Esplosivi o ruspe: e i bancomat cedono alle bande "senza volto"

In due mesi almeno 12 assalti alle filiali ad opera di professionisti incappucciati, per un bottino di 344mila euro. Non lasciano impronte né Dna, ma si dà la caccia a due gruppi diversi. I furti sempre nel weekend, quando le casse automatiche sono state ricaricate


Nessuna traccia. In gergo la chiamano scena bianca. È esploso tutto, la botta ha svegliato l’intero isolato, eppure la scientifica non ha trovato quasi nulla del passaggio della banda. Gli stipiti della porta automatica contorti, lo sportello sventrato, lamiere carbonizzate, ma non un’impronta, un indumento, qualcosa che offra una pista investigativa. Se non fosse stato per le immagini della videosorveglianza, gli abitanti di San Pietro a Palazzi tirati giù dal letto per lo spavento e affacciati alle finestre come ad un film ora potrebbero essere considerati le vittime di una gigantesca allucinazione collettiva, e il colpo messo a segno alla filiale della Cassa di Risparmio di Volterra a Cecina liquidato come opera di una gang di ladri fantasma. Invece quella scena da film registrata alle 2.20 del mattino il 15 dicembre era reale, reali gli undici uomini entrati in azione. Un commando di specialisti, non un gruppo di dilettanti. Come quelli che da quasi due mesi danno l’assalto ai bancomat di tutta la Toscana. Dall’inizio di novembre a Natale, hanno colpito almeno dodici volte. Quasi due blitz a settimana. In tutto 344 mila euro rubati e un sospetto: che dietro a questa scia di rapine ai robot ci sia la mano di due bande.

Lost in the weekend

Sportelli fatti saltare in aria nel cuore di quartieri popolosi oppure sradicati con ruspe e furgoni in una escalation che gli investigatori sono convinti non si fermerà. Non almeno fino alla fine delle vacanze. Raid che possono fruttare 20-30-40, perfino 50 mila euro in pochi attimi. Tutti pianificati tra venerdì e domenica o a ridosso dei festivi, quando le filiali ricaricano gli sportelli per i clienti (è stato così, ovvio, sotto Natale). Piccoli forzieri perduti in un weekend senza lasciare tracce.

Indagini al buio

«Sono sempre tutti incappucciati, con il volto coperto e portano i guanti, anche quando rubano auto o mezzi utilizzati durante l’operazione – confida una fonte della squadra mobile di Livorno – Per questo, va detto, per ora brancoliamo nel buio. Non hanno lasciato impronte digitali, a volte è difficile perfino trovare capelli o materiale biologico per la comparazione del Dna con quello di pregiudicati». Non solo. Che non si tratti di pivelli lo raccontano i tempi di azione: scasso e fuga avvengono in 4-5 minuti, con una pianificazione così meticolosa dei dettagli da far pensare a task force criminali con competenze diversificate: c’è chi è esperto nella fabbricazione di esplosivi, chi nello scasso, chi in contraffazione, chi in furti di auto oppure di guida sportiva.

Gli specialisti

Ad aprile è stata sgominata una batteria che aveva messo a segno più di dieci assalti a Milano e provincia. Erano in cinque, tutti bolognesi, italiani, insospettabili: un ferramenta, un barista, un operaio, c’era perfino un investigatore privato. Avevano perfino un appartamento in città e un box rifugio in cui nascondere la refurtiva. «A Cecina li abbiamo mancati per un soffio, la volante è stata agganciata dalla chiamata al 113 proprio in zona. Ma quando è arrivata non c’erano già più». E a nulla è servito diramare l’allarme a carabinieri e polizia delle province confinanti, a Pisa, Siena e Grosseto. Spariti. «Nel gruppo hanno anche gente esperta di guida sportiva, piloti quasi, e colpiscono quasi sempre in filiali a pochi chilometri dai caselli o dagli svincoli della superstrada». Le telecamere piazzate sulle direttrici principali hanno inquadrato targhe clonate. «Segno che ci sono anche contraffattori. Abbiamo controllato, nella stessa ora del colpo, l’auto originale era a Milano, il proprietario non si è mosso da lì per tutta la giornata». A tutto gas sono arrivati a Borgo a Mozzano anche i sei che avevano appena assaltato il bancomat dell’Esselunga a Marlia il 7 dicembre. Poi sulla strada della Valle del Serchio hanno abbandonato un pick-up e un Fiat Doblò rubati per poi fuggire su macchine “pulite”.

Due bande

Anche qui il luminol non ha lasciato spiragli, niente tracce. Anche qui esperti, ma di un’altra banda. Perché c’è chi questa catena di “sbancomat” la sta inanellando con le bombe e chi con le ruspe. Per il raid al supermarket di via del Brennero, nel commando un ruolo cruciale è stato affidato ai guidatori di caterpillar. Due bulldozer rubati nel piazzale di una ditta vicina: uno per creare un blocco stradale, uno per sventrare l’ingresso e sradicare la colonnina. «Trovare qualcuno in grado di manovrare un bestione del genere in un’operazione da una manciata di minuti non è affatto semplice», dice un uomo del reparto operativo dei carabinieri di Lucca. Che se non hanno prove, seguono almeno una pista.

