Violenza sulle donne, la corte del Lussemburgo cancella il "listino della vergogna"

La sentenza si deve a una donna residente a Torino mai risarcita dai suoi violentatori, condannati a 10 anni e mezzo, ma latitanti. È grazie alla sua battaglia che dopo oltre 15 anni l’Italia dovrà mettersi al pari con l'Europa negli indennizzi alle vittime

LUSSEMBURGO. Ora ce lo dice anche l’Europa. La Corte Europea di Giustizia. Indennizzare una vittima di stupro con 4.800 euro è indegno. Probabilmente non è adeguato neppure il nuovo ristoro di 25mila euro, in vigore da gennaio. L’indennizzo di Stato alle vittime di stupro «non può essere equo e adeguato, qualora sia fissato senza tenere conto della gravità delle conseguenze del reato per le vittime e non rappresenti, quindi, un appropriato contributo al ristoro del danno materiale e morale subito». In tre frasi, la Corte del Lussemburgo cancella il “listino della vergogna”, gli indennizzi simbolici alle vittime di reati intenzionali violenti: donne stuprate, vittime di omicidi e femminicidi, vittime di maltrattamenti e altre forme di violenza.

LA VITTORIA DI UNA DONNA

La sentenza si deve a una donna residente a Torino. Stuprata e mai risarcita dai suoi violentatori, condannati a 10 anni e mezzo, ma latitanti. È grazie a questa donna che dopo oltre 15 anni l’Italia (forse) si metterà al pari dell’Europa. E anche alla campagna de Il Tirreno, con la Scuola Sant’Anna di Pisa e l’università di Pisa (riunite in Carta di Viareggio) contro la mancata applicazione della direttiva europea sui ristori alle vittime di reati intenzionali violenti: da qui nasce la denuncia del listino della vergogna.

L’Italia, infatti, non applica una direttiva europea (la 80/2004) basata su alcuni principi fondamentali del diritto comunitario: negli Stati membri dell’Unione i cittadini devono circolare liberamente; per gli Stati, quindi, c’è l’obbligo di garantire la loro incolumità. Se l’integrità fisica non è garantita dallo Stato nel cui territorio si verifica il crimine e gli autori del reato sono indigenti o non sono identificati - recita la direttiva - le vittime devono essere risarcite. E il diritto all’indennizzo «equo e adeguato» spetta a qualunque vittima, indipendentente dalla sua nazionalità o dal luogo di residenza.

LA DIRETTIVA EUROPEA IGNORATA

L’Italia non lo ha capito. O ha preferito non capirlo. Quando recepisce nel 2007 la direttiva, la applica solo agli stranieri aggrediti in Italia. Ma nel 2005 inciampa nella donne di Torino: stuprata da due romeni, riesce a farli condannare: dieci anni e mezzo di carcere e risarcimento di 90mila euro. I due, però, fuggono. E la donna chiede allo Stato di risarcirla al loro posto, come da convenzione europea.

L’INDENNIZZO NEGATO

L’Italia dice no: reato commesso in Italia su una cittadina italiana. Non le deve niente. Inizia una battaglia in tribunale. Nel 2017, quando cambia la legge (per effetto di un procedimento di infrazione europea) potrebbe anche darle un risarcimento: 4800 euro. Ma la vittima non ci sta. Vuole che lo Stato le dia quello che i suoi carnefici non le hanno pagato. Vuole un indennizzo vero. I tribunali italiani - anche la Corte d’Appello di Torino - le riconoscono il diritto a un ristoro di 50mila euro.

IL RICORSO ALLA CORTE DEL LUSSEMBURGO

Lo Stato rifiuta. La Cassazione solleva la questione davanti alla Corte di Giustizia. Doppio quesito: 1) la cittadina italiana è stata danneggiata dallo Stato che ha recepito in ritardo (e male) la direttiva europea? 2) 4800 euro sono in indennizzo “equo e adeguato” secondo il principio della direttiva?

