Torneremo a brindare? Le aziende toscane del vino e l'emergenza Covid

Nei giorni in cui si sarebbe dovuto celebrare il Vinitaly, rinviato al 2021, i principali produttori del settore svelano i loro progetti, le difficoltà del momento e il timore per il futuro

 
Le vigne toscane, contravvenendo al lockdown imposto dal governo, hanno deciso comunque di germogliare, come ogni primavera. E da ora alla fine della vendemmia, cioè fino a tutto il mese di ottobre, inizia per decine di migliaia di aziende piccole e grandi il dispendioso e faticoso lavoro che la viticoltura di qualità e precisione comporta. Non si tratta di comune agricoltura, bensì di seguire una per una, e in larga parte ancora esclusivamente a mano, almeno 5.000 piante di vite per ogni ettaro.
 
Proprio in questi giorni, a Verona, si sarebbe dovuto celebrare il Vinitaly, una delle principali fiere europee del settore. In un primo momento è stato deciso uno spostamento a giugno ma, nel marzo scorso, il Cda di FieraVerona ha deciso di farlo slittare di un anno, al 18-21 aprile 2021.Il rinvio della fiera, però, è solo un aspetto di una crisi del settore, dovuta al coronavirus, che rischia di far chiudere moltissime aziende e mettere in ginocchio una delle eccellenze italiane e toscane.
 
Due ragazze brindano a Calici di Stelle, a Suvereto
 
Infatti, a parte una minoranza di aziende vinicole che lavorano con la grande distribuzione, la maggior parte vivono, sia in Italia che all’estero, quasi esclusivamente del mercato destinato a ristorazione e turismo, quello che nel settore viene chiamato Horeca (Hotellerie-Restaurant-Cafè, ma anche Catering). E queste sono rimaste con mesi di incassi ancora da riscuotere e con costi fissi per la gestione di ettari di vigneti, e in molti casi oliveti, e per la gestione delle cantine nelle quali il vino, che rischia ora di rimanere invenduto nelle botti, continua a richiedere cure e attenzioni, anche queste dispendiose.
 
In una sorta di “bilancio immaginario” del Vinitaly che non c’è stato, abbiamo sentito l’opinione di alcuni grandi produttori toscani, strozzati fra la necessità di lavorare e investire per la cura delle vigne e le incognite per un futuro a dir poco incerto. C’è chi, come il Consorzio del Chianti, abbassa la produzione, chi si sta salvando con l’export, chi spera in un aiuto concreto dallo Stato e dal sistema bancario, magari con un taglio dell’Iva sul vino, chi prova la via dell’on-line e anche chi vede nero, perché il vino è socialità. E senza contatto umano non ha senso produrlo.
 
 
 
Dove eravamo rimasti
 
Nel 2019 la produzione di vino in Toscana ha toccato i 2.634.000 ettolitri, di cui 158.000 Doc bianco, 1.502.000 Doc rosso, 113.000 Igt bianco, 552.000 Igt rosso e 309.000 vino da tavola.
 
La vitivinicoltura toscana si basa su un tessuto di oltre 23.000 aziende prevalentemente piccole e medio-piccole ma tra le quali sono presenti anche alcuni “campioni” di ampiezza rilevante. Oltre due terzi delle aziende toscane sono situati in aree destinate a produzioni Dop nell’ambito delle quali ricade oltre il 92% dei quasi 60 mila ettari di vigneto regionale (la media nazionale è il 62%).
 
Il patrimonio ampelografico regionale è alla base di 58 riconoscimenti tra Dop e Igp. Delle 52 Dop, 11 sono Docg e le altre Doc. Ma i punti di riferimento per ampiezza, qualsiasi variabile dimensionale venga considerata, rimangono Chianti e Chianti classico, rispettivamente con il 48 e 19 per cento della superficie. Il Brunello e il Morellino seguono a molta distanza con il 5 e il 4 per cento.
 
E’ di circa un miliardo di euro il valore del vino toscano a denominazione - 793 milioni delle Dop a cui si aggiungono i 168 milioni delle Igp -, e più della metà della produzione vinicola certificata vola sui mercati esteri per un export che nel 2019 ha segnato i 558 milioni di euro. Il vino toscano Dop è davanti - nel settore dell’export - a Veneto (273,7 milioni) e Piemonte (242 milioni). 
 
