Gli assessori a rischio “incandidabilità”: cosa c’è dietro la guerra delle deroghe nel Pd

In forse le candidature degli zingarettiani Ceccarelli e Remaschi: avrebbero superato il limite del secondo mandato. Deciderà la direzione regionale, i loro pacchetti di preferenze potrebbero essere decisivi nei collegi. Se li fa fuori, il Pd rischia di regalare voti a Salvini. Ma per i post renziani di Marcucci, Lotti & C. c’è in ballo la sopravvivenza in un partito in cui non si sentono più a casa ma in albergo

FIRENZE. Proprio ora che sembrava aver raggiunto un nirvana correntizio, una relativa pace dei sensi nel segno di Giani, il Pd toscano si fa di nuovo Giano, cioè bifronte, si (ri)spacca in due e si prepara ad una nuova resa dei conti. L’ennesima «guerra per bande», la chiamerebbe l’ex Teresa Bellanova, la pasionaria renziana che uscì dal partito furente motivando così la sua adesione alla “gang” italovivaista di Matteo Renzi. Era stufa delle liti, dei capibastone, di chi pretendeva di piazzare sempre i “suoi”, di decidere per lottizzazioni di potere, stanca degli scazzi fra renziani e tutto il resto del mondo unito (zingarettiani, franceschiniani, gentiloniani, lettiani). Tutti sgranarono gli occhi, ma passarono oltre. Certo, da che pulpito – si disse – ma in fondo fotografava la realtà, anche se lei era una di quelle in primo piano.

Ecco, ci risiamo. Motivo dello scontro all’orizzonte fra le tribù dem ora è l’affaire «deroghe», cioè la decisione sulle ricandidature alle regionali di settembre di due “big”, Marco Remaschi e Vincenzo Ceccarelli. Politicamente l’esclusione sarebbe un capolavoro di autolesionismo tafazziano. Entrambi assessori uscenti, il primo lucchese e il secondo aretino, sono campioni di preferenze. Roba da 10-15 mila voti a testa. Solo che, statuto dei democratici alla mano, nessuno ha ancora capito se siano candidabili o no, se abbiano superato o meno il limite dei due mandati.

Dopo lunghe elucubrazioni, non ha sciolto il nodo la commissione di garanzia del partito, che ha decretato la «incandidabilità» solo per il fiorentino Paolo Bambagioni, causa quote mensili non versate nelle casse di via Forlanini. Il verdetto su Remaschi e Ceccarelli è affidato alla direzione regionale del 31 luglio. All’ordine del giorno le liste degli aspiranti consiglieri. Non un caso, perché sullo sfondo del braccio di ferro delle deroghe si giocherà la partita finale di uno scontro finora rimasto (quasi) in sordina, ma che sta provocando scosse telluriche in molte federazioni provinciali.

Manco a dirlo, la “guerra” è fra post-renziani e zingarettiani. E fra i primi, finiti gli happy days di Matteo, molti temono di non venir più schierati o di perdere il posto da capolista, l’unico capace di garantire davvero un seggio in consiglio regionale. O peggio, molti temono di aver perso il potere di indicare i candidati vincenti su cui puntare. Per dire, a Lucca, Andrea Marcucci non fa i salti di gioia all’idea di vedere Remaschi di nuovo in campo. Un tempo fedele a Renzi, l’assessore è passato con gli zingarettiani. E Marcucci così preferirebbe vedere in cima alla lista della circoscrizione lucchese due dei suoi, Valentina Mercanti, assessora nella giunta Tambellini, e Mario Puppa, segretario provinciale. Ecco, il senatore del Ciocco potrebbe raccogliere intorno a sé i voti contrari alla deroga di molti scontenti.

In fondo, la direzione regionale è ancora a maggioranza “renziana”. E fra i dem in questi giorni i mugugni si sprecano. Dario Nardella non ha preso benissimo l’idea di piazzare capolista a Firenze Iacopo Melio, lo scrittore e attivista disabile. Nulla contro di lui, ma far accomodare in una posizione sicura la sua vicesindaca Cristina Giachi significherebbe guadagnarsi uno status da big anche a Roma. Portare in dote quel posto all’ex assessore renziano Massimo Mattei, invece, ridarebbe smalto a Luca Lotti. L’idea, insomma, è di usare lo spettro del voto anti-Remaschi come un apriscatole per le liste e convincere la segretaria Simona Bonafè a trattare. Nella speranza così di poter riconfermare nelle caselle gold ex colonnelli del partito toscano come Antonio Mazzeo e Gianni Anselmi a Pisa e Livorno, dove sembrano in ascesa Alessandra Nardini e Francesco Gazzetti. O Fiammetta Capirossi in Mugello, Nicola Ciolini a Prato.

Insomma, scendendo per li rami, ogni post-renziano che sente scivolare fra le dita la propria “quota” di potere potrebbe trovare una ragione per mettersi di traverso e pretendere di applicare con rigore quasi grillino il no al terzo mandato, con un effetto paradossale: l’area del partito che avrebbe voluto romanizzare i barbari al governo si ritrova barbarizzata.

«Dobbiamo evitare la tentazione da Marchese del Grillo, cioè di chi dice: “Io sono io e voi non siete un c….”. Le campagne elettorali delle amministrative che abbiamo vinto negli ultimi anni denotano che bisogna essere inclusivi», avverte Stefano Bruzzesi, un tempo renziano, poi eretico e infine gentiloniano. Come Remaschi, appunto, un esperto di cabotaggio. Una necessità, date le contingenze. I dem sanno di non potersi più permettere sprechi di voti in una tornata in cui la Toscana è davvero contendibile. Son passati i tempi in cui il Pd si poteva concedere il lusso di farsi del male senza conseguenze. Per questo su Ceaccarelli nulla osta. In fondo “tecnicamente” non avrebbe esaurito nemmeno il primo mandato, dato che dopo tre anni è diventato assessore. Ma soprattutto le sue 15mila preferenze il 20 settembre potrebbero essere decisive per provare a riconquistare Arezzo, visto che in città si va al voto anche per le Comunali. Ma davvero il Pd può permettersi di fare a meno anche delle 10mila preferenze trainate da Remaschi in Lucchesia, dove la Lega e Salvini fanno sempre più presa? Difficile. Tanto che se la bagarre facesse troppo rumore, a decretare la deroga potrebbe essere direttamente il Nazareno. Per Marcucci, capogruppo al Senato, suonerebbe perfino un campanello d’allarme. Qualcosa si incrinerebbe nei rapporti con Zinga. Certo in ballo c’è molto di più: il Pd delle bande rischia di sbandare e uscire di strada.   

 

 


 

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