Coronavirus, parla lo scienziato: "Più contagioso ma meno letale della Sars, molto pericoloso per chi ha un’altra malattia"

Il professor Rino Rappuoli nei laboratori di Gks a Siena

Intervista al professor Rino Rappuoli, responsabile scientifico di Gsk, è uno degli esperti più accreditati al mondo. Si deve a lui il vaccino contro la meningite B

Viene da un animale, ma non si sa quale. È più contagioso della Sars, ma meno mortale. Il Covid19 - il nuovo virus della immensa famiglia dei Coronavirus - è letale sopratutto per anziani, soggetti fragili, immunodepressi e persone affette da altre patologie «ma se si diffonde nel mondo, al di fuori della Cina, con la stessa virulenza, può fare molto male. Perché nel mondo siamo 8 miliardi di persone». Il professor Rino Rappuoli, responsabile scientifico di Gsk Vaccini, è uno degli scienziati più accreditati al mondo. Se esiste un vaccino contro la meningite B si deve a lui. In questa corsa contro il tempo per trovare una cura che sconfigga il Covid19, Rappuoli con Gsk è tra quelli che collaborano per la messa a punto di un vaccino. «Nel mondo ci sono già centinaia di laboratori impegnati su questo». Niente sforzi doppioni. Ma ha già preso un impegno con Cepi, un’alleanza internazionale che finanzia e coordina lo sviluppo di vaccini per malattie infettive emergenti: appena ci sarà un vaccino efficace, Gsk (che ha i suoi laboratori a Siena) metterà a disposizione un “adiuvante”. Una sostanza speciale che rafforza gli effetti del vaccino.

Professor Rappuoli, i coronavirus sono virus esistenti. Come mai quest’anno, all’improvviso, se ne manifesta uno con effetti così violenti?


«I coranavirus sono una famiglia di virus respiratori grandissima e molto diversa. E sono presenti in tutti gli animali. Ma i virus di questa famiglia sono, come dire, lontani “cugini”. I coronavirus umani comuni sono responsabili di raffreddori e altri piccoli malesseri abbastanza blandi. Non sono gravi e durano pochi giorni. Ogni animale ha la sua specie o le sue speci molteplici di coronavirus. La prima sorpresa che ci ha riservato questa famiglia è stata la Sars a novembre del 2002. Era un coronavirus che probabilmente proveniva da un pipistrello: finché è rimasto nel suo ospite originale (il pipistrello) è rimasto innocuo. Come è saltato dal pipistrello all’uomo, dove non era mai stato, ha causato danni terribili: 700 morti su un migliaio di infettati».

Scusi, ma come è saltato il coronavirus della Sars dal pipistrello all’uomo?

«Ancora oggi di preciso non lo sappiamo. L’ipotesi più probabile è che questo passaggio sia avvenuto nei mercati di animali vivi molti popolari in Cina. Qui ci sono carretti con tante gabbie dove polli, furetti, centinaia di animali di specie diverse sono a contatto con l’uomo: il posto perfetto dove gli animali si possono scambiare il virus che poi passa nell’uomo. A questo proposito, vale la pena ricordare un altro precedente: la Mers (o Mers-Cov): è il coronavirus correlato alla sindrome respiratoria del Medio Oriente (in particolare dell’Arabia Saudita). Questo virus è presente nei cammelli nei quali non causa tante malattie, ma quando salta in chi bada ai cammelli è preoccupante».

Da quale animale deriva il Covid19?

«Non lo sappiamo ancora bene. Sono diverse le ipotesi avanzate: si è detto dai pesci, ma è abbastanza improbabile; poi si è detto i serpenti. In realtà ancora non lo sappiamo. È certo solo che viene da un altro animale e che è un virus diverso da quello della Sars e della Mers».

È altrettanto grave?

«Non è gravissimo, ma si espande moltissimo nella popolazione. I dati aggiornati all’inizio della settimana ci dicono che in Cina risultano più di 70mila persone infettate: sono le persone andate in ospedale, sottoposte a test e risultate positive. In base a modelli matematici riconosciuti significa che in Cina ci sono almeno 700mila persone che hanno preso l’infezione ma in modo blando. Non stanno male ma possono trasmettere il virus. Può essere asintomatico, ma trasmissibile. Essendo virus nuovo si dice un po’ tutto e il contrario di tutto. Non sappiamo bene quale sia la verità. Lo stiamo osservando in questi giorni».

Come si comporta il Covid 19 quando entra nel nostro organismo?

«Questo virus dell’apparato respiratorio si moltiplica nei polmoni e causa, essenzialmente, la polmonite interstiziale (sintomi: tosse, febbre e difficoltà respiratorie, ndr). Nella maggior parte delle persone colpite la malattia è asintomatica o provoca sintomi abbastanza blandi. Il coronavirus colpisce di più persone anziane, fragili, immunodepromesse. A quanto abbiamo osservato finora, le persone sane che sono state contagiate sembrano reagire abbastanza bene; quelle fragili o affette da altre patologie sembrano essere più a rischio».

