«Tra cucina e investigazione ho ritrovato l’Artusi detective»

Malvaldi: avevo timore di riprendere il personaggio che amavo, poi mi è capitata la storia giusta...

Cucina e giallo insieme stanno che è una meraviglia. Parola di Marco Malvaldi da poche settimane in libreria con il romanzo "Il borghese Pellegrino". Protagonista del giallo storico è ancora una volta Pellegrino Artusi, scrittore e rinomato gastronomo dell’ottocento. Il notissimo esperto culinario torna a nove anni di distanza da Odore di chiuso, e ancora una volta si troverà coinvolto in un mistero delittuoso. Stavolta di respiro classico, richiamando alla memoria Edgar Allan Poe e il genere dell’enigma della camera chiusa. Malvaldi, tuttavia, si discosta dal celebre paragone, con la solita scrittura agile e ironica, densa di sorprese.

Malvaldi, con il "Borghese Pellegrino" ha riportato nel giallo il famoso Artusi. Nella presentazione del libro si dice che lei consideri la buona cucina una branca della chimica (materia in cui si è laureato), rigorosa e stuzzicante quanto la sublime arte dell’investigazione.

« È così. Cucina e chimica vanno d’accordissimo. Sono la stessa cosa. In chimica bisogna ricordarsi di non mangiare quello che si sperimenta, ma è la stessa cosa. Ed entrambe si legano all’investigazione, perché tutt’e due sono modi per capire cose visibili ma incomprensibili in termini di oggetti invisibili ma facili da capire. Qualche esempio: perché il bianco d’uovo se lo scaldi diventa solido? E perché se si mette il limone nel tè diventa più chiaro? Non siamo in grado di spiegarlo sulla base di quello che vediamo, e allora usiamo gli atomi, costruzioni che esistono solo nella nostra testa, che servono per spiegare il mondo che ci circonda. L’investigazione è uguale: ci sono prove, domande, risposte e tentativi di ricostruire una realtà».

Perchè aspettare nove anni per riprendere l’Artusi investigatore?

«Considero ancora oggi Odore di chiuso come il mio libro migliore e perciò avevo un po’ di ritrosia a scomodare l’Artusi. Quando scrivi un romanzo storico metti tutto il meglio nel primo libro. Fin quando perciò, non ho avuto a disposizione una trama valida, ho lasciato perdere. Alla fine, comunque, sono inciampato in questa storia, troppo bella per lasciarla indietro».

Ha iniziato con Sellerio nel 2007 con il primo romanzo della serie del Bar Lume, "La briscola in cinque". Sellerio continua ad essere il suo unico editore con rarissime eccezioni. Sembra quassi uno di quei calciatori legati a una sola maglia nel corso della carriera.

«Il paragone è giusto. Che dire, ci siamo trovati da vari punti di vista. Il libro non lo fa solo l’autore. E Sellerio non ha una fortuna esagerata a pubblicare solo giallisti bravi. Sono loro, quelli di Sellerio, a essere bravi nell’aiutarti a fare il libro. Se inizio a pensare a una trama, Antonio Sellerio mi suggerisce i libri da leggere, mi fa parlare con persone di varia formazione che possono aiutarmi, cerca di dirmi se la trama pensata è adatta al momento. Ha un grandissimo fiuto non solo sulla qualità del libro, ma anche sulla sua vendibilità. E riesce a fare libri belli che in più interessano alle persone. Ritengo il mio rapporto con Sellerio un processo di crescita continua, nel quale sono io a guadagnarci di più. È uno stimolo continuo lavorare con loro, e non ci si ferma mai perché è come avere una sfida sempre nuova. Inoltre so che se scrivessi una cavolata, Antonio non la pubblicherebbe. Un grande editore lo è principalmente per quello che non pubblica. Insomma, mi trovo benissimo e credo che nessuno dei due sia intenzionato a interrompere il rapporto. Vesto la maglia blu di Sellerio, e me la tengo stretta».

Malvaldi, come ha iniziato a scrivere lei?

«Durante la tesi di laurea, perché mi annoiavo. La prima parte della tesi, scrivere il programma, era divertente. Testarlo, invece, no. Ho cominciato a scrivere La briscola in cinque, per mantenere la sanità mentale. Ma, una volta finito, lo misi da parte. Non credevo fosse interessante leggerlo. Dopo la tesi fui eletto rappresentante dei dottorandi. Mi ritrovavo a scrivere verbali interni, una roba esaltante, vi lascio immaginare. Ma lo facevo con linguaggi diversi: ora medievale, ora tipo verbale di polizia e, senza accorgermene, diventai virale. Avevo un romanzo nel cassetto e provai così a mandarlo a tredici editori. Dodici non risposero nemmeno. Sellerio sì».

Come sta la narrativa oggi?

«Un pochino meglio di prima, dopo un momento di estremo appiattimento. Ora ricomincio a vedere tentativi di letteratura dignitosi per non dire buoni e ottimi, da varie direzioni. La letteratura, però, viene fuori a distanza di tempo».

Lei è un giallista particolare. Spesso si sente dire che i suoi romanzi sono divertenti.

«È vero, e non lo trovo offensivo. È il mio obiettivo. La cosa divertente deve avere una caratteristica: non te la devi aspettare. Deve essere inaspettata e inoffensiva per chi legge. E un giallo con morti ammazzati è un buon contesto di partenza per far ridere perché non te l’aspetti. Sono partito da questa idea, ma diventa sempre più difficile perché i lettori ormai mi conoscono bene».

Il "Borghese Pellegrino" è stato scritto durante il lockdown?

«No. L’ho scritto fra novembre e l’inizio dell’anno. È curioso, però, che uscendo dal giallo della camera chiusa virtuale, mi sia ritrovato a vivere una clausura fisica e non più letteraria. Cosa ho fatto durante la pandemia? Ho provato nuove ricette, e ho continuato a lavorare. Solo adesso iniziamo a capire come sia stato alienante. Pian pian stiamo tornando alla normalità, ma non è affatto una roba automatica».