Moby Prince, la conferma arriva anche dal satellite: l’Agip Abruzzo era nel posto sbagliato

Le foto mostrano la petroliera ancorata nella zona vietata. Le inchieste avevano già sostenuto questa ricostruzione fin dall'inizio

LIVORNO. Dopo quasi 30 anni dalla più grande tragedia della marineria italiana, in cui persero la vita, bruciate, 140 persone, arrivano anche le foto satellitari a confermare che l’Agip Abruzzo, la petroliera che la notte del 10 aprile 1991 fu colpita dal Moby Prince appena fuori dal porto di Livorno, si trovava in una zona vietata, dove non doveva stare. Come ha riportato venerdì 3 luglio il Corriere della Sera, dall’analisi di 11 immagini satellitari elaborate dall’Us Geological Survey, gestore dell’archivio satellitare Landsat e dal satellite francese SPOT-2, trovate nell’archivio dell’European Space Agency, emerge che la nave cisterna si trovava in un triangolo all’uscita del porto Mediceo in cui vige il divieto di ancoraggio.

Non è una novità eclatante nella ricostruzione della strage, ma l’ultima, definitiva conferma di ciò che tutte le inchieste – per ultima quella della commissione parlamentare conclusasi nel gennaio del 2018 – hanno sempre detto: «Lo scrive anche il giudice Lamberti nella sua sentenza che la petroliera ancorava lì», ricorda Loris Rispoli, fratello di una delle vittime e presidente dell’associazione “Io sono 141” che da tre decenni chiede verità e giustizia, riferendosi alla sentenza del primo processo datata novembre 1997. «Lamberti dice che per la posizione dell’Agip Abruzzo si dovrà aprire un'inchiesta parallela ma poi non viene fatto niente. Alla stessa conclusione è arrivata due anni fa anche la commissione parlamentare».


Rispoli esprime dubbi sul fatto che le foto del satellite siano della notte del 10 aprile 1991: «Sono foto fatte in giornate successive - sostiene - che messe in sequenza dicono che la petroliera è sempre all'interno del triangolo: gli unici spostamenti sono legati all’ancoraggio. Ciò dimostra che la petroliera già era lì il 10 aprile. D’altra parte in questi decenni tutti ci hanno sempre detto che foto di quella notte non esistono: anche gli americani, che stavano tornando dalla Guerra del Golfo e sicuramente controllavano la rada del porto di Livorno, hanno sempre negato, anche di fronte alla richiesta di ministri e parlamentari e la stessa commissione si è recata a Bruxelles alla Nato ma senza trovare riscontri satellitari».

I nodi veri di questa strage – su cui nel 2018 la Procura di Livorno ha aperto una nuova inchiesta, la terza – restano principalmente altri due: 1) perché avviene la collisione, vale a dire perché il Moby Prince uscito dall’imboccatura del porto modifica la sua rotta, non vede la petroliera - che si trovava dove non doveva essere - e ci finisce contro; 2) perché – come scrivono i membri della commissione d’inchiesta - la Capitaneria di porto di Livorno, tanto nella fase iniziale dei soccorsi quanto nel momento in cui assunse la direzione delle operazioni il comandante Sergio Albanese, non abbia valutato l’effettiva gravità della situazione e organizzato soccorsi immediati al traghetto e perché al momento della collisione non furono resi disponibili dati utili all’identificazione del Moby determinando un’impostazione delle operazioni di soccorso unicamente volte verso la petroliera.

«I motivi della collisione interessano per una ricostruzione storica, per capire chi è stato responsabile dell’evento - riflette Rispoli -. Ma chi era a bordo non è morto per la collisione. Fare chiarezza su questa strage significa mettere sul banco degli imputati chi fece funzionare un traghetto che aveva la radio malfunzionante e il sistema antincendio fermo: il Moby in quelle condizioni non doveva partire. E soprattutto, come ha dimostrato la commissione, la vita a bordo è durata per ore e le vittime sono morte in attesa dei soccorsi: perché il comandante della capitaneria ha fatto tutto fuorché portare soccorsi al traghetto?».