Il bimbo del ’44 sopravvissuto a Sant'Anna: basta armi, investite sulla sanità

Enrico Pieri, superstite dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: «Non è come la guerra. Ma la morte lega ogni esperienza» 

Enrico Pieri compirà 86 anni il prossimo 16 aprile. Un po’ meno di 76 anni fa era a Sant’Anna di Stazzema il giorno della strage, il giorno in cui nazisti e fascisti uccisero più di cinquecento persone, il 12 agosto 1944. Nel tempo di qualche raffica di mitra perse tutta la famiglia: il papà, la mamma, le due sorelle… Oggi vive a Pietrasanta, in Versilia, ai piedi della montagna della strage. Come tutti dovrebbero esce indossando la mascherina e va nell’oliveto. «Lo so», dice, «alla mia età dovrei proprio restare a casa. Ma sto attento, sto alla larga da tutti, monto sul mio Ape e vengo qui in campagna, a un paio di chilometri da casa. L’altro giorno ho finito di vangare una piana di patate».

Enrico Pieri, da decenni, sale regolarmente a Sant’Anna dove adesso c’è il Parco della Pace e il sacrario delle vittime di quel 12 agosto. Va fino lassù e parla, racconta ai giovani quello che è stato e quello che non dovrebbe più essere. E ogni 12 agosto, come presidente dell’Associazione familiari delle vittime, parla di fronte alle centinaia di persone che si raccolgono intorno al sacrario.


«Non so cosa dirò al primo gruppo di ragazzi che verrà a farci visita dopo la lunga chiusura. Forse dirò di non perdere per strada gli insegnamenti di questo periodo così triste. Dirò di coltivare questo senso del limite, questa coscienza che non si può avere tutto e subito. E poi dirò come sempre di noi, del nostro dolore, di quello che è rimasto impresso indelebilmente nei nostri occhi e nei nostri cuori. E gli dirò, questo sì, glielo dirò con tutte le mie forze, di non dimenticare questi giorni, di serbarne memoria. Di costruire il loro futuro anche sulle piccole privazioni e limitazioni che hanno vissuto, sui lutti che hanno attraversato le loro famiglie, perché ci sarà anche chi, a causa del virus, ha perso un parente o un amico».

I giorni del virus come i giorni della guerra?

«No. È un paragone che non regge. Noi allora ci si poteva muovere, si andava in giro, si rubava la frutta, si giocava, io avevo dieci anni. E la fame di allora, la promiscuità, il non sapere del domani non sono paragonabili. A Sant’Anna, per esempio, c’erano tanti sfollati, famiglie salite in montagna per sfuggire alla guerra. In una cucina si viveva anche in dieci, senza acqua, senza luce, con quel po’ di mangiare appena sufficiente per non morire. E poi i letti, su uno ci si stava anche in cinque. Solo un parallelo mi viene da fare, quello con la situazione degli immigrati irregolari che lavorano nelle nostre campagne, ammassati in baracche, rinchiusi in quelli che non ho paura di chiamare campi di concentramento».

Però c’è la morte. Ieri come oggi. La morte improvvisa che colpisce indiscriminatamente.

«Sì, è vero. Forse è la morte che arriva così a legare queste due terribili esperienze. In questi giorni penso spesso a una donna che morì su da noi, alla Vaccareccia. I nazisti l’avevano ferita, ma stava così male che non si riuscì a portarla giù, all’ospedale. Morì dopo ventiquattr’ore senza che nessuno potesse aiutarla. Penso a lei e penso alle migliaia che arrivano adesso nei nostri ospedali senza che si possa far più nulla per loro. Com’è triste quello che sta accadendo negli ospedali. Guardo le foto e le immagini che trasmettono i telegiornali e mi si chiude la gola. Io non vorrei essere lì, se mi dovesse capitare non voglio essere intubato, mi elimino da solo».

Ci saranno medici e infermieri a impedirglielo.

«Ecco, giusto loro. Le storie che leggo e ascolto sono al limite del credibile. Sono degli eroi, dei veri eroi. Stanno facendo delle cose straordinarie. Anche di loro, parlerò ai giovani che verranno a Sant’Anna. Dirò di non dimenticarli. Ecco sì, un paragone in questo caso potrei farlo. Gli eroi di allora, quelli che ci accompagnarono verso la libertà, sono gli uomini e le donne che combatterono i nazifascisti. Gli eroi di oggi, della guerra contro il virus, sono gli uomini e le donne che combattono negli ospedali. E che muoiono come morivano i combattenti di allora. I giovani non devono dimenticarli».

Pieri, a Milano, a una bambina di sei anni, è una storia vera, hanno chiesto, come compito, di trovare una parola con due enne. Tutti si aspettavano che dicesse quella più semplice, “nonna”. Lei invece ha risposto “annientare il virus”. Cosa direbbe a questa bambina?

«Le direi brava. E penserei che una come lei sarà una straordinaria testimone di questa stagione. I suoi occhi limpidi sono andati al nocciolo del problema. Il contrario di quello che capitò a noi che non capimmo, e non lo capimmo per anni, quello che ci era successo e perché».

Lei, ogni 12 agosto, parla di Europa…

«E anche adesso ne voglio parlare. Perché vorrei che l’Europa facesse di più. Se farà di più se ne uscirà tutti meglio».

E come ne usciremo?

«Difficile prevederlo. Una lezione però dovremmo averla imparata tutti, anche se so che per l’umanità è difficile se non impossibile. Quanti soldi abbiamo speso per le armi? Quanto denaro abbiamo tolto alla sanità per comprare aerei e navi da guerra? Se avessimo avuto un sistema sanitario più efficiente forse non avremmo avuto tutti questi morti, ne sono certo. Ma so anche che su questi temi la memoria dell’uomo è corta, molto corta».

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