Uno che ci odiava: ci minaccia sui social, poi trascorre una giornata al Tirreno

Dodici ore al fianco di giornalisti, poligrafici e impiegati. Ad aprile ci aveva minacciati su Facebook. Avevamo trattato la vicenda come una notizia, in prima pagina. Nei giorni scorsi l'incontro nella sede centrale del giornale. Il racconto della giornata del direttore Fabrizio Brancoli

APRILE 2020

Su Facebook le parole minacciose del giovane contro i cronisti del Tirreno. Il giornale risponde con una prima pagina choc: la grande immagine di un bastone.

AGOSTO 2020

Dalle 10 alle 22 il giovane ex odiatore è ospite del Tirreno. Assiste a un giorno di produzione, si confronta con giornalisti e poligrafici: "Ho sbagliato".

La prima pagina pubblicata il giorno successivo alle minacce

 

Volto l’angolo, prima di parcheggiare, e scorgo Andrea seduto sulle scale all’ingresso del giornale. È in anticipo, sta aspettando. Una mia collega lo fa entrare, scambiano qualche convenevole e poi si presenta nel mio ufficio. Lì comincia l’imbarazzo dei gesti: ci diamo la mano, no, ci tocchiamo il gomito, teniamo le mascherine. Siediti, parliamo. Restiamo lì. Senza sorridere.

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Che poi, Andrea non si chiama Andrea. Lo chiamo così perché ci siamo messi d’accordo, il suo nome è un altro. E l’imbarazzo non nasce solo per i gesti di saluto: c’è qualcosa di più profondo, che scava un solco di diffidenza tra di noi. Un fossato medioevale che per ora non ha ponti levatoi. Sto facendo entrare nella mia stanza un nemico. Lui stesso sta per conoscere me, nemico suo.

Andrea mi odia, o almeno mi ha odiato. E mi ha pure minacciato: ha scritto che ogni giornalista del Tirreno avrebbe dovuto essere picchiato.

È un mattino di metà agosto. Alcuni mesi fa il giovane uomo che ho davanti ha scritto un commento su facebook. Una lettrice aveva semplicemente condiviso una notizia pubblicata dal Tirreno: parlava di un cane fuggito dal giardino di casa e ritrovato nei pressi dell’ospedale di Pisa dove il suo padrone purtroppo era morto. Una storia triste, che commuoveva. Sotto il post, alle 15,09, erano apparse le parole di Andrea, trentenne, laureato e residente sulla costa toscana: «Sono sempre più convinto che i giornalisti del Tirreno andrebbero presi a bastonate dalla mattina quando si svegliano alla sera quando vanno a dormire. Ogni articolo (vero o falso) che sia un minimo interessante lo censurano sul sito perché devi pagare; e per la maggior parte è fuffa».

Era una delle tantissime offese che riceviamo, ma in più c’era quel devastante incitamento a farci del male. Pochi giorni prima un paio di nostri collaboratori erano stati minacciati con una spranga in centro a Livorno. E nello stesso periodo erano piovute aggressioni e minacce analoghe contro altri giornalisti, in Toscana. Una situazione reale. A un certo punto pensi: basta. E forse io l’ho pensato pure troppo tardi. Così, invece che pretendere che il commento fosse rimosso, l’abbiamo trattato come una notizia: l’immagine di un bastone in prima pagina, il testo di quell’attacco, la valutazione di azioni legali. Era diventata una cosa seria.

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Dal giorno di quella pubblicazione, Andrea ha cominciato a scriverci. Non abbiamo risposto: eravamo arrabbiati e sapevamo di avere ragione. Lui ha insistito. Le scuse, qualche argomentazione e qualche critica, ora improvvisamente timida ed educata. Ma soprattutto la richiesta di una pace. Forse state esagerando, ho capito la lezione, datemi la possibilità di andare avanti, non rovinatemi la vita. Come ci si comporta in questi casi? Avresti voglia di perdonare; ma senti anche il bisogno di far sì che un atto produca una conseguenza. Ci siamo incontrati una prima volta nel mese di luglio, io ero irritato. E a un certo punto, dopo qualche tensione, grazie a un’idea del capo della cronaca di Livorno era emersa una possibilità diversa: ospitarlo. Ospitare chi ci odia. Accoglierlo dentro quel giornale che secondo lui meritava solo botte. Fargli passare una giornata intera con chi fa questo lavoro, per comprendere la cosa più semplice: che, appunto, è un lavoro, fatto seriamente. Le persone non si offendono. E soprattutto non si minacciano.
Aveva accettato subito. Per paura, per pentimento, per ragionevolezza: o forse per tutte queste cose insieme.
Ho detto una bugia a fin di bene, a molti colleghi; oggi me ne scuso pubblicamente.

