Il Tirreno s'illumina del Tricolore: un faro nel buio del presente

Light design: Paolo Grossi Music Staff - Foto e video: Dario Marzi, Michele Silvestri, Daniele Danesi

Livorno, un effetto unico avvolge il vecchio e amatissimo palazzo di viale Alfieri. E il 25 aprile arriverà il bis per celebrare i settantacinque anni della Liberazione

Il Tirreno si illumina del Tricolore: un faro contro il buio del presente

Tre squarci di luce – una rossa, una bianca, una verde – hanno cambiato il “volto” architettonico del Tirreno a Livorno sulla cantonata fra viale Alfieri e via Tripoli.

Un tricolore nella sera realizzato da Paolo Grossi (DottSax) di Pieve a Nievole con la sua ditta Music Staff Italia di Monsummano. L’ha fatto con una batteria di 32 proiettori motorizzati e una quindicina di barre led tutt’attorno al perimetro esterno della sede del giornale (con le riprese di Daniele Danesi via drone). Ma le cifre dànno solo una pallida idea della suggestione scenografica che ha cambiato l’identikit visivo delle architetture. Come se a suon di luci proseguisse l’idea di “Colora il tuo Tirreno” che abbiamo lanciato nei giorni scorsi. No, non è soltanto il fascino dell’effetto di colori quel che conta qui, il make up alle linee dell’edificio disegnato a Livorno da Ghino Venturi a metà anni trenta, quasi all’incrocio fra l’allora via degli Acquedotti e il tratto urbano della storica Aurelia, poco dopo aver concluso l’ospedale di fronte.

Questo tricolore di luci taglia in due il buio che sembra assediare anche il nostro presente fatto di coronavirus in questo stato di sospensione che sembra un galleggiamento a bagnomaria. In effetti, le prossime settimane sono un tempo speciale, e non solo perché siamo rinchiusi in casa.



Basta guardare il calendario: siamo fra le feste delle grandi religioni (la Pasqua cristiana, la Pesach ebraica e il Ramadan islamico) e la grande celebrazione laica dei diritti dei lavoratori (Primo Maggio). E poi: domani cade l’anniversario numero 29 della sciagura del Moby Prince, 140 morti nella più grave apocalisse della nostra marineria civile dal dopoguerra, e verso fine mese ecco una ricorrenza di casa nostra col 143° “compleanno” del nostro giornale.

Ma in questa stessa striscia di giorni c’è quel 25 aprile che da 75 anni contrassegna l’anniversario della liberazione dal nazifascismo ed è il mito fondativo della nostra comunità civile. L’antidoto migliore perché lo “stato di eccezione” per dare l’altolà al rischio di contagio non diventi – sull’esempio del leader sovranista ungherese Viktor Orban, non a caso – il congelamento della democrazia liberale che abbiamo conosciuto fin qui: acciaccata, mal ridotta e imperfetta sì ma l’unica che abbiamo perché il resto è peggio, se non peggissimo.

Lo show di luci per ridisegnare le architetture del Tirreno, la sera di mercoledì 8 attorno alle 20,30, è stato un assaggio: praticamente un’anteprima di quel che contiamo di fare giust’appunto in occasione del 25 aprile, a tre quarti di secolo dalla liberazione che concluse la seconda guerra mondiale (e dalla riconquista della libertà). Sotto il segno della memoria sì, ma anche nel nome anche di un presente così complicato da vivere (e, per noi cronisti, da descrivere e raccontare, e soprattutto guardando al futuro da costruire e da immaginare).



La scelta del tricolore è anche una sfida a chi vuol farne uno stendardo di nostalgia rancorosa e di retorica retrò. A dire il vero, non è così: è stato fin da subito l’emblema della Resistenza declinata al plurale: lo hanno inserito i partigiani dell’Anpi nel loro simbolo, era nel vessillo delle Brigate Garibaldi. Ma soprattutto era la bandiera del Corpo Volontari della Libertà, l’organizzazione che dava una casa comune alla confederazione di anime della Resistenza. O anche semplicemente dei mille pezzetti dell’arcipelago dell’antifascismo spontaneo. Ne troviamo una raffigurazione scandagliando le biografie delle vittime delle Fosse Ardeatine: Umberto Lusena, ex legionario dannunziano, maggiore dei parà e partigiano di parte monarchica; Ilario Zambelli, licenziato perché rifiuta di iscriversi al Pnf e poi precettato come radiotelegrafista; Odoardo Della Torre, avvocato socialista, e Pilo Albertelli, prof azionista torturato dalla Banda Koch; Paolo Angelini, autista garfagnino comunista; Giulio Roncacci, commerciante anarchico; Alfredo Pasqualucci, calzolaio appartenente ai movimenti rivoluzionari; la famiglia Di Consiglio così come i due Piattelli e i due Sonnino, padre e figlio, trucidati solo perché ebrei come un'altra sessantina di persone in quel maledetto abisso di male. L’elenco potrebbe continuare chissà quanto, ma fermiamoci qui.

Dietro quel tricolore che sbandieravano i partigiani non c’era un’astratta enunciazione patriottica, c’era il segno dell’impegno (e del coraggio) nel ricostruire la comunità. Quel “noi” sbrindellato allora dalla guerra e oggi dal virus. Del resto, questa non è una lunga bisboccia del tutti a casa: o riusciremo a rimettere insieme i cocci della comunità o la spaccatura sarà drastica e brutale, aumentando le diseguaglianze e spaccandoci fra chi è soltanto stato un po’ a casa, chi è stato colpito da lutti impossibili perfino da piangere e chi ha perso quasi tutto.

Dietro quel tricolore c’era un periodo di sconvolgimento come dopo l’estate del ’43. C’era quel Nando in “La casa in collina” di Cesare Pavese che chiede al prof: «Voi amate l’Italia?». E lui: «No, non l’Italia. Gli italiani». —

  • Video: il backstage (di Dario Marzi)

Il Tirreno s'illumina di Tricolore: il backstage dell'evento