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Non si potrà salvare tutto: economisti, imprenditori e creativi ci raccontano la Toscana che resterà

Da sinistra Roventini e Casini Benvenuti, un'azienda di produzione di abbigliamento. Dall'alto Piccaluga, Frey e Capellaro

La rotta su cui aziende, distretti e istituzioni devono investire per superare la crisi. I consigli, le analisi e gli spunti “coraggiosi” di economisti, imprenditori e creativi 

Uno schizzo con enormi sfere di vetro con uomini e donne che vi camminano all’interno lungo una strada di una qualunque città, isolati l’uno dall’altro. È un incubo quello disegnato da Alessandro Capellaro, architetto dello studio B-arch a corredo di uno dei post con cui il creativo pratese lascia su Facebook pensieri e suggestioni in un diario colmo di emozioni, storie private e bozzetti di idee per la ricostruzione.

È un designer che ci fornisce elementi di concretezza per fissare punto dopo punto, uscendo dalle sfere che ci siamo costruiti intorno, un tragitto lungo la strada dell’economia del nostro paese e della Toscana per «trasformare la crisi in un’opportunità» come ci insegna Andrea Roventini, economista, professore associato alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, ministro mancato e oggi nel board di Conte come membro di una delle task force, quella sull’impatto economico del Covid-19.


La parola da portare con sé per non perdersi nell’affanno quotidiano e obbligarsi a fare delle scelte invece è coraggio. Coraggio di non lasciarsi sopraffare, coraggio di andare a guardare oltre il tunnel, buio, di queste settimane. «Il rischio – sottolinea Roventini – è creare delle cicatrici perpetue: le imprese che scompariranno in questo periodo difficilmente rinasceranno: dovremo preservare la nostra catena del valore e allo stesso tempo il governo dovrà direzionare le risorse per creare nuove realtà e nuove opportunità dando degli obiettivi. Stimolare partnership e processi di innovazione come accadde per la sfida di Apollo sulla Luna che non fece crescere solo l’economia aerospaziale ma un intero sistema, dall’aeronautica al tessile tecnico che studiò le tute per gli astronauti».

Non tutto si salverà

«Dovremo darci una rotta – incalza Marco Frey, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, direttore del gruppo sulla sostenibilità della Scuola Sant’Anna e direttore di ricerca all’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. «Arriveranno tante risorse – dice – ma dovranno essere utilizzate molto bene per sostenere il sistema produttivo nel modo giusto altrimenti rischieremo di fare un salvataggio di tutto quello che abbiamo per poi ritrovarsi in coda, e davvero senza speranza, rispetto agli altri paesi europei anche dal punto di vista della produttività».

Il punto da cui ricominciare

Non è una passeggiata, lo sappiamo già tutti, per il Paese e in particolar modo per la Toscana che ha un’economia basata principalmente sull’export e sul turismo internazionale, due asset che in una prima fase verranno meno e saranno difficilmente recuperati. «Avevamo qualcosa come 100 milioni di presenze al giorno mentre le previsioni parlano di una riduzione del commercio internazionale dell’11%. La perdita del Pil del 10% per la nostra regione significa 11 miliardi di euro e il coinvolgimento di 160mila lavoratori», entra nel merito Stefano Casini Benvenuti, direttore dell’Irpet.

Facile anche andare a individuare chi, economicamente, soffrirà di più. «In Toscana staranno peggio quei territori quasi mono settoriali come Prato con il tessile e Arezzo con l’orafo, Firenze vivrà serie difficoltà per il comparto moda ma sarà aiutato dal farmaceutico mentre se la caverà meglio Lucca grazie al cartario anche se arriverà una gran botta sulle città d’arte dall’azzeramento del turismo internazionale».

Non si vedono le macerie come al termine della Seconda guerra mondiale ma ci sono. Così come ci sono gli aspetti su cui scommettere. «La maggior parte delle aziende toscane sono di piccole e medie dimensioni», introduce l’argomento Andrea Piccaluga docente di Economia e gestione delle imprese all’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna.

«È uno svantaggio dal punto di vista finanziario, ma è un vantaggio per flessibilità e innovazione. Sono aziende dense di competenze ed esperienze che da sempre sanno che devono anticipare il mercato e avere un comportamento pro-attivo. Se riceveranno il sostegno sufficiente per “rimanere” in piedi, la loro capacità di innovare con rapidità e di navigare in acque difficili sarà un punto di forza».

Ripartiamo dalle nostre esigenze

È ancora Capellaro che ci riporta sulla strada della concretezza e ci dice cosa significa capacità di innovare e creare, di riempire quella ricchezza degli spazi vuoti che si sono creati. «Partire dalle esigenze significa non proteggerci in maniera paranoica chiudendoci in recinti», commenta. «Non costruiamo paratie di plexiglass o tavoli con uno schermo davanti. Dobbiamo analizzare la situazione al contrario, demoliamo le barriere. Non basiamoci solo sul weekend ma aggiungiamo i martedì e i lunedì per uscire, troviamo nuovi stimoli. Al cinema non sappiamo mai dove mettere il cappotto? E allora creiamo spazi tra una poltrona e l’altra per appoggiare le nostre cose, per mangiare, per prendere lì un aperitivo. Diamo la possibilità alla birreria adiacente al cinema di aprire un suo spazio all’interno: renderà più piacevole per noi lo spettacolo e aiuterà la birreria ad ampliare il suo spazio per la vendita. E al ristorante? Abbattiamo la rumorosità tipica dei locali italiani e creiamoci delle architetture temporanee con nicchie per stare con i commensali che abbiamo scelto. Inventiamoci e riempiamo i nuovi spazi e i nuovi orari con qualità e non con privazioni».

