Come si riparte, un mondo diverso dopo il coronavirus: così cambieranno ristoranti, alberghi, bagni, negozi, teatri e musei

Le previsioni di 16 esperti intervistati dal Tirreno. La grande distribuzione punterà sulle consegne a domicilio. Gli stabilimenti balneari si ripensano come presidi socio-sanitari. Davanti ai negozi e ai bar comparirà un contapersone. Il teatro deve ridisegnare la platea. E per i musei si pensa alle visite "slow"

Su una cosa sono tutti d’accordo:  la nostra vita dopo la pandemia sarà diversa da prima e chissà per quanto tempo. Forse per sempre. Come sarà, invece, nessuno sa immaginarlo. Di sicuro sarà più dura per molte attività economiche, quelle che erano al centro della vita sociale. La Toscana era una meta privilegiata del turismo e su questo settore il Covid-19 è passato come il napalm. Le due parole intorno a cui il turismo ruota sono mobilità e convivialità. Provate a pronunciarle adesso: scattano divieti e paure.

Ristoranti e bar, meno incassi e più spese. Take away e consegne a domicilio sono una via d’uscita

Aldo Cursano, Fipe Toscana

La ristorazione e i pubblici esercizi sono tra i settori più colpiti, adesso e in prospettiva. Chiusi dal decreto del governo, meditano su come potranno riaprire.  E gli scenari sono tutti foschi. Visto da qui e ora, il futuro di bar e ristoranti è fatto di minori incassi e maggiori spese. Si ragiona di distanze da garantire (1 metro e 80 è l'ultima ipotesi al vaglio dei tecnici), di contapersone, di percorsi obbligati dentro i locali per evitare i contatti tra clienti, di app per prenotare gli ingressi. In più c’è un quadro generale da cui non si può prescindere, fatto di meno persone in giro e di meno soldi nelle tasche di molti cittadini. Con queste premesse è difficile essere ottimisti.

Aldo Cursano è presidente regionale e vice presidente nazionale della Federazione dei pubblici esercizi, titolare di alcuni locali storici di Firenze e provincia. “C’è poco da fare, il distanziamento penalizzerà la somministrazione dei cibi sul posto. Per i ristoranti significa meno coperti, al bar meno colazioni e caffè, per tutti meno incassi. In più serviranno ulteriori investimenti per la sanificazione dei locali e per garantire il rispetto delle distanze”. Garantirlo come? “Stiamo già esaminando alcune soluzioni, penso a un contapersone con un semaforo che regolerà gli ingressi nei bar e nei negozi: una volta programmato il numero consentito di persone nel locale, quando quel numero viene raggiunto scatta il rosso, chi è fuori deve aspettare che esca un cliente per poter entrare. L’alternativa è un vigilante a regolare la fila, ma è una soluzione più costosa”. Un’altra certezza è che l’attenzione alla sicurezza sanitaria resterà anche in futuro un punto centrale, insieme all’attenzione per l’ambiente. E già si lavora a definire un protocollo di sicurezza per i dipendenti e per i clienti.

Asporto e delivery. Per recuperare una parte del fatturato, c’è una strada obbligata su cui molti si stanno già muovendo: take away e consegne a domicilio.  “Per la verità molti erano già pronti a farlo ora – dice Cursano  - Non si capisce perché i ristoratori siano stati esclusi dalle aperture. Perché un forno, un negozio di alimentari, un supermercato possano consegnare il cibo a casa e ai ristoratori siano state precluse produzione e consegna”. Polemica a parte, questa resta anche la strada per il dopo. “Ce lo dicono gli studi che stiamo facendo. Nel prossimo futuro cambierà il modello dei consumi: ci sarà meno condivisone, eravamo abituati alla socialità, ora aumenterà il consumo domestico. I cibi da asporto, le consegne a domicilio saranno un modo per mantenere un rapporto di fiducia con la propria clientela, una soluzione valida dalla trattoria al ristorante stellato. Si ordinerà un pranzo o una cena, una colazione al bar e lo si andrà a prendere per consumarlo in ufficio, a casa, in un parco. Oppure ce li faremo portare a casa”. Sarà richiesta una riorganizzazione del lavoro e si intravedono altri problemi. I big delle consegne a domicilio hanno già aumentato il costo del loro servizio che dal 20% è passato al 35-40% .

