Coronavirus, la cura cinese a Prato: doppia quarantena e turni per la spesa condominiale

Ecco come la comunità di Prato si sta proteggendo dall’infezione. In città finora nessun residente contagiato

PRATO. Il signor Hu è stato il primo della famiglia a uscire dalla quarantena. Il primo del condominio che ha respirato una boccata d’ossigeno. Per 14 giorni è rimasto chiuso in una palazzina di una traversa di via Pistoiese, nel cuore della Chinatown pratese. Il 24 febbraio il signor Hu ha “vinto” un compito importante: fare la spesa per i genitori, la moglie e due figli piccini. Non solo. Ha dovuto provvedere agli alimenti di altri due famiglie del condominio. Una catena di solidarietà, un cordone di protezione. Sono forti in tutte le comunità cinesi. Oggi più che mai, con il coronavirus che imperversa in Italia e che a Prato, nella comunità cinese, non risulta aver contagiato nessuno.

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La ex città sorvegliata

Alla fine di gennaio, quando l’Asl Toscana Centro e il consolato di Pechino contavano 2.500 cinesi di ritorno dalle vacanze del capodanno in Cina, Prato sembrava essere una “sorvegliata speciale”. E invece no. I due soli casi di contagio registrati a Prato nell’ultima settimana sono “d’importazione”: due persone con contatti in Lombardia e passate per Firenze. C’è chi s’interroga sul perché di questa “immunità” della Prato multietnica (non c’è solo la comunità cinese). In città si sprecano luoghi comuni e leggende metropolitane tanto da immaginare fantomatici “lazzaretti” nella zona industriale. La spiegazione è complessa.

La strana immunità

«Gli immigrati hanno una condizione di partenza più vantaggiosa della nostra sotto il profilo della salute – ricorda Renzo Berti, responsabile del dipartimento prevenzione dell’Asl Toscana Centro - Sono più giovani, tendenzialmente più sani e quindi meno esposti all’attacco del virus. Per quanto riguarda la comunità cinese di Prato, inoltre, è composta da persone provenienti dallo Zhejiang dove si è registrato solo un decesso a fronte di 1.205 casi accertati». C’è anche un altro aspetto. I cinesi rientrati a Prato stavano già bene. «Avevano già fatto la quarantena in Cina – osserva Berti - Il governo dello Zhejiang aveva adottato misure rigorose che ne impedivano l’espatrio».

Doppia quarantena

Comunque il copione dell’assalto agli scaffali dei supermercati non ha risparmiato le famiglie cinesi di Prato. Uscite dalla quarantena, si sono affrettate a fare scorta soprattutto di riso, farina e alimenti surgelati. Tutto questo quando usciva la notizia dei primi focolai in Lombardia e Veneto. E giù carrelli strapieni di viveri per poi rinchiudersi in casa. «Ormai il periodo di quarantena è terminato per quasi tutti i cinesi rientrati dalla madrepatria - fa sapere Davide Finizio, segretario del tempio buddista “Pu Hua Si” - Si registra un altro fenomeno: il ritorno in autoisolamento volontario per l’aggravarsi della situazione in Italia». Una specie di doppia quarantena. E in quarantena funziona il sostegno reciproco interno alla comunità condito con un’attenzione maniacale per l’igiene. A turno, un membro della famiglia va a fare la spesa per gli altri nuclei familiari in isolamento.

Scarpe e abiti fuori casa

«Si rientra in casa lasciando fuori le scarpe e i vestiti. E si riducono i contatti con il mondo esterno – racconta il consigliere comunale Marco Wong -le visite ai parenti sono sostituite dalle videochiamate su Wechat». Protetti anche i momenti di aggregazione religiosa: al tempio buddista si prega solo con guanti di lattice e mascherine chirurgiche. «L’altro giorno, quando siamo tornati da Codogno dove abbiamo donato 6mila mascherine a una casa di riposo, ci siamo disinfettati sette volte con uno spray diserbante – riprende Finizio - Abbiamo disinfettato anche i cellulari. Il principio di precauzione è enorme». Principio che vale soprattutto con i bambini piccoli. Prima dello stop alle attività didattiche, già a fine febbraio si vedevano pochi studenti di origine cinese sui banchi della materna e primaria. Parola d’ordine: quarantena. Hanno giocato in anticipo di almeno un mese, i cinesi di Prato. La loro paura si è propagata prima del virus con un tam tam che è diventato virale su WeChat. E questo ha fatto sì che seguissero alla lettera le raccomandazioni che circolavano sulle piattaforme di messaggistica. Ecco spiegato il motivo di tante serrande abbassate di ristoranti e bar, idem per l’attività ridotta di confezioni e pronto moda nel Macrolotto industriale.



Il monitoraggio

Prima del 4 marzo, l’Asl monitorava 1.300 cinesi e 364 nuclei familiari che avevano aderito al protocollo di autoquarantena. «Cifre in calo via via che si esauriva il periodo di sorveglianza attiva – spiega Berti - A sorpresa, agli inizi di marzo il numero dei nuclei familiari era tornato a salire perché chi usciva dalla quarantena ci comunicava di rientrarci». Chi doveva rientrare dalla Cina è tornato. Chi è tornato medita di riprendere un volo per la Cina dove la diffusione del virus è più sotto controllo. In città ormai la mascherina è diventata un dispositivo d’obbligo per i cinesi. E i giovani che fanno capo al tempio buddista stanno pensando di farne una donazione gratuita ai pratesi più restii a utilizzarla, per il tramite di associazioni di volontariato come Pubblica Assistenza e Croce Rossa. «Non è solo una questione di prevenzione – conclude il segretario del tempio - c’è voglia di darsi una mano per fare in modo che l’epidemia finisca prima per tutti».