona per seguirlo mentre io ero al lavoro, ma allora tanto vale che sia io a rimanere a casa e a stare dietro a mio figlio», spiega Spinella. In conclusione? «Ora sto tra gioia e disperazione. Diciamo che me la faccio andare bene. In fondo c’è mio marito che lavora. Dal punto di vista finanziario non mi posso lamentare. E io posso aspettare. Chissà. Tra un poco, quando il mio figlioletto sarà più grande, magari potrò pensare di ricominciare a lavorare e aprire un negozio di parrucchiera da un’altra parte», termina Spinella. –

Leonardo Pellinacci, titolare del Boccaccio a Calcinaia
Luci e musica spente, al “Boccaccio” 130 dipendenti a casa

La discoteca Boccaccio

PISA. «La banca voleva la fidejussione personale e io ho interrotto la richiesta di finanziamento. Non ne valeva la pena e mi sono fermato». Il resort Boccaccio Club di Calcinaia, composto da albergo e discoteca, rimane chiuso. L’albergo non può riaprire. Quel finanziamento con garanzia al 100% dello Stato fino a 800mila euro non è decollato nonostante la tripla A. Per Leonardo Pellinacci, socio della Renegade srl che gestisce il resort di Calcinaia, la banca ha messo un paletto insormontabile per ottenere il finanziamento: una fideiussione personale. La banca non vuole problemi con lo Stato.

Se dopo aver concesso il finanziamento, l’impresa non restituisce i soldi perché non ha ricavi, la banca teme che lo Stato se la rifaccia con lei. E allora ha chiesto la fideiussione personale. Una richiesta inaccettabile per Pellinacci che ha fatto saltare la trattativa: «Questa richiesta non la potevo accettare. Sono tornato sui miei passi», dice al Tirreno. Intanto la gestione del resort Boccaccio Club sta diventando un problema sempre più serio.

Vedi alla voce: 130 dipendenti. 80 sono diretti, 50 indiretti. Visto che non c’è modo di far riaprire l’attività e le entrate continuano a essere pari a zero, Pellinacci non nasconde di avere l’intenzione di mandare a casa chi può: «Ai 50 indiretti ho sciolto i contratti per causa di forza maggiore. A 40 lavoratori a tempo determinato non ho rinnovato il contratto. Me ne rimangono altri 40, aspettavo di poterli licenziare poi però è stata prorogata la cassa integrazione e ho dovuto sospendere questa mia intenzione». Insomma. Risulta sempre più difficile sostenere un’attività che non rende e Pellinacci non fa mistero di voler procedere ai licenziamenti. —

Albion Meta, ristoratore a Pisa
«L’incasso è di 100 euro al giorno. Così siamo costretti a chiudere»

Albion Meta di Cuor di Pisa


PISA. Il Cuor di Pisa di zona duomo non riapre. Il proprietario Albion Meta non se la sente di riprovarci, così il bar ristorante di via Salomone Cammeo rimane chiuso. Racconta Meta: «Io ho chiuso i primi giorni di marzo quando il governo ha imposto il tutti a casa a causa del coronavirus. Alla ripartenza di maggio ho provato a riprendere l'attività, poi però mi sono accorto che c'era qualcosa che non andava. Di solito avevamo 1000 clienti al giorno. Ne facevamo molti di meno. Per fare pari in un giorno bisogna incassare almeno 600 euro. Noi incassavamo 100 euro».

Pochi i turisti in giro. Le uscite superavano le entrate. L'attività andava in perdita e Meta non se lo poteva permettere. Così la soluzione è stata fare un passo indietro. Chiudere di nuovo il Cuor di Pisa. Aspettare tempi migliori. Ma fino a quando? «L'aeroporto ha avuto un crollo dei voli in arrivo dall'estero. Pisa vive soprattutto di turisti stranieri. Pure io. E non mi pare che ci sia un'inversione di tendenza. Dunque penso che per quest'anno la stagione ormai è andata. Me ne devo fare una ragione. Io e il mio socio dovremo aspettare marzo del 2021 per poter ripartire».

Il bar ristorante Cuor di Pisa ha 4 dipendenti. Ora sono tutti in cassa integrazione. Fortunatamente il governo Conte ha concesso la proroga. Ma Meta ha i costi fissi da sostenere. Ci sono le tasse da pagare, le bollette di luce gas e acqua arrivano lo stesso. E Meta se la prende con le istituzioni. Secondo lui potevano fare di più e meglio per aiutare le attività come la sua. «Potevano intervenire con più liquidità per fare ripartire le imprese come la mia. Invece ho avuto giusto i 600 euro di bonus. Troppo poco». Anche se la sua attività ha beneficiato anche di 3600 euro a fondo perduto ad aprile. Per quanto riguarda le banche, Albion Meta non si lamenta: «Loro ragionano in base alle relazioni con i clienti. Se la relazione è stabile e c'è fiducia, allora si può ottenere anche un mutuo a tasso agevolato. Ma quando apro un mutuo - conclude il ristoratore di Cuor di Pisa - devo anche aumentare la produttività per pagarlo». E ora non pare proprio il momento di chiedere altri mutui. —