Allarghiamo il concetto all’industria. Quali sono i nuovi spazi da recuperare e riempire?

Risponde Casini Benvenuti. «Siamo sicuri che alcune produzioni industriali devono essere appannaggio di altri paesi? Abbiamo un polo siderurgico importante, forse dovremo uscire da una pura logica di mercato e valorizzarlo. La salute ha riacquistato un ruolo importante, vanno riviste le logiche della produzione e della ricerca restituendo alle nostra regione un ruolo strategico importante, scommettiamo di più sul farmaceutico. Abbiamo capito che ne abbiamo bisogno. Poi aggiungiamo la silver economy: non stiamo diventando forse una regione di anziani? Lavoriamo per potenziare la tecnologia legata alla salute, all’assistenza, rimettiamo la telemedicina al centro».

«Teniamo la mente di chi è anziano allenata, sperimentiamo servizi che li coinvolgano nei settore della cultura, della conoscenza, del tempo libero», consiglia Casini Benvenuti.

Il messaggio è teoricamente facile: creare reti perché salute non sia solo medicina, tessile non sia unicamente moda, moda non sia solo industria ma anche cultura. «Partiamo da quello che abbiamo, leghiamolo alla tecnologia, e lavoriamo su nuove esigenze», sintetizza il direttore dell’Irpet.

Una sfida che si compone di almeno altri due elementi: trovare i finanziamenti (secondo una stima dell’Irpet serviranno investimenti da 5-10 miliardi solo in Toscana), investire nella ricerca pubblica e pilotare il cambiamento. «Le università e gli enti di ricerca – interviene Piccaluga – possono essere coinvolti nel portare la Toscana non solo a superare la crisi post Covid-19, ma a farla diventare una regione pilota nell’implementare soluzioni che coniughino l’utilizzo delle nuove tecnologie e allo stesso tempo la sostenibilità, la qualità della vita, la riduzione delle disuguaglianze sociali. Il contributo dell’università può anche essere quello di non far perdere ai giovani la voglia di intraprendere, avere sogni e vision per costruire un mondo migliore».

Con un ruolo dello Stato è opinione comune di numerosi economisti, oggi più di sempre, perché «In Italia e in Toscana – conclude Casini Benvenuti – c’è una pigrizia a investire e molta incertezza quando si deve scommettere sul futuro e per questo credo che il pubblico debba riprendere un ruolo fondamentale nel dare un po’di visione e di conseguenza orientare lo sviluppo con linee di finanziamento specifiche».

La sempre verde sostenibilità


L’Europa ci crede già da prima del Covid e sarà l’ambiente una delle chiavi principali per accedere a più fonti di finanziamento. Ne fa una sintesi il professor Frey. Primo: puntare sui settori che effettivamente sono quelli chiave per la sostenibilità: l’energia, la mobilità sostenibile, la tecnologica della salute intesa come prevenzione (diagnosi precoce, vaccini…), l’economia circolare. Secondo: crediamo in quelle imprese che sono capaci di gestire strategicamente le trasformazioni, che sanno vedere nelle crisi le opportunità e quindi migliorarsi tecnologicamente indirizzando su queste “eccellenze”, in modo selettivo, gli investimenti. Terzo: responsabilizziamo i protagonisti senza una privazione della libera iniziativa ma stimolando la creazione di una rigenerazione del sistema economico come è avvenuto nel Dopoguerra. Quarto: cerchiamo di essere consapevoli che questa trasformazione è richiesta dal basso ed è la grande occasione per ricostruire una condivisione valoriale e una nuova aggregazione sociale perché non c’è sostenibilità senza senso civico, cittadinanza attiva e uguaglianza dei diritti.

Il coraggio dell'ottimismo

Marco Mantovani, presidente di Locman, è l’imprenditore delle sfide impossibili. La sua azienda di orologi, 70 dipendenti, ha la sua sede principale all’isola d’Elba. Ed è a lui che affidiamo il compito di un’iniezione di ottimismo che, come presidente della fondazione dell’isola toscana, ha già voluto dare nei giorni scorsi ai suoi concittadini con una lettera di speranza e di resistenza. «L’umanità – commenta Mantovani – ha affrontato queste e ben altre tragedie e ne è uscita sempre più forte. Credo che accadrà anche questa volta e sono sicuro che, con i mezzi a disposizione della ricerca e della medicina, sarà prima di quanto ci immaginiamo. L’Italia è il paese più bello del mondo e la Toscana è la regione più bella dell’Italia. Non ci possiamo permettere di avere troppa paura. La ripresa sarà graduale ma noi dovremo fare una grande promozione al nostro Paese. Teniamo un atteggiamento prudente ma accogliente. Ripartiamo».