Box lunch e box breakfast basteranno per mantenere lo stesso livello di fatturato? Forse no, ma intanto è un modo per andare avanti.  “Se prima facevo 50 coperti - prosegue Cursano - dovendo ridurre il numero dei tavoli per rispettare le distanze ne farò 20,  se aggiungo 15 pasti da portare via e altri 10 consegnati a domicilio, posso resistere”. Già, resistere. “Nessuno immagina di incrementare gli affari, si pensa a limitare i danni, sperando in un ritorno alla vita di prima”, con tutte le incognite che questo desiderio porta con sé in questo momento.

Roberto Franceschini, ristorante da Romano - Viareggio

Chef e ristoratori. Anche per Roberto Franceschini titolare di “Romano”, tempio della cucina versiliese, è il momento delle domande con poche risposte. “Aspettiamo di capire, di conoscere le disposizioni. L’unica certezza è che con le attuali disposizioni passeremo da 15 a 7 tavoli. Poi tutti gli ambienti dovranno essere quotidianamente sanificati, ci sarà da capire se anche i clienti dovranno avere le mascherine, se dovremo attrezzarci per misurare loro la febbre”. Le consegne a domicilio? "Certo ci stiamo cominciando a pensare, ma non si possono organizzare dall’oggi al domani, anche perché non  tutti i piatti possono essere consegnati alla stessa maniera, un piatto di pesce crudo non è una pizza”. Po il tono si fa sommesso: “Di sicuro per tutto il sistema del turismo e dell’accoglienza è la botta più grande di sempre”.

Emilio Signori, locanda della Luna - Tirli

Ma poi non tutti potranno buttarsi sul delivery con la stessa facilità. Un conto è avere un ristorante a Firenze o in Versilia, un conto averlo a Tirli,  paese sulle colline che guardano dai boschi il mare di Punta Ala,  come  Emilio Signori, chef della Locanda La Luna, presenza nota negli showcooking televisivi. “La verità è che dovremo imparare a convivere con una situazione nuova, diminuiremo il numero dei coperti del 50%.  Torneremo  a un turismo anni ’50, niente stranieri e italiani solo di queste parti o chi ha le seconde case. Sarà anche un modo per guardarci dentro, per chiederci se facevamo certe cose solo per guadagnare o per farci belli. Dovremo prepararci a un listino diverso, abbassando i prezzi, a un menu diverso, con un’offerta più mirata, migliore e senza sprechi”. Mica facile fare meglio con meno. “Alla fine servirà a farci crescere, ne usciremo migliori. La nostra attività è fatta per rendere felici le persone, non mi posso permettere di essere pessimista”.  

Fabio Picchi, Il Cibreo - Firenze

Ancora più perentorio Fabio Picchi, vulcanico patron del Cibreo in Sant’Ambrogio a Firenze. “Impossibile immaginarsi qualcosa ora, davanti a 15.000 morti. Ma spero che tutti i ristoranti del mondo si uniscano per spezzare le catene", dice marxianamente. In che senso? "Dobbiamo prendere coscienza che noi diamo il buono, il nutrimento, diamo la minestre e chi ci governa dovrebbe sapere che il loro nome, ministro, viene da lì, "dare la minestra". Questo per dire che i politici, in questo frangente terribile, devono rendersi conto che il turismo è la più importante industria italiana con centinaia di migliaia di attività. Dietro ogni ristorante, anche quello che fa solo polli arrosto, c’è una filiera di altri produttori. Se la politica non è cosciente della funzione della ristorazione, allora è la fine".  Quanto alle consegne a domicilio, Picchi le fa già e in questi giorni il suo C.Bio non ripara a rispondere alle richieste.