Se Stati Uniti e Germania si confermano i due principali Paesi di destinazione e assorbono insieme oltre il 50% del mercato (sia in termini di volume che di valore), l'Estremo Oriente guadagna quote importanti. Tra il 2010 e 2014, infatti, solo l'1% del prodotto veniva spedito in Cina, mentre nella seconda parte del decennio è stato superato il 2%. In lieve progressione anche il Giappone, dal 2,7 al 3,2%. È aumentata notevolmente anche la domanda di Hong Kong, Singapore e Taiwan, anche se in termini assoluti il peso a valore passa dallo 0,6 all'1%. L'Est Europeo, con la Russia in testa, mostra una discreta attenzione alle denominazioni toscane, ma mantiene un ruolo marginale. Positivo il trend in Brasile, Messico, Australia e Nuova Zelanda.
 
 
Balbino "Bibi" Terenzi nella sua azienda a Scansano, in Maremma
 
Fra l’Amiata e il mare
 
Terenzi Viticoltori in Scansano è un’azienda che ha quasi vent’anni di vita. Qui la produzione principale è a base Sangiovese, il Morellino, ma non mancano bianchi e Igt di alta qualità. Siamo a Montedonico, Comune di Scansano, da una parte si erge maestoso l’Amiata, dall’altra parte il mare della Maremma.
 
Balbino “Bibi” Terenzi, con Federico, sta portando avanti il lavoro iniziato dal padre Florio. Ma anche per loro, che sono un’azienda solida, il momento è drammatico.
 
“Noi siamo un’azienda che ha un mercato legato per la maggior parte all’Horeca, per cui in questo momento ci troviamo ad affrontare costi fissi legati al lavoro nelle vigne e in cantina e a incassi ridotti quasi a zero. E, purtroppo, i soldi che, forse, arriveranno con il decreto, vanno resi troppo in fretta. Sono sei anni, dopo i primi due il capitale va restituito in quattro. Anche aziende piccole come la nostra hanno bisogno di molta liquidità, io ho stimato circa 500mila euro, ma c’è chi arriva al milione. Non sarà facile, temo. Servivano finanziamenti a 20 anni. Dovremo fare una ristrutturazione di tutti i miei finanziamenti, per fortuna abbiamo le spalle abbastanza larghe”.
 
Il lavoro in questo periodo è frenetico, in vigna soprattutto
 
“Dai trattamenti con i trattori alle lavorazioni manuali. Poi ci sarà la vendemmia. E in cantina il vino non lo puoi abbandonare nelle vasche. Poi c’è il tema del vino invenduto, che va venduto sfuso, e i prezzi sono crollati. Con il personale posso usare poco la cassa integrazione: in campagna lavorano tutti, com’è ovvio. In cantina viene solo il cantiniere, in ufficio c’è da gestire una montagna di burocrazia, a partire dalla documentazione per le banche. E stiamo lavorando a una strategia di recupero crediti. Questo è un problema enorme. Abbiamo chiuso con un trimestre di incassi da prendere. Peraltro noi abbiamo anche poco on-line, per non andare in concorrenza con le enoteche. Da poco abbiamo fatto una campagna social con Tannico, vediamo che risultati porterà. E stiamo lavorando alla creazione di un “wine-club” per le degustazioni, ma darà effetti nel lungo periodo”.
 
 
Giovanni Busi, presidente Consorzio vino Chianti
 
La Toscana nel bicchiere
 
Il Consorzio vino Chianti, costituito nel 1927 fra viticoltori di Siena, Firenze, Arezzo e Pistoia, dal 1967 comprende anche zone della provincia di Pisa. Tutela circa 3000 produttori, per circa 15.500 ettari di vigneto.
 
