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L'età, la genetica, lo sport, il gruppo sanguigno: ecco perché alcuni rischiano di più se contraggono il virus

Un modello elaborato da tre studiosi italiani, fra cui anche un esperto dell'Istituto Superiore di Sanità, spiega quali fattori rendono così diverso il decorso della malattia. "Vivere o morire, si decide tutto in due settimane"

FIRENZE. Vivere o morire di coronavirus, i primi quindici giorni sono quelli decisivi. È brutale ma è così. Il destino di chi si ammala sembra iscritto in uno schema, in un domino di combinazioni soggettive: età, bagaglio immunologico, gruppo sanguigno, perfino le abitudini di vita e lo sport possono aggravare il quadro clinico. I sintomi, le differenze fra uomini e donne, l’evoluzione della malattia così diversa in chi contrae il virus sembrano determinati da porte girevoli dell’organismo. E quando se ne apre una all’inizio, la strada potrebbe essere tracciata. Dall’asintomatico alla morte, c’è una spiegazione alle tante sfumature di Covid. Hanno provato a darla tre ricercatori italiani con un modello teorico messo a punto con un grande studio sull’epidemia che raccoglie e rielabora i risultati delle principali ricerche pubblicate nel mondo dall’inizio dell’emergenza. Obiettivo: provare a dare un senso al decorso diverso dell’infezione, a volte violento anche nei giovani e non solo negli anziani.

Lo studio. Lo studio, proposto alla rivista internazionale Pediatric Allergic e Immunology, è stato pubblicato su Preprints.org e rilanciato venerdì 24 aprile dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Per il modello elaborato da Paolo Maria Matricardi, immunologo e pneumologo pediatrico dell’università Charitè di Berlino, Roberto Walter Dal Negro, primario della pneumologia di Verona, e dal dottor Roberto Nisini, immunologo dell’Iss, l’esito della malattia è come sospeso su una bilancia: da una parte la carica virale assorbita, cioè «la dose cumulativa di esposizione al virus», e dall’altra la forza della risposta immunitaria innata locale. Se la prima avrà il sopravvento sulla seconda, l’infezione si aggraverà e l’esito potrebbe anche essere il peggiore. Tutto deciso, appunto, nei primi 10-15 giorni.

Tre fattori chiave. Secondo gli studiosi, sono tre i fattori che fanno strada al virus e possono complicare il decorso dell’infezione:

1 - una risposta innata debole, tipica degli anziani o dei soggetti privi di anticorpi per difetti genetici;

2 – una dose molto alta di esposizione al virus, caratteristica di medici e infermieri che hanno curato molti pazienti gravi senza mascherine o dispositivi di protezione adeguati (casi emblematici sono i contagi sommersi nelle Rsa e negli ospedali della Lombardia);

3 – lo sport, allenamento e esercizio fisico ad alti livelli che comporti grossi flussi respiratori nei giorni di incubazione precedenti i sintomi favoriscono la penetrazione del virus nelle vie respiratorie profonde, nei bronchi e negli alveoli, senza dare tempo alla prima linea di difesa degli anticorpi presenti in gola di svolgere il suo ruolo.

Il Covid e lo sport. Ecco, vi sarà già venuto in mente. Sì, anche lo studio italiano cita Mattia, il caso 1 d’Italia e d’Europa, il 38enne di Codogno scampato a Covid-19 dopo più di un mese di terapia intensiva, costretto a restare intubato per settimane. Uno sportivo, un semi-professionista. Proprio una delle categorie che mette in guardia lo studio nelle conclusioni. Perché «se un’attività sportiva regolare e moderata è associata a una riduzione dell’infezione», gli atleti d’élite – come maratoneti, subacquei, canottieri, ciclisti, calciatori – da 3 a 72 ore dopo l’allenamento rischiano di creare le condizioni migliori alla replicazione del virus nei polmoni. In gergo si chiama effetto “opening window”. Lo sforzo fisico spalanca le finestre al virus. «Se SARS-CoV-2 supera il blocco della immunità innata e si diffonde dalle vie aeree superiori agli alveoli già nelle prime fasi dell’infezione, allora può replicarsi senza resistenza locale, causando polmonite e rilasciando elevate quantità di antigeni», scrivono i ricercatori. Fare fatica, ventilare e andare sotto sforzo asciuga la saliva e le secrezioni, dove si concentrano gli anticorpi naturali della risposta innata. Insomma, secca le difese.