Paolo Sacchetti, pasticceria Nuovo Mondo - Prato

Bar e pasticcerie. Se poi si allarga il discorso, è chiaro che sarà ancora più dura per i bar, che hanno bisogno anche di “quantità” (caffè e cornetti).  Tra distanze e contapersone, bisogna essere realisti: “Non illudiamoci, non tutti riusciranno a sopravvivere”, dice Cursano. Per un duplice motivo, economico e di distanziamento, scordiamoci le file alle casse o certe immagini della fiorentina via dei Neri “requisita” dai clienti in doppia fila tutto il giorno sui due lati per i panini dell’Antico Vinaio. Questo era il mondo di prima.

Paolo Sacchetti è uno dei pasticceri più noti e premiati d’Italia e non solo, il suo bar pasticceria Nuovo Mondo è un piccolo-grande esempio di qualità, stabilmente inserito dalle guide tra i dieci migliori bar del Paese. Grande come qualità, ma piccolo come locale a due passi dal Duomo a Prato. Ora quel “piccolo” diventa un problema. Sacchetti, come tutti, dovrà pensare a contingentare gli ingressi, con la previsione di perdere fino alla metà degli incassi. “Ero in procinto di fare un investimento, dovevo aprire una pasticceria a Ibiza con dei soci. Per fortuna non l’ho fatto. Non ho mutui,  ho un po’ di liquidità, riduciamo l’orario ai dipendenti e arriviamo fino a settembre. Poi speriamo che le cose migliorino”. Nel frattempo anche per lui la novità per non stare fermi è stata la consegna a domicilio. “Per le colombe ho ricevuto oltre 400 ordini, poi ho dovuto smettere perché alcuni vincoli burocratici mi impedivano di consegnarne  di più”. Sarà la soluzione?  "Non penso proprio. Anche perché poi lo faranno tutti, ci sarà concorrenza, bisogna attrezzarsi, ci sono regole sanitarie stringenti da rispettare. Alla fine bisognerà vedere quanti sono gli ordini, se varrà la pena".

Fausto Bagattini, Kaldy’s kaffé - Prato

Addio Movida?  L’anello  più debole sono i piccoli ristoranti e i localini della movida spuntati come funghi ad animare i centri storici delle nostre città, quelli che avevano puntato sullo stare insieme (concetto diventato tabù). A Prato l’esempio “di scuola” è via Settesoldi, una via del centro solitaria e anonima fino a qualche anno fa, diventata l’asse portante della vita notturna pratese, una sequela di locali sui due lati della strada, nella maggior parte dei casi con spazi interni contenuti e uno sbocco con i tavoli sul marciapiede e nella strada, un modo per limitare gli affitti e massimizzare i coperti. Qui Fausto Bagattini, anche scrittore, ha aperto qualche anno fa con la moglie il “Kaldi’s kaffe, piccolo ristorante etnico dove si possono scoprire i sapori dell’Etiopia. Il suo locale è un esempio simbolo di via Settesoldi, 40 metri quadri di spazio interno per 30 coperti. Il distanziamento è una minaccia letale. “Siamo preoccupati ne parliamo con i colleghi, nessuno ha soluzioni. Di certo con queste restrizioni la strada cambierà”. Niente assembramenti da aperitivo socializzante o da bevuta dopo cena. “Puoi gestire la ristorazione classica, ma la movida non sta ferma. E non si può nemmeno pensare ad aumentare i prezzi, i nostri locali sono nati con l’obiettivo di avere prezzi accessibili. Tra noi si parla di forme di cooperazione tra i locali del centro, di darsi regole comuni”. Ma per ora sono idee vaghe rispetto alla solida certezza dl un muro da scalare.

Le prospettive. “Portare il cibo a domicilio è un modo  per sopravvivere nei prossimi mesi – riassume Cursano - ma poi dobbiamo trovare un sistema per vivere o salta tutto. Per il dopo virus bisogna anche ristabilire le regole del mercato: 55.000 euro di affitto per un Caffè storico a Firenze non ce li possiamo più permettere, L’economia turistica cambierà, dovremo rinegoziare contratti, affitti, imposte e costi del personale”.

La mafia incombe. E per non farsi mancare nulla, bisogna considerare anche la mafia che, come gli scaicalli, si butta sulle imprese più deboli e morenti. L'allarme lo ha già lanciato il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, Cursano conferma: "Per un piatto di lenticchie si comprano le attività. In queste situazioni c’è sempre chi fa affari sulle disgrazie. La criminalità organizzata sta facendo shopping. C’è chi resiste e chi cede alle offerte per avere una via d’uscita. Chi muore di sete beve anche l'acqua sporca".