Giovanni Busi, dell’azienda Travignoli nel Chianti Rufina, una delle più antiche aziende italiane, è il presidente.
“Entriamo in due mesi di fuoco, per il lavoro. E per le spese. Con i mancati incassi di venduto non riscosso, perché i nostri clienti hanno chiuso. E le banche neppure sanno che anche all’agricoltura i soldi sono destinati dal decreto, con il capitolato dell’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ndr). Noi abbiamo situazioni diverse. Le piccole aziende sono allo sfascio. Ma anche le grandi, che vendono qualcosa alla grande distribuzione, hanno una fetta importante di mercato destinato al canale Horeca, in Italia e all’estero. Ed è tutto fermo”.
 
“Certo ci vorrebbe un sistema bancario e uno Stato che ci dicesse: di cosa avete bisogno per passare la nottata? E quando siete ripartiti ci si mette attorno a un tavolo e si decide come renderli, in che forma e in che tempo. Questo ci aiuterebbe, ma non ci contiamo troppo. Per cui noi cerchiamo di mantenere in equilibrio la produzione di Chianti. Il consiglio del Consorzio ha deciso di ridurre del 20% la produzione 2020. Questo sperando di ripartire a lavorare a settembre e vendendo quello che abbiamo in cantina. Magari riuscendo a tenere fermo anche il prezzo. E’ chiaro che chi prima incassava 100, così incasserà 80. E con i margini esigui che abbiamo, per molti è un problema. Gli agricoltori dicono: la terra è bassa, ci vuole solo tanta passione. Ma se lo Stato ci darà una mano, ne abbiamo passate tante, si passa anche questa”.
 
Alessandro Nieri, Fattoria Montellori di Fucecchio
 
Montellori, fra l’Arno e il Montalbano
 
La Fattoria Montellori ha 125 anni di storia. Da sempre di proprietà della famiglia Nieri, adesso a condurla è Alessandro. Siamo a Fucecchio, ma i vigneti (Sangiovese, Trebbiano, Chardonnay) sono distribuiti fra Cerreto Guidi, San Miniato e a Cecina di Larciano.
 
“In questi mesi ci siamo salvati con l’export verso la Cina. Sta andando bene e loro sono molto attenti alla qualità. E, di fatto, non si sono mai fermati. La qualità ci sta aiutando, vendiamo soprattutto il rosso, dal Chianti fino al Salamartano. Chi l’ha abbassata inseguendo i gusti del momento, chi ha modificato il disciplinare per scendere con i costi, ora lo sta pagando più di noi. Certo la situazione è difficile. Noi in questa zona abbiamo fatto la richiesta per avere la denominazione Terre di Vinci, sarà un ulteriore valore aggiunto”.
 
 
 
Ginevra Venerosi Pesciolini nella cantina della Tenuta di Ghizzano
 
La tenuta di Ghizzano
 
La tenuta di Ghizzano, esiste dal XIV secolo, Ma della famiglia Venerosi Pesciolini si ha notizie fin dal IX secolo dopo Cristo, il primo antenato risale all’epoca Carolingia. Ginevra Venerosi Pesciolini entra in azienda nel 1995 proseguendo il lavoro iniziato da suo padre, pochi anni prima. Oggi guida la parte agronomica e commerciale della Tenuta di Ghizzano, 280 ettari complessivi, di cui una ventina a vigneto.
 
“La situazione dipende da che tipo di mercato avevi prima. In realtà il mio 85% è Horeca, fra Italia e estero. Il mercato in cui ho sempre creduto per la mia azienda, che punta sulla qualità. I nostri ambasciatori sono i sommelier dei ristoranti. Io ho sempre lavorato poco con il privato, se non con quello che veniva in cantina e chissà quando tornerà. Di fatto il fatturato è fermo al 10 di marzo, siamo a un meno 70%. Ora sto ristrutturando il sito, la rete dei privati, la mia parte di e-shop, anche se non la considero la soluzione per il mio piede. Lavoro con tutti i principali venditori on line, ma solo per piccole quantità. Ma non avendo la visibilità dei grandi marchi internazionali, devo metterci sopra troppi soldi. Inoltre stiamo organizzando, con l’associazione Grandi Cru Costa Toscana, una serie di iniziative, che però porteranno risultati solo nel lungo periodo. Infine riduco i costi fin dove posso”.
 
