Moby, respinto il fallimento ma restano nubi all’orizzonte

Il tribunale avverte la società di Onorato: «La crisi può diventare molto grave e i margini tendono a ridursi». Pesa l’incognita del contenzioso su Tirrenia

LIVORNO. Moby può tirare un sospiro di sollievo: la sezione fallimentare del Tribunale di Milano guidata da Alida Paluchowski ha respinto al mittente l’istanza per la dichiarazione di fallimento che era stata presentata da un gruppo di fondi “hedge” statunitensi (come Soundpoint, York e Cheyenne Capital) che hanno in mano quote di un bond da 300 milioni con scadenza 2023.

Ma resta la grande preoccupazione per lo stato dei conti della Balena blu: da un lato, non vi sono le condizioni per «poter ritenere sicuramente la società prospetticamente insolvente a breve». Ma – viene sottolineato – «è evidente però che il gruppo (e non solo Moby) avrebbe necessità di monitoraggio e di ricorrere a strumenti di superamento di una crisi che in prospettiva ha caratteristiche importanti e che potrebbero divenire molto gravi».


I fondi erano andati all’attacco temendo di esser danneggiati dall’assottigliamento del patrimonio aziendale in seguito alla vendita ai danesi di Dfds di due fra le più moderne navi di Moby – la Aki e la Wonder, l’una del 2001 e l’altra del 2005 – in cambio dei due traghetti come King Seaways e Princess Seaways, vecchi di oltre trent’anni ma soprattutto di 70 milioni di euro che hanno dato ossigeno ai conti della società.

Per la compagnia di navigazione della famiglia Onorato – che comprende anche Tirrenia e Toremar, oltre al terminal labronico Ltm e al controllo del porto passeggeri privatizzato a Livorno – non c’è solo lo stop al rischio di fallimento: non risultano all’orizzonte giudiziario neanche il commissariamento e neppure la revoca della vendita delle due navi, che avrebbe potuto essere innescata di rinterzo da quest’attacco dei fondi contro i quali aveva tuonato il patron Vincenzo Onorato.

Il tribunale fallimentare milanese, per dire che la richiesta di fallimento non è fondata, fa riferimento alle osservazioni della Procura quando segnala che Moby: 1) «non ha alcuna esposizione tributaria o previdenziale» (anche perché anni fa «ha vinto un contenzioso tributario di rilievo» ottenendo lo sgravio totale); 2) «non risulta incapace, allo stato, di far fronte alle obbligazioni scadute» (è «recentemente rientrata nei confronti delle banche, facendo fronte alla rata annuale del prestito contratto nel 2016»); 3) «funziona regolarmente»; 4) «non è oggetto di iniziative esecutive o monitorie»; 5) «è in grado di fornire i servizi che vende»; 6) «non è inadempiente» nei confronti di chi ha fatto ricorso, anzi i titolari del bond hanno «incassato regolarmente le cedole».

I fondi avevano puntato anche ad aprire lo scenario dell’insolvenza prospettica, cioè relativa a uno scenario prossimo venturo ma con orizzonte inferiore a un anno. Respinto anche questo perché troppi sono i fattori di incertezza e bisogna usare prudenza di fronte a «una realtà imprenditoriale complessa che coinvolge come gruppo migliaia di posti di lavoro».

Tre incognite rendono ogni previsione un rebus. La prima: l’esito della convenzione con lo Stato per garantire i collegamenti con la Sardegna e con l’Elba (vale decine di milioni di euro all’anno e scade il 18 luglio). La seconda: la decisione di Bruxelles sull’eventualità di una condanna alla restituzione se riconosciuti come indebiti “aiuti di Stato”. La terza: l’«obbligo di pagamento differito del parziale corrispettivo dell’acquisto di Tirrenia».

Questo tris di elementi non consentono di avere ragionevoli certezze sull’insolvenza della società a breve scadenza ma, al tempo stesso, sono fonte di grande preoccupazione all’interno dello stesso decreto dei giudici fallimentari milanesi. «I margini operativi nascenti dal core business della società – rilevano – tendono a ridursi costantemente».

Come reagire? Impossibile rialzare molto le tariffe se non si vuol cedere quote di mercato. Risultato: la società finora ha ceduto le navi migliori «per contrastare la carenza di liquidità» e far fronte alle banche (però dimostrando peraltro «di godere ancora di credito»). Occhi spalancati, insomma, perché nel piano fino al 2021 si guarda alla cessione di navi: «alla fine, in caso di non rinnovo della convenzione con lo Stato finirebbe per dismetterne dieci». È una strategia che rischia di essere un harakiri senza « particolare attenzione alla continuità aziendale e nemmeno immaginazione».
 

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