Mascherine, gel e "scafandro" alla reception: buon soggiorno in hotel

La coppia in vacanza con un bambino entra nell’albergo. Trova ad accoglierli un giovane e una giovane alla reception. Niente tailleur o giacca e cravatta, ma una veste lunga da chirurgo che li copre fino ai piedi. Il sorriso, se c’è, si intuisce da dietro la mascherina, niente strette di mani (coperte da guanti), intorno molti cartelli alle pareti che indicano i comportamenti igienici da seguire e i numeri di telefono da chiamare in caso di sintomi da coronavirus, in bella evidenza non un vassoio di cioccolatini ma un dispenser di amuchina, l’omaggio dell’albergo è un kit di mascherina e guanti. Si potrebbe continuare. Non è un racconto umoristico o una  facile ironia. E’ una fotografia realistica di come saranno gli alberghi alla riapertura nel rispetto delle indicazioni dell’Oms che in questi giorni vengono diffuse dalle associazioni di categoria a tutti gli operatori del settore alberghiero.

Gianni Masoni, Confesercenti

“E si potrebbe continuare con la disinfezione dell’acqua, delle stoviglie e delle tovaglie per la tavola – spiega Gianni Masoni, responsabile regionale Turismo di Confesercenti  – con la sanificazione costante di tutti gli ambienti, le protezioni per tutti gli operatori e gli addetti alle pulizie, le garanzie sui fornitori, le disposizioni da rispettare in caso di positività. Dobbiamo cambiare l’organizzazione per garantire prima di tutto sicurezza a dipendenti e clienti”.

Poi c’è la questione distanze. Per il servizio al tavolo il consiglio è di un massimo di 4 persone per 10 metri quadrati. “I tavoli dovranno essere posizionati in modo che la distanza tra il dorso di una sedia e il dorso di un'altra sedia sia maggiore di un metro e che gli ospiti che sono rivolti l'uno verso l'altro siano separati da una distanza di almeno un metro”.  Masoni ne trae le prime conseguenze: “In albergo le colazioni a buffet diventano improbabili. Meglio il servizio in camera, se è possibile. Le strutture giochi per bambini spariranno”.

Laura Lodone, Confcommercio

Poi certo dipende dalle dimensioni delle strutture. “La colazione alla carta posso farla se ho dieci camere – dice Laura Lodone, responsabile regionale Turismo di Confcommercio – ma se ne ho 150 è un po’ complicato da organizzare”.

“Comunque sì, la distanza cambierà i servizi alberghieri – prosegue Lodone - Sparirà il turismo business, niente più convention, congressi o piccoli riunioni, sostituiti dalle videoconferenze. Si può prevedere un aumento generalizzato dei costi che si tradurrà anche nei prezzi. Se prima la colazione poteva essere inclusa nel prezzo della camera, ora sarà a parte. Vedo problemi per i B&b con spazi piccoli. E sicuramente forme di abusivismo in questo settore non potranno più essere tollerate, ne va della salute di tutti”.

Tutti sono convinti che l’imminente stagione estiva, in ogni caso, sarà tutt’al più all’insegna del turismo locale, “al massimo toscano - dice Masoni - vista la limitazione negli spostamenti. E poi bisogna tener conto della minore disponibilità di ferie (molte sono state usate durante il lockdown) e di denaro”.

“E poi anche gli operatori sono impauriti: e se dopo la ripartenza un cameriere o uno chef risulta positivo? E siamo sicuri che i clienti che arrivano siano negativi, fino a che non ci saranno le tessere di  immunità? Le confesso che molti pensano di non riaprire. Certo, perdere la stagione è un danno enorme, ma bisogna tutelare prima di tutto la salute”.

”E’ vero – conferma Lodone – molti stanno pensando di non aprire. Anche perché è troppo impegnativo dover pensare in poco tempo ai nuovi  investimenti necessari senza avere alcuna certezza su come sarà il dopo”.