Nuove strade per il mercato
 
“Lo confesso, sto aprendo un mio negozio su Amazon. Ci credo di più, perché loro sono una piattaforma che deve svilupparsi sul vino, ma dove ho un monitoraggio, perché lì c’è il mio prodotto. Non è qualificante? Lo sarà, perché lo vendo dentro Amazon, ma lo vendo io, con la mia politica dei prezzi. Sarà solo un piccolo sfogo, ma non vado in concorrenza con altri che vendono il mio vino".
 
 
Michele Satta nella sua vigna (foto Bolgheri News)
 
Da Varese a Bolgheri, Michele Satta
 
L’azienda di Michele Satta nasce a Bolgheri nel 1983, anno precedente al riconoscimento della Doc Bolgheri. Lui viene da Varese ma è affascinato dalla zona, così da Milano finisce l’università di Agraria a Pisa. Nella sua azienda oltre a Cabernet Sauvignon e Merlot, vitigni che hanno fatto la fortuna del territorio, ci sono anche Sangiovese e Syrah, ma anche Teroldego, Viognier e, naturalmente, Vermentino.
 
“Altro che smartworking, la vigna se ne frega dei decreti. Ma il momento è drammatico, soprattutto per cosa c’è dietro al consumo del vino. Il vino è socialità, è allegria. I ricchi magari stappano una bottiglia di Sassicaia per dire “sono ancora vivo”, ma normalmente non bevi volentieri se non vedi un futuro, se non ci sono rapporti liberi”.
 
Le prospettive sono nere
 
“Tutti accettano in questo momento restrizioni pazzesche di fronte a questa pandemia, che poi risulta curabile, che non è il nemico invisibile. Finché non recuperiamo una cultura della convivenza normale fare il vino è un dramma. Abbiamo un anno di tempo, il vino non è un fresco che va a male in poco tempo. Ma se non riprende una vita di relazione una metà delle vigne dovranno essere destinate all’alcolismo dei poveri, che prima di morire di fame si ubriacano... E’ suggestivo, lo so, ma il vino è il segno di una società che vive bene, anche il Vangelo parla del vino come bevanda della festa. Se continua questa psicosi è un dramma. So che dico una cosa pericolosa, ma pare che sia una soddisfazione di tutto il mondo mediatico a dire stai a casa, stai distanziato, non toccare. Ma la nostra società ha sempre convissuto con l’idea della morte, ma non c’è mai stata una situazione così estrema. Poi se non si farà più il vino farò patate e cipolle, in qualche modo andrò avanti”.
 
Carlo Paoli, direttore generale di Tenuta San Guido
 
Sassicaia, basta il nome
 
Forse il più conosciuto vino al mondo, con una Doc tutta sua, l’unica interamente contenuta nella stessa tenuta, come succede in pochissimi vini celeberrimi in Francia, il Bolgheri Sassicaia (Cabernet Sauvignon 80%, altri, fra cui Cabernet Franc) è la creazione del marchese Mario Incisa della Rocchetta, nella tenuta San Guido, nella Maremma livornese. Le prime bottiglie sono dell’annata 1944, ma fino al 1967 fu consumato solo in famiglia. La prima annata sul mercato è il 1968. Importante fu la collaborazione con l'enologo Giacomo Tachis, scomparso nel 2016, di cui ha preso il testimone adesso l'enologa follonichese Graziana Grassini.
 
Ma anche la tenuta San Guido deve fare i conti con la pandemia, come ci spiega il direttore generale della tenuta, Carlo Paoli. “Occorre umiltà e buonsenso, nessuno può ritenersi più al sicuro di altri. Intanto abbiamo riscoperto un gran senso di solidarietà fra di noi e questo vale per il mondo del vino. Il nostro è un prodotto agricolo, della terra, che si avvicina in occasioni di convivialità. E’ legato a abitudini di vita che sono state stravolte. Questa situazione porterà grossi problemi a tutti gli operatori del settore, non solo a noi produttori. Però non ho ombra di dubbio che ci si rimetta in moto, c’è da capire come lo faremo. Noi, infatti, stiamo già assistendo a una ripartenza di una parte del mondo, anche se per molti è stata una mazzata e non tutti ci riusciranno”.
 
