Antibiotico, eparina e antimalarico: la terapia che i medici utilizzeranno per la cura domiciliare

Il professor Menichetti, primario di Malattie infettive a Cisanello, spiega la terapia che i medici di famiglia utilizzeranno per i pazienti da curare a casa

Un farmaco anti-malarico. Rinforzato da un antibiotico. E anche dall’eparina. I pazienti con infezione lieve da coronavirus(fino alla polmonite “leggera”) in Toscana d’ora in avanti si curano a casa. Con terapie decise dai medici di medicina generale. Estese, se necessario, anche agli altri membri di famiglia. «Il Covid19 si deve combattere sul territorio. In Toscana si può perché la diffusione del contagio non è avanti come in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna», dice il professor Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive dell’azienda ospedaliero-universitaria pisana.

Provvedimento analogo viene annunciato, in questi giorni, negli Usa: l’Agenzia americana del farmaco ha autorizzato l’utilizzo di un farmaco contro la malaria per fermare il coronavirus. La Regione ha adottato questa linea già da giorni. L’ha definita una commissione di esperti che ha fornito anche le indicazioni ai medici di famiglia «per la gestione terapeutica dei pazienti affetti da Covis-19, a domicilio». Il professor Menichetti fa parte di questa commissione.


Professore c’è bisogno di chiarezza sui farmaci da utilizzare per contrastare il coronavirus.

«In Toscana, una commissione di esperti ha individuato una serie di farmaci che potrebbe aiutare a impedire l’evoluzione dell’infezione. Si tratta di farmaci gestibili a domicilio che potrebbe rendere i pazienti meno infettivi».

Di quali farmaci stiamo parlando?

«Intanto dell’idrossiclorochina: si tratta di un farmaco anti-malarico; deve essere assunto (se non ci sono controindicazioni) insieme ad azitromicina, un antibiotico in compresse. L’antibiotico potenzierebbe l’effetto anti-virale del farmaco antimalarico.

Insieme, inoltre, viene indicata la somministrazione dell’enoxaparina, eparina a basso peso molecolare, per l’effetto anti-trombotico. Infatti ci siamo resi conto che nelle infezioni da coronavirus ci sono anche complicanze trombotiche. Quindi è consigliato l’uso di questa sostanza, nella speranza che abbia anche una qualche efficacia anti-virale».

Questi che ha elencato saranno, dunque, i farmaci a disposizione dei medici di medicina generale?

«Esatto. La prescrizione è a discrezione dei medici di famiglia che tornano al centro della battaglia a questa infezione. Spetta a loro la diagnosi iniziale, per via telefonica o con visita domiciliare a seconda dei casi; la prescrizione della cura e il “follow up”, l’evoluzione del quadro. Il medico deve accertarsi anche che non si verifichino eventi avversi, che non ci siano intolleranze ai farmaci. La discesa in campo dei medici di medicina generale è un’intuizione importantissima del presidente della Regione in questa battaglia al coronavirus».

Queste linee-guida (anche rispetto all’utilizzo dei farmaci) valgono solo per gli adulti?

«Sì. Sono linee guida, raccomandazioni per adulti anche perché nei bambini l’infezione è spesso asintomatica e colpisce di rado».

Ma le cure quanto devono durare?

«La durata della terapia deve essere decisa dal medico di medicina generale, caso per caso. Tuttavia parliamo, in generale, di cicli brevi: di media l’antivirale (il farmaco antimalarico, ndr) da 5 a 7 giorni e l’antibiotico circa 3 giorni. Gli effetti, quindi, dovrebbero essere contenuti».

Ma se un medico di base valuta che un paziente sia sospetto o contagiato in modo lieve e lo sottopone a terapia domiciliare, poi prescrive la stessa terapia o una terapia anche a familiari conviventi?

«Anche questa decisione spetta al medico di famiglia. Non possiamo stabilire l’estensione della terapia come automatismo: il medico di medicina generale deve valutare quanto sia stata pericolosa l’esposizione all’infezione. Di sicuro dovrà tenere tutti sotto osservazione».

Per i pazienti ricoverati, invece, quali farmaci vengono utilizzati?

«Oltre ai farmaci già citati, utilizziamo i farmaci immunologici che servono per contrastare la “tempesta di citochine” (molecole proteiche), reazione immunitaria potenzialmente fatale che crea danni ai polmoni: infatti è responsabile dell’aggravamento della polmonite. Questi farmaci sono il noto Tocilizumab (un immunosoppressore) e gli antijak».

Si segue la stessa terapia ovunque?

«Come Infettivologi della Toscana abbiamo appena licenziato un documento per la terapia sia dei pazienti a domicilio sia in ospedale. È destinato a colleghi internisti, pneumologici, rianimatori che combattono tutti i giorni per arrestare l’infezione da Covid19: l’obiettivo è avere un approccio omogeneo alla malattia e alla terapia. L’infezione deve essere trattata con farmaci immunologici e cortisone nella fase più grave. L’invito, insomma, è ad armonizzare il trattamento, senza troppe fughe in avanti o atti di protagonismo».

Anche perché la confusione non manca in questo settore. Anche rispetto ai sintomi che portano alla diagnosi. Perdita di olfatto e gusto rientrano nei sintomi dell’infezione?

«La malattia può essere asintomatica e allora abbiamo pazienti senza sintomi; oppure paucisintomatica, con sintomi lievi: ad esempio un po’ di tosse, un po’ di mal di gola, qualche starnuto e qualche linea di febbre; poi c’è la forma con la polmonite leggera e la febbre che non supera 38 gradi. Infine, la forma grave: a quel punto abbiamo intense mialgie (dolori), tosse secca e affanno. Allora assistiamo a un aumento della frequenza cardiaca, non si respira più bene. Se ci si sottopone a una Tac, si vedono i polmoni intaccati».

Se una persona viene infettata, si aggrava sempre?

«La malattia è bifasica: se ti va bene, dopo 7/8 giorni inizi a stare meglio; altrimenti si scatena la tempesta di citochine e si va verso l’insufficienza respiratoria».

E quando una persona si può dire “guarita”?

«Se è ricoverato un paziente, oggi si può dimettere dall’ospedale solo con 2 tamponi (faringei) che risultino negativi nell’arco delle 24 ore. In questa fase di grande infezione, però, possiamo dimettere pazienti negativi anche con un solo tampone: gli facciamo finire la convalescenza fino a quando non sarà più contagioso nei Covid hotel: strutture ricettive messe a disposizione dalla Regione, per terminare il periodo necessario di isolamento». —