La "spiaggia sociale", per poter almeno riaprire: la proposta dei Balneari in attesa di tempi migliori

Stefano Gazzoli, Confesercenti

L’idea l’ha lanciata Stefano Gazzoli, presidente regionale dei Balneari di Confesercenti. E se i bagni in questi mesi di una stagione mai nata si aprissero per svolgere una funzione sociale? Uno spazio di salvezza e di resistenza al coronavirus, a metà tra un tranquillo svago e un presidio sanitario? “L’ho detto perché avevo letto delle dichiarazioni che non condividevo – spiega Gazzoli – Qualcuno parlava di uin futuro dei bagni per una clientela elitaria, disposta a spendere di più”.  E allora ecco l’idea contraria, un’attività di base, si potrebbe dire, tanto per riaprire e cercare di spostare più in là l’orizzonte.

“Inutile nascondersi, rischiamo di saltare la stagione – dice Gazzoli -  E se ci sarà non vedrà bagni di élite, né club, perché non ci saranno turisti stranieri o del nord Italia,  né si vorrà parlare di prezzi. Stiamo invece immaginando l’uso degli stabilimenti balneari come ulteriori presidi socio sanitari. Una nuova, e speriamo temporanea, organizzazione della spiaggia con accessi e percorsi in sicurezza per offrire un servizio principalmente ai nostri concittadini. Momenti di svago e un po’ di vita all’aperto, anche con le dovute cautele, diventeranno indispensabili per tutti col caldo. La spiaggia potrebbe dare un aiuto concreto. Stiamo scrivendo, insieme a tecnici e istituzioni, i protocolli sanitari da applicare. Resta fondamentale per noi assicurare ai nostri dipendenti il lavoro stagionale, che spesso corrisponde al loro reddito annuale”.

Nessuno si nasconde che il futuro prossimo sarà molto diverso anche per gli stabilimenti balneari. Il distanziamento sociale comporterà prima di tutto un allontanamento degli ombrelloni e quindi una loro diminuzione. “Ci sarà bisogno di mettere più spazio tra i clienti – dice Gianni Masoni, Turismo Confesercenti – La spiaggia dovrà essere regolata, sarà richiesta una  vita più tranquilla, movimenti ridotti”.

Non un cambio da poco per un settore che aveva percorso negli ultimi anni la direzione opposta, orientando gli stabilimenti sull’aggregazione e il divertimento collettivo: quindi parchi giochi per bambini, piscine, impianti sportivi, ristoranti, palestre, aperitivi e balli. Tutte attività, manco a dirlo, che adesso sono sottoposte a fortissime restrizioni o messe al bando.

Fabrizio Lotti, Confesercenti

E si potrebbe ironizzare su due bambini che non possono fare insieme un castello di sabbia, sulle partite di pallavolo rigorosamente uno contro uno, sui patini che partono con un bagnante davanti e uno dietro. Ma c’è poco da ridere, in realtà, quando si parla di un settore, il turismo balneare, che faceva 49 milioni di fatturato. “Difficile immaginare la fase 2 – dice Fabrizio Lotti, presidente regionale Assoturismo Confesercenti – Pensiamo al  mare come benessere, un aiuto a stare bene. Non si può immaginare di chiudere le spiagge. Serviranno degli accorgimenti, le distanze tra gli ombrelloni non sono un gran problema, già ora siamo spesso a più di 3 metri, non è  come in Romagna. Niente parchi giochi per bambini, le docce andranno ripensate, bisognerà evitare la promiscuità nei servizi. Mi chiedo anche cosa succederà nelle spiagge libere, a Rimigliano come alla Sterpaia, chi controllerà”.

La proposta di Gazzoli ha trovato l’adesione di buona parte della categoria. Anche a Lotti  non dispiace: “Con la Regione stiamo discutendo la possibilità di riaprire i bagni per fare manutenzione. Un modo per non fermarsi, per  tenere occupati i dipendenti. Poi se fai pari hai fatto la stagione della vita. Ma si fa per ripartire, non per guadagnare”. Guardando più avanti “chiediamo interventi su tasse locali e nazionali e continuità di concessione”.