L'appello
 
“Lancio un appello, visto che il vino è un prodotto agricolo, perché deve avere l’Iva al 22%? Aiutiamo il prodotto e riportiamo l’aliquota non dico al 4% come gli altri del settore, ma almeno a un 10%. Sarebbe un grande incentivo per le aziende e le famiglie. E non lo dico per noi, che siamo una piccola nicchia, la produzione del vino è vasta e variegata”. E aggiunge: “Io tendo a essere ottimista. Vado controcorrente. Non credo che questa situazione rappresenti un baratro per il mondo del vino, in particolare in Italia. Noi non abbiamo cambiato strategie particolari, a parte le misure di contenimento. Abbiamo continuato a lavorare, stando vicini alle famiglie dei nostri dipendenti: abbiamo messo in ferie il personale fisso, restituendone loro il 50%, e abbiamo fatto lavorare gli avventizi. E abbiamo aggiunto 100 euro sulle buste paga di tutti, raddoppiando il contributo statale”.
 
Il mercato
 
“Siamo stati fortunati, perché quando è scoppiata la pandemia tutte le consegne per gli Stati Uniti erano già partite. La Cina la stiamo fornendo in questi giorni, è ripartita. Da parte degli altri mercati non ci sono state richieste di riduzioni, magari ti chiedono di rinviare un paio di mesi, ma non vogliono togliere neppure una bottiglia. Credo che sia un segnale che non avvertiamo solo noi, sono certo che l’Italia ne possa uscire più vincente di prima”.
 
Una veduta di Montalcino e della campagna circostante
 
Il Brunello, l'eccellenza mondiale
 
Nato nel 1967 all’indomani del riconoscimento della Doc, il Consorzio di tutela del vino Brunello di Montalcino riunisce 218 soci (che rappresentano il 98,2% della produzione di Brunello), per una tutela che si estende su un vigneto di oltre 4.300 ettari nel comprensorio del Comune di Montalcino, in favore di quattro dei sette vini Dop del territorio. Tra tutti spicca il Brunello di Montalcino, prima Docg del Belpaese (quest’anno al traguardo dei 40 anni dal riconoscimento, avvenuto nel 1980), seguito dalle Doc Rosso di Montalcino, Moscadello di Montalcino e Sant’Antimo. La zona è un piccolo angolo di paradiso. Montalcino, 40 km a Sud di Siena, delimitato dalle valli dell’Orcia, dell’Asso e dell’Ombrone ha un territorio unico per biodiversità, caratteristiche morfologiche e climatiche. E il vigneto oggi sfiora un valore di quasi 1 milione di euro per ettaro, per un totale di oltre 2 miliardi di euro.
 
Sono oltre 141mila gli ettolitri di vino usciti dalle cantine di Montalcino nel 2019, tra Brunello (96.722 hl), Rosso di Montalcino (34.249 hl), Moscadello (436 hl) e Sant’Antimo (9.992 hl). Una produzione per circa il 70% destinata all’export (soprattutto verso Stati Uniti ed Europa, seguiti da Canada e Giappone) e che, per quanto riguarda il Brunello, una volta in cantina si trasforma in un vero e proprio investimento ad altissimo rendimento, con profitti che crescono in maniera direttamente proporzionale all’affinamento del vino fino a triplicare il proprio valore.
 
Valgono infatti circa 400 milioni di euro i 340mila ettolitri delle ultime annate conservati in botte nei caveau delle 300 aziende montalcinesi, grazie a una supervalutazione dello sfuso (fino a 1.200 euro per ettolitro), che fa del Brunello il vino più caro del Belpaese. E dopo l’imbottigliamento e considerando le quotazioni dell’annata 2014, il valore del prodotto finito salirà del triplo, fino a superare quota 1,2 miliardi di euro. Giacomo Pondini, maremmano, è il direttore del consorzio. In questo periodo divide la sua vita fra Grosseto e Montalcino, per la consegna delle fascette per le bottiglie ai produttori che, in qualche modo, vanno avanti.
 
