Dondola nel vuoto il figlio neonato: «Se te ne vai lo lascio cadere»

Una panchina rossa simbolo della violenza contro le donne

L’uomo, residente in provincia di Lucca, segrega la moglie in casa per un anno e mezzo. La stupra e la marchia a fuoco

LUCCA. C’è un momento in cui Leila (nome di invenzione, per proteggere la vittima) pensa di spezzarsi. Non è quando il marito la stupra la prima volta. Neppure quando per “punirla”, la segna con un ferro rovente. È quando afferra per i piedini il loro figlio di pochi mesi. Non ha un momento di esitazione: lo lascia penzolare dalla finestra di casa. Poi con un tono senza incertezze dice alla moglie: «Se ci provi ancora una volta, se ancora una volta provi a dire che te ne vai, lo lascio andare». Lui ritira il braccio, ma Leila va in frantumi. Raggiunge il suo punto di rottura. Capisce che è il momento di chiedere aiuto alle forze dell’ordine. E lo trova.

SOTTO CHIAVE


Leila vive (viveva) in provincia di Lucca, ma per un anno e mezzo è come un fantasma. Il marito la tiene sequestrata. Non può uscire di casa. Tutti sanno che c’è, ma nessuno la vede. Respira aria rarefatta. Cammina in punta di piedi. Non ha il permesso di uscire. Se solo si azzarda a pensarlo sono botte. È giovane Leila. E schiava. Non ha la catena al collo, in senso letterale. È la paura che la lega. Se si nega al marito, viene stuprata. Se non obbedisce viene pestata. È costretta ad assistere ai rapporti sessuali che il marito ha con altre donne. Lui le porta a casa, lei deve guardare. Rifiutarsi non è contemplato. Altrimenti scatta la violenza. In realtà la violenza scatta lo stesso. Dire di no è solo un modo per accelerare tempi.

INCINTA E PESTATA

Poi Leila resta incinta. Forse si immagina una tregua. E si sbaglia. Continua tutto come prima. Anche le botte: del resto fra le vittime di violenza 1 donna su 4 picchiata in gravidanza dal partner. Leila non fa eccezione. Continua anche l’isolamento al quale il marito la costringe. Con la violenza fisica, il terrore e con la violenza economica: Leila non può lavorare, anche se è giovane e forte. Lui glielo impedisce. La gelosia, il possesso sono scuse. Sa benissimo che se la moglie lavorasse avrebbe i mezzi per andarsene. Senza lavoro, invece, dipende da lui per sopravvivere. Non parlando con nessuno, poi, non può neppure chiedere aiuto. È in suo pieno possesso.

IN 18 MESI USCITA 3 VOLTE

La gabbia di Leila, dunque, è sempre più soffocante. Non ha soldi. Nessuno sembra accorgersi di lei. La gravidanza non è un affaccio sull’esterno. Dal medico viene scortata solo poche volte dal marito. In ospedale viene accompagnata solo il giorno del parto. Sempre con lui al fianco, più carceriere che compagno. In un anno e mezzo, forse le avrà fatto prendere sì e no tre o quattro volte un’ora d’aria. Poi, di nuovo, Leila sparisce dalla circolazione. Di nuovo sepolta viva in casa. E i maltrattamenti riprendono più violenti di prima. Intanto, ora che ha partorito secondo il marito non ha più neppure giustificazioni per uscire. Può starsene a casa buona ad accudire il bambino. L’isolamento si fa più spesso. Anche il silenzio che la circonda diventa impenetrabile. Una cortina di ferro al di là della quale la violenza si cronicizza. Una violenza che ha modo di manifestarsi in tutte le sue forme: fisica, sessuale, economica. E psicologica.

IL FIGLIO APPESO FUORI DALLA FINESTRA

La nascita del bimbo, infatti, diventa uno strumento di ricatto e di tortura per il marito maltrattante. L’uomo non ci mette molto a comprenderlo. Se la moglie finora non si è piegata, ora ha lo strumento per spezzarla. Il figlio. Tutto quello che Leila sopporta su di sé non lo può accettare sul bimbo. Ecco perché quando Leila minaccia di andarsene, dopo l’ennesima violenza, lui non batte ciglio e afferra il bimbo di pochi mesi: «Questa volta l’ho tenuto, la prossima volta lo mollo. Non ci pensare nemmeno ad andartene». Per sigillare la minaccia, arriva la marchiatura a fuoco. Come si fa con il bestiame. Come si fa con le cose di proprietà.

Però, proprio la minaccia che doveva tenere legata Leila, è quella che dà la forza per ribellarsi. Per chiedere aiuto ai carabinieri. Leila può morire. Può sopportare le botte, gli stupri, i maltrattamenti, gli abusi, le umiliazioni. Ma non può pensare di sopravvivere al figlio. Perciò rompe il silenzio. In un percorso tutto in salita. Lo sa bene.

Le forze dell’ordine la accolgono e subito attivano un percorso di assistenza e protezione. La sistemano lontano da lui. Dove lui non si possa avvicinare né trovare le sue vittime, perché anche il figlio è già una vittima. Ha già respirato la violenza del padre. Il senso del vuoto, della sospensione, il terrore della madre che con questa fuga rischia la vita. Mentre la aspetta il compito più difficile: affrontare la giustizia. Dimostrare di essere stata una “non persona” per anni. Di aver vissuto solo abusi e violenza. Deve, insomma, rendersi di nuovo visibile. Ritrovare la voce.