Da 20 a 90 anni la protesi oggi è per tutti

Nella foto grande l’equipe del professor Mario Manca durante un intervento di chirurgia di alto livello per una protesi ortopedica. In alto un primo piano del professor Mario Manca che opera all’ospedale di Lucca, scelto dalla Regione per questi interventi di ortopedia con il robot Mako. In basso i monitor utilizzati per le ricostruzioni in 3d delle protesi di ultima generazione

Anca o ginocchio, la rivoluzione in ortopedia è in atto a Lucca dove un’equipe specializzata opera  giovanissimi e persone della “quarta età” con Mako, il robot dalla precisione millimetrica

L’uomo ci mette l’ingegno, l’idea e l’intelletto, la macchina l’affidabilità, la costanza e l’assenza di errore: nasce così un connubio che consente di andare ad inserire protesi (ad anca e ginocchio) con un margine di errore di un millimetro, grazie all’azione “metodica” del robot, guidato però dalle scelte dell’essere umano. Mario Manca è il coordinatore della chirurgia robotica dell’Asl Toscana Nord Ovest, oltre ad essere presidente degli Ortopedici e Traumatologi Ospedalieri d’Italia.

Dalle sue mani - e da quelle dei suoi colleghi ortopedici - sono passati centinaia di pazienti, tantissimi dei quali stanno beneficiando dell’ausilio del robot ortopedico, che si chiama Mako e che è stato installato a Lucca (perché questo è il sito scelto dalla direzione dell’Asl Nord Ovest come sede di questa chirurgia). Oltre alla tecnologia robotica, nell’Asl è disponibile l’utilizzo di cellule staminali per il recupero di fratture che tardano a guarire e per la “sostituzione” di protesi usurate o che hanno causato danni al paziente, sfruttando il potere rigeneratore di queste cellule speciali miscelate all’osso di banca. Senza dimenticare che è possibile - coniugando tutte le varie competenze all’interno dei vari ospedali - andare ad operare anche persone molto anziane fratturate, a volte con più di 100 anni, che si sono rotte il femore cadendo in casa. Per operare una persona molto anziana bisogna essere bravi a cogliere l’attimo esatto, essendo meno invasivi possibile e sfruttando le competenze delle varie discipline che se unite fanno la differenza nella prognosi e nell’abbattimento del tasso di mortalità.


D’altronde le fratture al femore sono frequentissime da una certa età in poi e il compito dei medici è ridare la possibilità di recuperate i movimenti alle persone che si sono fatte male. Insomma, la tecnologia al servizio dell’uomo, che sia dottore o paziente.

Dottore, come si usa il robot in ortopedia?

«Devo dire che la Toscana è stata pioniera in questo campo, visto che di questi robot ce ne sono già 4 nella nostra regione: Montevarchi, Arezzo, Firenze e Lucca. Ma prima del robot è stato fondamentale capire l’importanza di unire le competenze delle varie discipline per una presa in carico a 360 gradi del paziente; è grazie anche a questa “ingegneria organizzativa” che oggi operiamo casi che 20 anni fa non potevamo curare. Faccio un esempio: fino a 20 anni fa operavamo con chirurgia protesica persone principalmente tra i 65 e i 75 anni, mentre oggi interveniamo sia su giovani di 20 anni che su 90enni. Il giovane ha bisogno di star bene perché deve lavorare per vivere, l’anziano deve ritrovare la propria indipendenza e autonomia perché spesso vive solo e deve accudire se stesso».

Il robot quando viene utilizzato?

«Il nostro Mako viene impiegato per la chirurgia ortopedica, vedi protesi all’anca o al ginocchio: il robot garantisce affidabilità e riproducibilità all’intervento ma è sempre l’uomo – interfacciandosi con la macchina – a decidere come agire. Funziona così: attraverso una tac ricostruiamo in 3D l’articolazione da operare e la protesi che dovrà essere inserita; il robot ha la possibilità di fare “prove” virtuali al termine delle quali ci indica cosa secondo lui può accadere in quella articolazione. Praticamente viene disegnata una protesi virtuale, valutando tutti i parametri di movimento e stabilità».

A quel punto che cosa accade?

«Una volta che il medico ha deciso che i vari parametri sono ottimali, l’utilizzo del robot ci concede un margine di errore minimo, di 1 millimetro. In poche parole è come se il chirurgo disegnasse il bozzetto e il robot – simil pantografo – realizzasse la scultura. Così facendo eliminiamo quel margine d’errore e di imprecisione che fa parte dell’agire umano, perché il robot riproduce perfettamente i movimenti prestabiliti».

Potrà mai un robot operare da solo?

«Per ora - se si prendono in considerazione i robot ortopedici - la risposta è no: c’è sempre l’agire umano dietro all’azione della macchina, che alla fine “perfeziona” i nostri movimenti».

Ma non c’è solo la chirurgia: le cellule staminali come vengono impiegate?

«Le cosiddette cellule mesenchimali – che possono riprodurre tessuto osseo – hanno molteplici applicazioni in ortopedia: in primo luogo una frattura che non guarisce (e che diventa pseudoartrosi) ne può trarre beneficio perché si accelera il recupero “biologico”, cioè si dà una “spinta” affinché si ricrei il callo osseo che faceva fatica a riformarsi. Oppure nelle revisioni di protesi, quando queste hanno creato dei danni: le staminali ci permettono di “rivitalizzare” il tessuto osseo “di banca”, che di per sé non è più vivo. Prelevate le staminali dal bacino, queste “risvegliano” il tessuto che siamo andati ad inserire per rimediare ai danni causati dalla protesi che, usurandosi, aveva causato difetti ossei al paziente. Si tratta di un modo di agire che ormai ha notevoli riscontri nella pratica clinica». —