“Siamo in una tempesta – sintetizza Lotti  -  qualcuno affonderà, ma quando si sarà placata tornerà il mare piatto e si tornerà a pescare”.  Ma la sensazione diffusa è che sarà tutto un altro tipo di pesca.

Teatri da ridisegnare per "rendere bella l'emergenza". E per i concerti la salvezza è il vaccino

Franco D’Ippolito, teatro Metastasio - Prato

Si può rendere bello, attraente un teatro "di guerra" o di emergenza, che poi in questo momento è la stessa cosa?. Se lo sta chiedendo Franco D’Ippolito, direttore del Metastasio, Stabile della Toscana, che da qualche giorno, con un gruppo di architetti e designer, sta ragionando proprio su come si andrà a teatro, quando ci si potrà tornare, e su come ridisegnare gli spazi per rendere presentabile e o addirittura affascinante questa desolante scacchiera di poltrone vuote che ci attende in platea.

Dalle regole del distanziamento non si scappa, i teatri (come i cinema) saranno stravolti.Tutti gli spazi, dal foyer alla biglietteria, dovranno essere ripensati. Lo choc più forte sarà in platea.  “I nostri 600 posti saranno ridotti di almeno due terzi - dice D'Ippolito -  ne resteranno 200 compreso il loggione. In platea per garantire le distanze dovremo disporre un posto  sì e due no in orizzontale, una fila sì e una no in verticale”. Da qui parte la riflessione. “Non mi piace l’idea di andare a teatro in una situazione da guerra, con gli spettatori che si guardano spauriti  in mezzo alle sedie vuote. Agli architetti ho chiesto allora di immaginare come ridisegnare questi spazi per renderli anche belli, un luogo che restituisca il piacere di andare a teatro”. Sacrificando le poltrone, se è il caso, immaginando una sorta di percorso, di disegno o chissà, le strade sono tutte da esplorare. “Non so nemmeno se sarà possibile, ci proviamo”. E’ tutto da provare, perché inedita è la situazione. “Già mi spaventa l'idea del pubblico con la mascherina – dice D’Ippolito – ho l’impressione che sia più difficile creare quell’empatia di cui uno spettacolo dal vivo ha bisogno. Ma voglio sperare che non debbano indossare la mascherina anche gli attori, non riesco a immaginare un Amleto in maschera”. E nemmeno viene da dire, due attori che si abbracciano, si azzuffano o si accoltellano a distanza di un metro. “Credo che si dovranno prevedere dei controlli sanitari a monte sugli attori".

Massimo Bressan, teatro Metastasio - Prato

E poi ci sono gli altri problemi più ovvi:  le sanificazioni degli ambienti, i costi che aumentano, la sicurezza sanitaria da garantire per i dipendenti (che nel frattempo sono in cassa integrazione),  gli incassi ridotti, il danno delle nove produzioni del Met che dovevano girare nei festival estivi, tutti cancellati. “Fino a settembre possiamo resistere - dice il presidente Massimo Bressan – Poi bisognerà avviare un ragionamento  anche col ministero sui contributi statali”. Previsioni per una ipotetica fase 2? “Se tutto va bene, prima di settembre non si riapre il sipario - dice D'Ippolito -  Prima c’è il festival Contemporanea, poi pensiamo di anticipare verso il 10 di ottobre il cartellone vero e proprio cercando di recuperare qualcuno degli spettacoli saltati in questa stagione”.

Mimmo D'Alessandro

Ma c’è anche a chi va peggio. Chi organizza concerti non sa a cosa aggrapparsi. “Di una cosa sono sicuro. Che sarà la musica a salvare il mondo”. E’ l’ottimismo della volontà che detta questa convinzione a Mimmo D’Alessandro, uno dei più noti promotori di eventi musicali, organizzatore del Summer Festival di Lucca. La ragione induce di questi tempi ad essere più pessimisti per chi deve chiamare folle oceaniche accalcate ad acclamare grandi artisti sul palco. A pensarci ora, sono scene da brividi di paura più che di emozione. Ma si sa, il sentire comune è dettato anche dal momento. “Chi fa previsioni adesso è un matto. Ogni minuto parte un treno - dice D'Alessandro -  ogni giorno sono in conference call con mezzo mondo ed è così ovunque. Certo sarà tutto diverso, ma non so dire come”.