I crasher

Quella dei crasher, degli autori di sbancomat a strappo. Dal 3 novembre sono stati almeno 7 i colpi in cui i bancomat sono stati sradicati con una ruspa o agganciati con una catena o una corda a un furgone. Nel mirino quasi sempre Coop e grandi magazzini: il 3 novembre con un furgone alla Hidron di Campi Bisenzio, il giorno dopo con una ruspa a Quarrata, l’8 novembre con una Fiat 500 e un furgone a Orbetello, il 30 novembre a Livorno, il 7 dicembre a Marlia, l’11 dicembre a Santa Maria a Monte. Nessuna certezza, ma nel 2016 polizia e carabinieri registrarono una scia di furti simile. Stessa tecnica, una sola variante: il carroattrezzi. Una costante dei colpi anche nel 2018 e quest’anno. Da settembre, più niente. «Di certo sono pendolari, non toscani, e non colpiscono solo qui», dicono dai carabinieri di Lucca, «come non lo è la banda dell’esplosivo». Solo che i primi falliscono, è successo a Campi e Quarrata, qualcosa è andato storto, hanno perso il carico o lo hanno abbandonato. «Chi fa saltare i bancomat no».

LA Marmotta e i sinti

Anche se non è detto che non abbia fatto passi falsi. «Sul colpo di Cecina il 15 dicembre se non proprio una pista - confida una fonte della polizia – c’è un indizio e conduce a una banda di sinti». La polvere pirica. Per far saltare il bancomat la banda potrebbe aver usato quella, così come in due colpi andati a segno a distanza di un’ora la notte precedente a Montopoli e a Lucca, o nella notte fra il 22 e il 23 a Poggibonsi e Capannoli. A Vada, a settembre, usarono il plastico con un telecomando a distanza. «E da due anni – dice chi indaga – i più esperti in polvere pirica ed esplosivi sono i sinti». Un gruppo è stato preso il 28 settembre dopo 9 colpi nel Nordest, un altro a novembre 2018 a Brescia. E per far saltare gli sportelli usavano due modi: acetilene o marmotta. La prima tecnica è semplice: si entra nella bussola interna strisciando la carta, si posizione la bombola, si apre la valvola per saturare di gas l’ambiente e si innesca una miccia. La seconda è un esercizio di stile, roba da professionisti: la marmotta è una trave di ferro riempita di esplosivo. Viene usata come ariete, spinta a suon di mazzate nel cassetto che sputa le banconote. Servono precisione, calma, martellate ben assestate. Altrimenti si perde tempo, col rischio di essere catturati. I bolognesi che razziavano a Milano usavano quella: «Ogni colpo – hanno confessato – una botta di adrenalina». —

 

LE SCHEDE

Il reato - Le indagini frenate dalle difficoltà di coordinamento

Tecniche utilizzate nel colpo, indizi raccolti e immagini di videosorveglianza. Nell’era del cybercrimine, incrociare questi dati in un grande “cervellone” accessibile a procure e forze dell’ordine dovrebbe essere un automatismo. Invece ogni assalto a un bancomat è un tassello di un puzzle che le forze dell’ordine locali si rigirano fra le mani senza conoscere il quadro generale. Ogni colpo va aperto un fascicolo. Così la lotta ad un reato “semplice” incontra una montagna di difficoltà. La prima dettata dalla natura dei delitti (furto aggravato, danneggiamento, fabbricazione di materie esplodenti), per i quali non si possono riunire singoli fascicoli, soprattutto se aperti da due procure diverse. La seconda difficoltà è di coordinamento. «Per avere elementi su un colpo avvenuto in una altra provincia e su cui indagano i carabinieri – racconta una fonte della polizia – dobbiamo chiedere aiuto al loro comando provinciale, che a sua volta chiederà al comando dell’altra provincia.È chiaro che nel passaggio si allungano i tempi e si diluiscano le informazioni.

I caterpillar - I primi raid con i bulldozer falliscono

Il primo assalto ai bancomat della catena di colpi cominciata due mesi fa va in scena a Campi Bisenzio il 3 novembre, colpo allo sportello della piscina Hidron: I ladri sradicano il bancomat con un furgone, ma nella fuga perdono la cassaforte (foto in alto). Passa una notte e il 4 viene messo a segno un altro colpo al bancomat del centro commerciale Olmi a Quarrata. I malviventi utilizzano un escavatore per sventrare l’ingresso e un carro attrezzi per sradicare lo sportello, ma nella fuga perdono il bottino(foto a fianco)

La sequenza - La tecnica esplosiva della Marmotta

Da metà dicembre è iniziata una scia di assalti ai bancomat messi a segno facendo saltare gli sportelli. Il 15 dicembre esplode quello della filiale della Cassa di Risparmio di Volterra a Cecina, lo stesso istituto preso di mira a settembre a Vada (foto in alto). Il primo caso di utilizzo di esplosivo, fra novembre e dicembre, si registra con un colpo alla Banca popolare di Lajatico a Montopoli il giorno prima. Gli inquirenti pensano ad una banda diversa da quella che ha colpito alla Coop di Santa Maria a Monte (Pisa) l’11 dicembre (foto a fianco)