Rimborsi ai consiglieri regionali: si indaga anche sui gettoni di chi vive a Firenze

La Corte dei conti vuole capire perché anche chi vive nel capoluogo ha preso i soldi, sebbene la legge fissi un minimo di 20 km casa-lavoro

FIRENZE. C’è Maurizio Marchetti, forzista lucchese, che si inalbera contro le «giornalate», confessa di aver donato subito la sua quota di «rimborso», ma «rifiuta di chiamarla restituzione». Perché quei soldi gli spettavano per legge. Monica Pecori, ex grillina, invece vuole reagire «all’ondata mediatica», pure lei indignata contro i populisti. Figurarsi i renziani di Italia Viva. Massimo Baldi la prende larghissima, esordisce citando la Casta, «libro che ha intossicato la storia del Paese», e dice che la legge toscana sui rimborsi spese è «la più sobria e austera e anti-furbetti che ci sia». Eugenio Giani è addirittura netto: «Rivendico che voi abbiate percepito l’indennità, gli uffici ve l’hanno trasmessa perché era prevista dalla legge». È solo per un motivo di «opportunità» morale, politica, «di trasparenza e correttezza» che il presidente del parlamentino toscano invita l’aula a «restituire» la quota di rimborso chilometrico percepita durante il lockdown e farlo girando i soldi all’ente pubblico che l’ha erogati, il Consiglio regionale.

Insomma, anche se per due mesi e mezzo non si sono mossi da casa, e al massimo hanno partecipato a sedute online in video chiamata, stanno dicendo un po’ tutti - e si infervorano e accalorano pure nel dirlo - che quell’indennità «non era indebita». E se ora la faranno tornare nelle casse dell’ente pubblico è solo «per fugare ogni equivoco». Mica perché quei soldi non gli spettavano. Figuriamoci. Quella è tutta retorica, propaganda, bieca narrazione demagogica, e gli scollegati dalla realtà siamo noi giornalisti (ogni tanto, dall’aula si leva un grido: «E lo voglio dire ai giornalisti!») e chi non li comprende, i politici, perché ignora le norme.


Ecco, solo che non la vede così la Corte dei conti. Che sui rimborsi percepiti dai consiglieri regionali della Toscana durante il lockdown ha aperto un fascicolo non solo per «verificare» se ci sia stato danno erariale per le casse del Consiglio (e dunque della Regione), capire se ci sia anche una «responsabilità personale» sull’erogazione di questa specie di “gettoni di assenza”, ma anche per chiarire perché il bonus sia stato versato anche a chi risiede a meno di 20 chilometri di distanza da Firenze. Sì, perché sebbene molti dei consiglieri ancora ieri sostenessero che non si tratta di un rimborso chilometrico, la procura della Corte non ne è affatto convinta. L’articolo 6 bis inserito nel 2012 nella legge 3 del gennaio 2009 come un adeguamento al decreto Monti, in fondo è chiaro: il rimborso è una indennità forfettaria comprensiva di due parti.

Una «parte fissa» comprende vecchie voci che un tempo servivano a coprire spese come l’acquisto di tecnologia o gettoni di presenza. Ma la parte variabile è invece «parametrata» su 18 giornate di lavoro «presunte» e calcolata sulla base della distanza tra il comune di residenza e la sede del consiglio, «con una distanza massima attribuibile di 220 chilometri» e un «minimo di 20 chilometri». Ecco, tutti i consiglieri regionali fiorentini (ad esclusione di Giani e Rossi, che non la percepiscono perché hanno uno stipendio eccedente il massimo consentito, 13mila lordi), sebbene residenti a meno di 20 chilometri, si sono sempre visti assegnare 300 euro al mese. Se la Corte ritenesse scorretta l’erogazione del gettone ai fiorentini, per il calcolo del danno erariale bisognerebbe ritornare indietro nel tempo di 8 anni. Non solo. Nel mirino potrebbe finirci anche i gettoni versati ad agosto, quando il Consiglio è chiuso. «Un problema nel problema che andrà verificato», specifica al Tirreno una fonte della procura contabile. E non è l’unica eventualità che potrebbe mettere in dubbio l’impianto stesso della legge. Visto che le perplessità dei magistrati si concentrano anche sulla «natura forfettaria» dell’indennità, una natura però stabilità proprio dal decreto Monti che impose alle Regioni riforme anti-sprechi.

Ma l’inchiesta, avviata proprio sulla base delle notizie riportate dai giornali e da alcune segnalazioni, si concentra prima di tutto sul bonus staccato nel periodo in cui gli eletti non si sono mossi da casa. In due mesi e mezzo di lockdown, i consiglieri hanno intascato 76 mila euro. Per la sezione inquirente della Corte dei conti, sono versamenti illegittimi. Gettoni variabili e che in qualche caso raggiungono anche 1400-1600 euro al mese per chi abita più lontano. Il caso, esploso dalle denunce del M5S, per paradosso non assolvere i grillini. A marzo i Cinque stelle avevano chiesto di stoppare il bonus trasferte. Dopo distinguo e balbettamenti, non era stata presa una posizione dai partiti e avevano deciso di donare le somme a Estar. Ma il rischio è che dal punto di vista giuridico il danno erariale rimanga, poiché gli atti di liberalità attengono alla scelta individuale e non hanno nulla a che fare con una indennità che per quel periodo non doveva spettare agli eletti.

Ma attenzione, sottolineano dalla procura, la responsabilità non può essere dei consiglieri, che hanno ricevuto i soldi in forza di una legge. Semmai va ricercata nell’ente che ha erogato le somme. Per questo ieri Giani ha invitato l’aula a chiedere agli uffici una «trattenuta» da destinare proprio nelle casse pubbliche e da far girare in beneficenza. L’exit strategy alla fine la propongono Leonardo Marras, capogruppo Pd, e Tommaso Fattori di Toscana a Sinistra. Ognuno chieda una trattenuta equivalente ai rimborsi percepiti e poi l’ufficio di presidenza metterà ai voti un atto in cui suggerisce agli uffici di destinare tutto alle mense per i poveri. Fra 15 giorni Giani renderà noti i nomi di chi ha seguito l’appello.


 

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