Intanto il Summer Festival 2020 sarà rinviato al 2021. Manca l’ufficialità ma la decisione è ormai presa, dettata dai fatti. Per vedere Paul McCartney e gli altri bisognerà aspettare un altro anno. Se tutto va bene, se arriva il vaccino nel frattempo, unico vero appiglio per questo settore. “Lo choc è forte, ma sono convinto al mille per cento che arriverà il momento in cui tutto ripartirà come prima. Credo che la gente non veda l’ora di tornare a un concerto. Un concerto dal vivo è emozione e senza emozione non si può vivere. Sarebbe come vivere senza il mare o il sole. Ora la gente è spaventata, ma pensi che ancora oggi, nonostante tutto, c’è chi acquista i biglietti per il Summer Festival”.

Supermercati avanti con gli ingressi contingentati,  Unicoop della costa prepara app e e-commerce

Marco Lami, Unicoop Tirreno

I supermercati sono rimasti aperti e hanno già potuto sperimentare “durante” un pezzo di “dopo virus”. “Bisogna impostare le nostre abitudini su alcune restrizioni – spiega Marco Lami, presidente di Unicoop della costa – Manterremo gli ingressi contingentati, le protezioni per dipendenti e clienti, all’entrata e alle casse. Passi ulteriori? Dipende da come verrà impostata la fase 2. Stiamo sperimentando, come altri hanno già fatto, una app per prenotare l’orario della spesa evitando le file. Un po’ più a lunga scadenza stiamo lavorando all’e-commerce e alla consegna a domicilio o al ritiro della spesa. Ma dobbiamo anche tener conto che il nostro è un territorio di centri medi e piccoli, l’organizzazione è più complicata”.

Daniela Mori, Unicoop Firenze

Entrate contingentate anche nei supermercati di Unicoop Firenze come conferma  Daniela Mori, presidente del consiglio di sorveglianza, in attesa di conoscere i nuovi provvedimenti del governo. E-commerce e consegne a domicilio sono una possibilità da valutare, ma  a bocce ferme, fuori dall’emergenza attuale che rende più difficile organizzare un servizio che richiede risposte celeri. “Per ora posso solo ringraziare  le associazioni del volontariato e le amministrazioni comunali - dice Mori - Con loro abbiamo avviato un servizio di consegna a domicilio gratuita per le persone over 65 che sta funzionando abbastanza bene. Fra le altre cose che abbiamo fatto - aggiunge -  c’è quella di un ingresso prioritario a certe categorie di persone, come il personale medico e gli operatori sanitari, le persone invalide, il mondo del volontariato impegnato a fare la spesa per le persone non autosufficienti, le donne in gravidanza. Su questo sono allo studio altre novità da attuare nel breve periodo”.

In questo periodo Unicoop della costa ha registrato un aumento delle vendite, compensato per altro dalla chiusura delle domeniche. “Registriamo meno scontrini, ma con importi maggiori - dice Lami – Bisogna anche tener conto che molti esercizi erano chiusi e che tante persone sono tornate a mangiare in casa”  Ciò non toglie che le previsioni per i prossimi mesi siano preoccupanti. “L’estate sulla costa ci spaventa, con il crollo del turismo. Abbiamo riformulato le previsioni di vendita su un meno 15-20%

“E’ difficile prevedere come cambieranno strutturalmente le abitudini di spesa - dice ancora Lami -  Forse la tendenza a un aumento dei consumi domestici rimarrà ancora per un po’. In generale vedo un consumatore che guarda molto alla salute, ai cibi sani e alla sostenibilità, più attento ai prezzi su certe categorie di prodotti, ma disposto a concedersi degli sfizi, pronto a premiare i prodotti di qualità e del territorio, i produttori locali. Per quanto ci riguarda sarà rafforzata la tendenza verso le superfici di medie dimensioni, i supermercati vicino a casa. Ci concentreremo su quelle, a scapito dei grandi centri commerciali”.