Andrea rimane con noi dalle dieci di mattino alle dieci di sera, presentato genericamente a tutti come un visitatore che ha chiesto di seguire una giornata al giornale. Conosce un po’ di gente. Parla con la responsabile del nostro ufficio diffusione, che cura la distribuzione nelle edicole e analizza i dati di vendita. Poi incontra il capo dell’area di preparazione, che gli illustra la videoimpaginazione e i collegamenti con il centro stampa. Il Tirreno, cerco di spiegargli, è un prodotto davvero collettivo; il risultato dell’impegno di una comunità professionale.

Con un po’ di retorica, ma con molta sincerità, noi questa cosa la chiamiamo “famiglia”. In famiglia si litiga, ma si resta uniti; e ci si sente offesi tutti insieme. Attorno a questo giornale si muovono centinaia di persone tra cronisti, poligrafici, collaboratori, fotografi, pubblicitari; poi ci sono quelli che lavorano non solo per noi, ma anche per noi, come gli stampatori, i distributori e soprattutto gli edicolanti. Siamo tanti, svolgiamo una funzione, siamo fallaci ma crediamo in quello che facciamo. E siamo persone perbene.

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Andrea segue la riunione della cronaca di Livorno, il nostro gruppo di lavoro più ampio; poi assiste alla videoconferenza tra ufficio centrale e redazioni e ad alcune scelte: le pagine toscane, il sito web in continuo aggiornamento, la gestione dei social e delle newsletter. Provo a trasmettergli l’idea che qui ci si confronta, tra idee, proposte, contraddizioni e scelte. Non devo fingere alcunché: è la verità.

Alle otto e quaranta Andrea rientra nel mio ufficio. Mi sembra, nell’ordine, più stanco, più tranquillo e più consapevole. Siediti, parliamo.

Prima una battuta, cauta: «Allora, com’è andata a finire quella notizia su cui puntava la cronaca di Livorno?». Gli rispondo un po’ vago: non sono preparato. C’è un sorriso frenato, ma almeno è un sorriso. Gli chiedo impressioni, ma prima lo svincolo da certe forme: non rispondere con cortesia o timore, lo esorto. Se non ci sopporti, dillo.

Mi racconta che ha capito diverse cose. «Per me è stata una giornata molto difficile. Ve ne potete rendere conto, vero? Se ripenso a quello che ho fatto e che ho scritto, se rivedo me in quei giorni, stento a riconoscermi. Stavo passando un periodo molto duro, mi sono sfogato nel modo più assurdo, ho sbagliato». Per due, tre volte, cita un’espressione: la volpe e l’uva. Gli chiedo di spiegarmela. «Volevo leggere un vostro articolo e ho trovato uno sbarramento, bisognava pagare o registrarsi. E come la volpe con l’uva, ho preferito attaccare voi, come se l’articolo non avesse valore». E com’è andata oggi? «Ho imparato che c’è connessione tra di voi, in quello che fate, nelle riunioni, nel legame tra funzioni diverse. Vi muovete con codici e linguaggi comuni, probabilmente anche con valori comuni. A volte vi intendete con uno sguardo. Correte molto, prendete decisioni di continuo, ma ragionate, valutate». Gli dico che noi sbagliamo, non di rado. Lui stesso, due ore prima, ha assistito a un momento di tensione, quando ho avuto la certezza che avevamo commesso un errore, ed ero su tutte le furie. Ma non minacciamo nessuno. E non meritiamo le minacce di nessuno. Gli dico anche che se ricadrà nella tentazione di odiare, non ci saranno ulteriori negoziazioni tra noi.

E ora ti rendi conto? «Sì». Ma penso anche che non potrebbe dirmi altrimenti.

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Non so, esattamente che cosa stiamo facendo: la ricerca demagogica di una morale di redenzione, il lancio di un messaggio deterrente. O altro. Era stato più semplice partorirla, questa idea; farla crescere è più complicato. E anche scrivere questo articolo è un casino, devi trovare il giusto registro. C’è davvero, un registro buono? Ci saranno colleghi che non apprezzeranno, Andrea: penseranno che non serviva un compromesso, che bisognava percorrere le vie legali. Certo, non potremo – né vorremo – risolvere altre minacce con una visita guidata. Questo è stato semplicemente un tentativo. Qualcosa di umano in un’epoca disumana, dove il rancore e l’egoismo crescono come erbe velenose. E potrebbe anche essere la cronaca di un fallimento.

Prima di andarsene mi dice: «Chissà come lo scriverete, l’articolo che parla di me». Ecco, l’abbiamo scritto così.