Elezioni regionali: le liste rosa dei dem quasi tutte a sinistra. E ora Marcucci insidia la leadership di Lotti

Per la prima volta nel Pd sancita la fine dell’era renziana negli equilibri di potere. Resta forte solo il senatore di Lucca

FIRENZE. «Ma davvero avremmo potuto far saltare l’unità nel partito e barattare la Toscana con Remaschi?! E chi lo spiegava alla gente? Ché in fondo finora gli unici ad aver collezionato addirittura quattro mandati sono stati solo Rossi e Martini, forse Chiti. Insomma i presidenti, mica…». Mica Marco Remaschi, appunto, 5 anni alle spalle da assessore regionale all’agricoltura e prima ancora 10 anni in Consiglio regionale. «Un po’ troppo, suvvia», confessa un dirigente zingarettiano quando al Tuscany hall di Firenze s’è fatta una certa. Anche se i lucchesi di area ora parlano di «bruttissima pagina».

Venerdì, mezzanotte passata. Direzione regionale del Pd. Nella sala dell’auditorium Lorenzo Becattini, uomo macchina del partito, ha appena letto le liste per le regionali di settembre. Sono la fotografia della fine di un’epoca. Il primo passaggio formale che sancisce nuovi rapporti di forza nel partito: 6 capilista zingarettiani, 5 post renziani e 2 candidati non incasellabili, anche se più vicini per ispirazione alle truppe di Zinga: e cioè Federica Benifei a Livorno, 26 anni, ostetrica e nipote di Garibaldo, partigiano scomparso nel 2015.

Una giovane democratica che segna il rinnovamento e spegne la guerra sotterranea andata in scena per settimane fra il piombinese Gianni Anselmi e Fransceco Gazzetti; poi Lorenzo Zejnati a Prato, un giovane di Demos, il movimento di Pietro Bartolo, europarlamentare e soprattutto medico lampedusano, il dottore salva-migranti. Dai fogli è sparito proprio il nome del politico garfagnino, protagonista della saga degli assessori con deroghe arrivate in extremis dal Nazareno. Poco importa, prevale la realpolitik.

Dentro Vincenzo Ceccarelli, fuori Remaschi. Lo “scalpo” preteso da Andrea Marcucci. Il senatore plenipotenziario del Ciocco ha perfino sacrificato la possibilità di candidare uno dei “suoi” come capolista pur di vendicarsi dell’ex braccio destro, il “fratello” che dalla tribù renziana, finiti gli happy days di Matteo, saltò sul carro di Zigaretti.

Ecco, l’affaire Remaschi, dopo giorni di liti e aut aut sfuma così. Non sull’opportunità di concedergli il terzo o quarto mandato, ma per opportunismo politico: non salvarne uno per averne metaforicamente cento. Dal lungarno Moro il fiume è una tavola buia e placida e improvvisamente anche nel Pd toscano sembra regni una bonaccia surreale. La pace dopo una tempesta furiosa, calma piatta dopo ore di continui scossoni, fratture, scontri. «Ma no, s’è fatto un po’ di cinematografo», minimizza Becattini.

Eppure, la lunga notte dei coltelli sarà pure stata anche po’ narrativa, romanzesca, piena di liti più o meno scenografiche, ma ha segnato una frattura fra vecchio e nuovo. Le liste rendono manifesto ciò che finora era solo supposto. Dopo il congresso nazionale vinto da Zingaretti in Toscana, per la prima volta un accordo politico uscito dall’organo direttivo del partito chiude la stagione dello strapotere renziano o post renziano, sebbene la direzione fosse ancora in mano agli eredi della Leopolda.

Fra i capilista zingarettiani ci sono quattro donne e per paradosso è grazie alla sinistra dem che il partito tiene fede ai paletti fissati dalla segretaria Simona Bonafè sulla parità di genere. Nelle caselle golden l’unica espressa dall’ala riformista è Lucia De Robertis ad Arezzo, mentre gli zingarettiani schierano Alessandra Nardini a Pisa, Federica Fratoni a Pistoia, Monia Monni nel collegio della Piana, Francesca Fazzi a Lucca, l’editrice e sorella dell’ex sindaco forzista Pietro Fazzi sponsorizzata dall’attuale sindaco Alessandro Tambellini come volto di un Pd aperto alla società civile.

Altro fronte caro a Bonafè per ricucire con un mondo e un elettorato smarrito da tempo. Ecco, l’icona di questa svolta è Iacopo Melio, l’attivista e scrittore famoso per la campagna #vorreiprendereiltreno schierato a Firenze nel fortino di Dario Nardella, dove spingeva per due suoi assessori e soprattutto nell’enclave toscana in cui pareva dominare ancora il verbo renziano anche fra chi non ha seguito l’ex premier in Italia Viva.

In fondo, per settimane il forcing sulle candidature è stato soprattutto il terreno su cui capicorrente, consiglieri uscenti, segretari territoriali, sindaci e giù giù, scendendo per li rami, qualsiasi grande o piccolo dirigente ha tentato di far valere il proprio lotto di potere. Così, la partita delle liste rafforza la leadership di Marcucci, sia nei rapporti fra il capogruppo al Senato e il Nazareno, che negli equilibri fra post renziani. Si apre una crisi fra gli altri eredi dell’ex premier, da Luca Lotti e Nardella. Entrambi escono ammaccati dal grande negoziato sulle liste.

L’ex ministro per ore prova a piazzare i suoi per interposto senatore Dario Parrini. Vede cadere fortini come Firenze, Prato, Lucca, Pistoia. Vuole fra i capilista almeno Antonio Mazzeo a Pisa e Gianni Anselmi a Livorno. Niente. «Rivendicava lo smacco di Catena. Catena chi? - ride un dirigente dem - Leonardo Catena, fatto fuori dalle liste nelle Marche sebbene fosse il coordinatore di Base riformista, la sua corrente. Voleva rivalersi su Zingaretti».

Alla fine tiene su Enrico Sostegni a Empoli, Massimiliano Pescini nel Mugello (dividendo il merito con Bonafè), Giacomo Bugliani a Massa. Su Prato neppure un Biffoni furioso strappa come capolista Nicola Ciolini. E così, per una notte il Pd è rimasto incatenato alle Marche e a Remaschi prima di sciogliere i nodi. Ché tutti si son ricordati che il garfagnino è pur sempre quello che in una telefonata carbonara garantì al candidato sindaco schierato dal centrodestra contro Tambellini a Lucca, che «una mano la do a te». Mica al Pd.
 

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