“Noi ci stiamo preparando alla prossima vendemmia, come ogni anno. L’imbottigliamento del Brunello, in questi primi mesi, è comunque in linea con lo stesso periodo degli anni passati. Lo vediamo dal numero di fascette consegnate. Ma è la sensazione che sia frutto di ordini e accordi precedenti alla fase emergenziale, in particolare per le aziende grandi che approcciano il mercato con largo anticipo. Diverso è per le aziende che vivono molto del legame con il territorio, della vendita diretta. Da noi le visite in cantina sono una componente fondamentale, da ora a ottobre: il legame con la terra meravigliosa di Montalcino è un valore aggiunto. Molte aziende hanno sviluppato l’accoglienza, anche con alberghi di fascia medio-alta, in linea con il target del Brunello, quindi facendo investimenti importanti. E’ chiaro che senza un introito regolare ora siano in grande difficoltà. E, nonostante lo sviluppo di on-line e Gdo, per il Brunello il mercato principale di sbocco resta l’Horeca”.
 
I mercati esteri
 
“La Cina non è mai stata un mercato di riferimento per il Brunello, ma può essere una strategia futura. Con gli Stati Uniti lavoriamo abbastanza con l’on-line: i portali principali ci dicono che per il Brunello c’è un mercato. E poi abbiamo in programma di fare delle promozioni dirette in Canada, in Giappone, ad Hong Kong, ma al momento stiamo aspettando lo sblocco del fondo Ocm (finanziamenti comunitari a fondo perduto per la promozione delle aziende del settore fuori dall’Unione Europea, ndr)”.
 
Giacomo Pondini e Fabrizio Bindocci, direttore e presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino
 
Il presidente del consorzio è Fabrizio Bindocci, direttore generale dell’azienda Il Poggione, posto incantato fra Montalcino e Sant’Angelo in Colle.
 
“Sono stato uno dei promotori di Avito, il Consorzio dei Consorzi toscani, che ne raggruppa 22. Abbiamo fatto un documento per chiedere aiuti concreti alla Regione, che poi lo trasmetta allo Stato. In questo contesto credo che un Consorzio come quello del Brunello debba essere la locomotiva che aiuta anche le denominazioni più piccole ad andare avanti. E’ riconosciuto da tutti: se il Brunello si vende, anche gli altri ne hanno giovamento. Io sono positivo, per me il bicchiere è mezzo pieno, anche se il 70% del nostro mercato è Horeca, in tutto il mondo, già i segnali ci sono. Credo che la voglia di tutti sia tornare alla convivialità e in questo il vino è fondamentale. Sul piano operativo, visto che il disciplinare prevede una resa di 8000 kg per ettaro, abbiamo proposto di scendere a 7000, con 1000 kg destinati a Rosso di Montalcino, per calmierare un po’ la produzione”.
 
E, dopo l'annucio del rinvio al 1° giugno dell'apertura di bar e ristoranti, il Consorzio chiesto all’assessore all’Agricoltura della Regione Toscana, Marco Remaschi, l'attivazione dello stato di calamità naturale per tutta la Toscana, con accesso al Fondo di solidarietà nazionale e l’attivazione del Mediocredito Toscano a garanzia dei provvedimenti del Governo in materia di proroga di mutui e debiti. 
 
Antinori, la famiglia del vino
 
La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni: da quando, nel 1385, Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell'Arte Fiorentina dei Vinattieri. Dopo ventisei generazioni è ancora la famiglia a gestire direttamente l’attività, con decine di tenute in Toscana, in Italia, e anche nel mondo. Qualche nome per capire di cosa stiamo parlando.
 
La cantina Le Mortelle, a Castiglione della Pescaia, progettata dallo studio fiorentino Hydea
 
In Toscana ci sono le tenute Tignanello, Badia a Passignano, Pian delle Vigne, Guado al Tasso, Fattoria Aldobrandesca, Le Mortelle, Montenisa, La Braccesca, Monteloro, in Umbria il Castello della Sala, in Puglia la Tormaresca, in Piemonte la tenuta Prunotto. Ma aziende Antinori sono anche in Napa Valley (Antica e Stag’s Leap Wine Cellars), in Cile (Haras de Pirque), in Ungheria, in Romania, anche a Malta.
 