La tempesta nei polmoni. Ma cos’è la risposta innata? È formata da molecole Mbl e da anticorpi IgM, IgA, ma non specifici, non generati per questo particolare virus. Si trovano in gola, nella faringe, nel naso. È un’immunità “generalista”, rozza, si potrebbe dire. Barriere di cui sono dotati in gran quantità i bambini (ecco perché superano quasi sempre la malattia senza gravi conseguenze), i giovani e gran parte degli adulti. Se indeboliti dall’età o da una carica virale alta – spiega lo studio - questi muri invece possono venir abbattuti. Di solito i primi sintomi si avvertono dopo 5-6 giorni dal contagio, e se il virus varca le barriere prima che l’organismo abbia sviluppato gli anticorpi specifici è un guaio. Può succedere fino a 3 giorni prima della comparsa dei sintomi o 7 giorni dopo il contagio. In altri 3-7 giorni si capisce quale piega prenderà l’infezione. Perché gli alveoli si caricano di molecole virali e quando la risposta immunitaria specifica partirà, si attiverà in modo massiccio proprio laggiù, nelle vie respiratorie profonde. E non è per niente un bene come invece succede con altre malattie.

Anticorpi troppo arrabbiati. Per paradosso, nell’infezione da Sars-Cov-2 «più robusta è la risposta immunitaria specifica – scrivono gli studiosi – maggiori sono i danni ai tessuti e più severa la polmonite interstiziale». Sono proprio gli anticorpi specifici IgM, IgA e IgG a scatenare «un tempesta di citochine» e l’infiammazione violenta che causa i principali danni ai polmoni. A stare alle evidenze scientifiche, maggiore è la presenza di «cascate citochiniche» nella fase iniziale, più grave sarà l’evoluzione della malattia. Soprattutto l’interleuchina 6 sembra un marcatore precoce del decorso della patologia, capace di innescare le crisi respiratorie che costituiscono il 53% delle cause di morte. Per questo gli studiosi suggeriscono di tenerla sotto controllo con analisi del sangue. Non solo, IgM e IgA (questi ultimi gli anticorpi delle mucose epiteliali) sarebbero i principali sospettati delle trombosi all’origine del 7% dei decessi (il 33% dei morti è provocato da entrambi i fattori, il resto da choc sistemici e infezioni secondarie).

Il gruppo sanguigno fa la differenza. Se si aggrava, la malattia lo fa di solito dopo 8 giorni dal contagio con la dispnea, diventando sindrome respiratoria acuta al nono giorno, fino a richiedere la ventilazione meccanica dopo 10-11 giorni e a provocare la morte dopo 18,5 giorni. Dunque, decisiva è la risposta immunitaria innata. E dai dati raccolti su alcuni pazienti di Hong Kong, emerge una novità: si è scoperto che il gruppo sanguigno e il genere possono fare la differenza. «Chi appartiene al gruppo A ha un rischio lieve in più di sviluppare complicazioni severe dell’infezione». Se si tratta di maschi, il rischio diventa «notevole». Chi invece appartiene al gruppo 0, ancora meglio se è donna, ha una capacità di risposta maggiore. Perché? Perché chi appartiene al gruppo 0 sviluppa più IgM innate, chi invece è A meno.

Immunodepresso è (quasi) meglio. Ma c’è un altro paradosso nella breve storia di Covid-19. Se è vero che gli immunodepressi hanno meno barriere locali naturali nella bocca e nella gola, pare che riescano anche a uscirne meglio. Proprio il deficit immunologico, impedisce una risposta specifica violenta contro il virus. Insomma, niente tempesta infiammatoria. Tanto che molti se la cavano quasi senza sviluppare la polmonite.