Mori di Unicoop Firenze ricorda anche l’impegno sui prezzi. “La salute resta al primo posto, ma non dimentichiamo che questa pandemia ha lasciato milioni di persone senza reddito. Noi abbiamo bloccato tutti i prezzi fino al 31 maggio. E’ anche un messaggio rassicurante per tutti i soci e clienti: i prodotti ci sono e i prezzi sono fermi. La spesa si può fare con tranquillità”.

"Il museo dovrà essere slow". Gli Uffizi pronti a una nuova vita con l'aiuto di un algoritmo

Eike Schmidt, Uffizi

Le grandi emergenze rappresentano spesso anche fratture tra un prima e un dopo, rompono schemi e ne incoraggiano di nuovi. Sarà così probabilmente anche per il turismo museale. Dopo il cibo slow e il turismo slow, avremo anche un museo slow. Ne è convinto il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, che in questa direzione sta già riflettendo e  lavorando da tempo.  

"Dobbiamo approfittare di questo momento per ripensare il modello di turismo che vorremo in futuro – dice il direttore degli Uffizi - Io mi auguro che diventi più lento e meditato. La tendenza “mordi e fuggi”, che si era imposta con un’accelerazione inarrestabile, va ostacolata. Dovremmo ripartire con una visione più sostenibile dei musei e della cultura, ma anche impegnarci perché essa si realizzi. Sarebbe importante puntare a una gestione più ecologica e micro-economica, a una fruizione più attenta al particolare e più di qualità. Agli Uffizi ci stiamo lavorando già da un paio di anni, cercando tra l’altro di contingentare e dividere i gruppi troppo numerosi, quelli che bloccano le sale e attraversano i corridoi di corsa seguendo piani di viaggio assurdi e cannibaleschi (un caso tipico è la famosa gita di tre giorni Venezia-Firenze-Roma). Siamo riusciti a spostare gradualmente i flussi turistici verso Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli, meno conosciuti rispetto agli Uffizi, ma altrettanto importanti. Puntiamo concretamente ad un modello di slow-tourism attraverso una modulazione dei prezzi dei biglietti - che diventano praticamente la metà in bassa stagione - e sconti per chi entra la mattina presto; i nostri abbonamenti sono concepiti per chi voglia tornare così che, ad esempio, con cento euro all’anno una famiglia può entrare anche tutti i giorni agli Uffizi, a Pitti, a Boboli, al museo Archeologico e a quello dell’Opificio delle Pietre Dure. Pensiamo alle biblioteche, dove si torna più volte per studiare, per consultare libri: lo stesso dovrebbe accadere per le opere d'arte”.

Gli Uffizi non avevano aspettato il coronavirus per porsi il problema di ridurre le file e scaglionare gli ingressi. E adesso si ritrovano pronti ad affrontare la nuova emergenza. "Da quando sono stato nominato direttore – spiega Eike Schmidt - uno dei punti principali del mio programma è stato trovare la soluzione al problema delle code per entrare agli Uffizi. Così fin da subito è nata una collaborazione con l'Università dell'Aquila, dove un gruppo di professori e studiosi ha iniziato una sperimentazione che si è poi sviluppata in un vero e proprio sistema, basato su un algoritmo che regola i flussi di accesso al museo. Lo utilizziamo già da un anno e mezzo, con ottimi risultati, ma per motivi amministrativi possiamo applicarlo solo nelle domeniche gratuite. L'algoritmo non è stato certo pensato per l'emergenza del Covid-19, ma poiché è un sistema adattabile, diventerà indispensabile già nella fase intermedia, quella della riapertura “con precauzioni” e poi, penso, anche quando finiranno le misure di contenimento”.

A questo punto, l’algoritmo entra in gioco per regolare il fatidico “distanziamento":  “Ai tecnici basterà un anticipo di 24 ore per riprogrammare il software, in modo che possa stabilire tempi e modi di accesso, nel rispetto delle regole in vigore sulle distanze da tenere tra le persone. L’utilizzo è semplice: dei distributori erogano ai visitatori un voucher che indica la fascia oraria di ingresso, con una finestra di 15 minuti utile per entrare, che eviterà assembramenti all'ingresso e garantirà che all'interno vi sia oltre un metro di distanza tra una persona e l’altra”.