In un certo senso questa infezione sembra comportarsi come un’influenza. Ma più grave.

«Esatto. Io definirei l’infezione da Covid19 come un’influenza. Con una differenza fondamentale: mentre per l’influenza esiste un’immunità diffusa, per questo virus non esiste immunità. Infatti per l’influenza tutti gli anni o abbiamo il vaccino o siamo infettati e quindi non esiste una persona che non abbia un po’ di immunità; al Covid19, mai visto prima, che si sta diffondendo nel mondo in modo assai virulento siamo tutti super suscettibili. In Cina, infatti, si è già diffuso. Fino a pochi giorni da dalla Cina avevamo solo casi primari: persone infettate provenienti da quel Paese; casi secondari (persone contagiate da altre persone) in Europa erano rarissimi. Ora non è più così. Il caso del 38enne italiano, mai stato in Cina ma contagiato dal coronavirus, non è stata una buona notizia, perché è stato il primo caso di contagio secondario generato nel nostro Paese. A questo ne sono subito seguiti altri in Italia. Solo se questi casi divenissero significativi anche al di fuori dalla Cina allora assisteremo a una pandemia globale. E se si verifica una pandemia globale, anche se il virus è blando e uccide solo le persone fragili o che hanno qualche altra malattia, può fare tanto male perché nel mondo sono tante le persone fragili».

Quale è a suo avviso la prevenzione più efficace?

«Questo è un virus per il quale non abbiamo né vaccini né farmaci. L’unico modo per non prenderlo è stare lontani da chi ce l’ha e isolare chi ce l’ha. Di solito in questi casi si adotta la quarantena. Quindi è importante evitare i contatti con chi è infettato. Come organizzare la quarantena, dipende dalle istituzioni: se una persona è positiva, si tiene in quarantena. Il problema credo si ponga per chi arriva dalla Cina: come si possono mettere in quarantena preventiva migliaia di persone? Ci sono difficoltà logistiche effettive, anche considerando che la maggior parte di loro non hanno contratto la malattia».

Per arrivare a un possibile vaccino, lei ha più volte ripetuto che ci vorranno da 1 a 3 anni: esiste una cura alternativa?

«No. Al momento non abbiamo nulla. Dobbiamo muoverci in tutte le direzioni. Per questo oggi nel mondo c’è chi cerca farmaci, c’è chi cerca di sviluppare vaccini, c’è chi cerca di creare anticorpi umani. Qualsiasi soluzione arriva prima è la benvenuta».

Come si sta lavorando per arrivare a un vaccino?

«Se questo virus fosse arrivato 20 anni fa, avremmo dovuto farci mandare il virus dai cinesi, avremmo dovuto crescerlo, ucciderlo, inattivarlo e farci un vaccino. Questo avrebbe comportato mesi di lavoro solo per arrivare a un primo prototipo di vaccino. Ma oggi siamo nel 2020 e il 7 gennaio i cinesi hanno messo la sequenza del genoma su Internet: da quella data tutti nel mondo possono leggere quella sequenza e disegnare al computer un vaccino. E in molti ci lavorano, con tecniche e procedure diverse.

Lei, con GSK , sta lavorando a un vaccino?

«No. E spiego perché: quando sono esplose la Sars e l’aviaria non c’erano le tecnologie di oggi per produrre vaccini. Noi eravamo tra i pochi al mondo in grado di arrivare in modo veloce a identificare vaccini efficaci. Oggi queste tecnologie sono diventate talmente diffuse che ci sono centinaia di laboratori che lavorano allo stesso progetto. Quindi come Gsk ci siamo chiesti: come possiamo essere di aiuto senza duplicare il lavoro di altri?Ci sono già centinaia di aziende o laboratori accademici che proveranno a sviluppare un vaccino o su virus ucciso o su proteina ricombinante. E allora avranno bisogno di un adiuvante. L’adiuvante è una sostanza che si aggiunge ai vaccini per favorire la risposta del sistema immunitario, creando una immunità più forte e durevole nel tempo. Come Gsk siamo gli unici al mondo con 30 anni di ricerca e sviluppo nel settore: abbiamo adiuvanti sicuri e registrati e li possiamo produrre. Quindi alla comunità scientifica internazionale abbiamo assicurato: a chi produrrà un vaccino efficace, metteremo a disposizione i nostri adiuvanti per potenziarne gli effetti».

Perché è così importante l’adiuvante per un vaccino?

«L’utilizzo di adiuvanti è importante in una situazione di pandemia perché può consentire la riduzione della quantità di antigeni necessari per ogni dose di vaccino, permettendo così di produrre un maggior numero di dosi e di metterle a disposizione di un maggior numero di persone».