Piero Antinori con le figlie Albiera, Allegra e Alessia
 
Allegra è una delle tre figlie del marchese Piero Antinori (le altre sono Albiera e Alessia)
 
“La ristorazione e il turismo sono i settori più colpiti dalla pandemia, finché non si troverà una cura efficiente, non sarà facile per nessuno. Il mondo cambierà, i tempi sono da capire. Non è ancora chiaro quali aiuti concreti arriveranno, quali permessi, quali condizioni. Il nostro mercato è per l’80% Horeca. Adesso molti si stanno attrezzando con il delivery per i vini, lavorando direttamente con i loro clienti. Per la produzione in campagna e in cantina niente è cambiato, anche se i problemi si avranno per la vendita dei vini giovani, bianchi e rosè, che sono destinati alla stagione estiva in arrivo. Noi siamo pronti e vicinissimi ai nostri clienti, pronti a supportarli in ogni modo, dalla dilazione di pagamento ad altre forme da discutere. Ne abbiamo tantissimi che negli anni ci sono stati sempre fedeli, ora è il momento di andare loro incontro. Lavoreremo dieci volte tanto, sapendo che quello facevamo in 5 ore dobbiamo farlo in 3. Per fortuna abbiamo fatto un gennaio e un febbraio fantastici per le vendite negli Stati Uniti, la Cina sta un po’ riaprendo, questo ci sta aiutando”.
 
Accoglienza e ristorazione
 
“La parte ospitalità per noi è importante, perché è un modo per avere contatti diretti con i clienti: apriremo su prenotazione, faremo giri piccoli, anche al Bargino (Tenuta Antinori nel Chianti Classico, sulla Cassia, ndr) massimo 5-6 persone per volta. L’Osteria del Tasso (sulla Bolgherese, ndr), la riapriremo piano piano, sfruttando lo spazio fuori, per renderli più attraenti. E cercando di essere più sorridenti del solito, andare avanti e non lamentarsi. E terremo tutte le persone che negli anni hanno lavorato per noi”.
 
 
La tenuta del Bargino, sulla Cassia, progettata da Archea Associati
 
Il boom
 
Un discorso a parte lo merita l’online. Perché la quarantena forzata ha fatto aumentare in modo esponenziale le vendite di vino con l’e-commerce. In Italia ci sono numerosi operatori. Tannico, con quasi 20 milioni di fatturato nel 2019, è il leader indiscusso, ma anche Xtrawine, Bernabei online, Vino75 e Callmewine hanno fatturati fra i 5 e i 10 milioni di euro.
 
A dimostrarlo sono i numeri di Tannico che vedono, solo nelle ultime tre settimane di marzo, un aumento del 100% dei volumi, del 10% della frequenza d’acquisto e del 5% delle quantità di bottiglie per ordine effettuato.
 
Cambiano anche le tipologie di bottiglie acquistate che, in generale, registrano una diminuzione del 10% del prezzo medio per bottiglia, facendo calare il consumo di spumanti e Champagne (-30%) e delle denominazioni Super Premium (Barolo -70%, Brunello -70%, Champagne -50%, Bolgheri -25%). Crescono invece gli acquisti delle denominazioni con prezzi più moderati (Sicilia bianco +100%, Venezia Giulia bianco +100%, Sicilia rosso +50%, Chianti classico +30%, Barbera 15%) e in generale i vini bianchi (+20% nelle regioni più colpite dal virus, + 25% nelle altre). I vini rossi senza denominazione non subiscono invece alcuna variazione.
 
Marco Magnocavallo, amministratore delegato di Tannico, commenta così i dati: “E’ in atto un grande cambiamento nella matrice di consumo e acquisto dei consumatori che stanno prediligendo bottiglie con un prezzo medio più contenuto e in parallelo stanno aumentando la frequenza di acquisto. Interessante anche notare come l’acquisto di distillati veda un +20%, segnale che conferma come gli italiani stiano passando anche al consumo di cocktail in casa”.
 
Il mutamento dei volumi tuttavia non coinvolge uniformemente tutte le regioni d’Italia: Tannico registra un’esplosione delle proprie vendite specialmente nelle aree maggiormente colpite dal virus (Lombardia +100%, Piemonte +90%, Emilia +85%, Veneto +82%) contro un aumento di volumi decisamente più contenuto nelle le regioni meno coinvolte (Sicilia +40%, Puglia +30%, Calabria +20%, Sardegna +10%).