Ora arriva la risposta. Anzi la sentenza. Ed è uno schiaffo. Alla primo quesito la risposta è netta: c’è stato un danno. «L’Italia non ha trasposto in tempo utile l’articolo 12 articolo 2 della direttiva 2004/80 (sugli indennizzi) verso le vittime residenti in detto Stato membro, nel cui territorio il reato intenzionale sia stato commesso».

L’INDENNIZZO PROPORZIONALE AL DANNO

Al secondo quesito la risposta è articolata. Ma altrettanto chiara. «L’indennizzo concesso alle vittime rappresenta un contributo al ristoro del danno materiale e morale subito. Detto contributo può essere considerato “equo e adeguato” se compensa in misura appropriata le sofferenze alle quali le vittime sono state esposte...Un importo forfettario di 4.800 euro per la vittima di violenza sessuale non sembra corrispondere a un indennizzo equo e adeguato».

INDENNIZZO A FORFAIT A CONDIZIONE

Allora niente più forfait? Niente più listino? La Corte del Lussemburgo precisa: «Nulla osta a un indennizzo forfettario delle vittime, in quanto la somma forfettaria assegnata a  ciascuna vittima può variare a seconda della natura delle violenze subite. Tuttavia lo stato che opti sul regime di indennizzo forfettario deve provvedere affinché la misura degli indennizzi sia sufficientemente dettagliata, così da evitare che l’indennizzo forfettario previsto per un determinato tipo di violenza possa rivelarsi, alla luce delle circostanze di un determinato caso, manifestamente insufficiente».

CHI DECIDE L’INDENNIZZO?

Certo si potrebbe obiettare che da gennaio in Italia, lo Stato risarcisce le vittime di stupro con 25mila euro. Anche su questo, di fatto, la Corte risponde: «Spetta al giudice nazionale garantire che la somma assegnata costituisca un indennizzo equo e adeguato...Occorre precisare che uno Stato membro eccederebbe il margine di discrezionalità accordato dalla direttiva 2004/80 se prevedesse un indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti puramente simbolico o manifestamente insufficiente alla luce della gravità delle conseguenze del reato per tali vittime». La Corte Europea di giustizia chiarisce anche che l’indennizzo di Stato «non deve necessariamente corrispondere al risarcimento del danno che può essere accordato a carico dell’autore di un reato intenzionale violento. Quindi tale indennizzo non deve necessariamente garantire un ristoro completo del danno materiale e morale subito dalla vittima». Anche in considerazione di un altro principio fondamentale richiamato dalla Corte: quello di «sostenibilità finanziaria dei ristori da parte dello Stato che deve garantire un indennizzo equo e adeguato a tutte le vittime di reati intenzionali violenti».

SI TORNA IN APPELLO

E allora che succede? La vittima di Torino dovrà accettare i 25mila euro, invece dei 50mila che i tribunali le avevano riconosciuto?

Non è affatto detto. Tutto viene rimesso nelle mani del giudice di merito. Insomma, tutto torna alla Corte d’Appello. Che questa volta ha due indicazioni precise dall’Europa: 1) valutare il danno davvero subito dalla vittima (e di fatto con i 50mila euro una valutazione l’aveva già data); 2) il richiamo a un principio già affermato dalla giurisprudenza italiana: l’applicazione «retroattiva, regolare e completa di una direttiva consente, in linea di principio di rimediare» ai danni causati dai danni legati al recepimento tardivo delle disposizioni «salvo che i beneficiari dimostrino l’esistenza di perdite supplementari che avrebbero subito per non aver potuto beneficiare nel momento previsto dei vantaggi garantiti dalla direttiva e le quali andrebbero dunque parimenti risarcite». In parole povere? Lo Stato non se la caverà con i 25mila euro. Sarà la Corte d’Appello di Torino a valutare se la vittima di stupro ha diritto a 50mila euro o anche di più.