Il suicidio e il giornalismo: per una nuova sensibilità

Un libro di Carlo Bartoli: tra i casi di studio anche quelli di Robin Williams e Dolores O’ Riordan

Qualcuno potrà essere sorpreso dalla pubblicazione di un libro sul suicidio e sul modo in cui questo tema è affrontato dai mezzi d’informazione. Ci sono infatti argomenti più leggeri da affrontare, soprattutto d’estate. Ma, a ben vedere, si tratta di una questione davvero importante. Lo è in quanto costituisce il banco di prova per un giornalismo serio, rispettoso ed eticamente motivato. È quanto emerge dall’ultimo libro che Carlo Bartoli dedica proprio a questo tema: L’ultimo tabù. Giornalisti, blogger e utenti dei social media alle prese con il suicidio (Pacini Editore, Pisa 2019).

Bartoli – presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana e docente all’Università di Pisa – si è già occupato in passato di tematiche etiche e deontologiche. Si veda ad esempio la sua Introduzione al giornalismo. L’informazione fra diritti e doveri (Edizioni ETS, Pisa 2017). Anche qui viene posta al centro la responsabilità del giornalista, chiamata in causa per trattare in maniera rispettosa non solo chi ha compiuto un gesto estremo e la sua famiglia, ma anche per non urtare la sensibilità del lettore. Dopo una ricostruzione dei modi in cui, nella mentalità comune, è stato considerato l’atto di togliersi la vita – passando da atto eroico a gesto stigmatizzato e condannato, per poi tornare a essere qualcosa che anche a livello sociale può trovare una sua giustificazione – il libro prende in esame i vari modi in cui l’atto del “levar la mano su di sé” può essere oggetto di un’attività d’informazione.


Vari sono i casi di studio, anche recenti, che vengono considerati: da quello di Robin Williams a quello di Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries. Ciò che viene mostrato è che proprio il trattamento mediatico di tale fenomeno può comportare, se compiuto in maniera sensazionalistica, rischi emulazione. Anzi: la spettacolarizzazione del suicidio, che può trovare la propria cassa di risonanza nei media tradizionali e soprattutto in quelli digitali, può produrre una curiosità e un interesse in grado anche d’incentivare questa scelta. Pensiamo ad altri due esempi esaminati da Bartoli: il “suicidio in diretta” via social e il fenomeno conosciuto con il nome di Blue Whale, che riguarda certe fasce di adolescenti. Tutto ciò porta Bartoli a sviluppare una serie di considerazioni sul mestiere stesso del giornalista e, soprattutto, sul modo in cui questo mestiere può essere fatto bene.

L’informazione, certo, deve parlare di tutto. Vi sono questioni, anche difficili, anche scabrose, di fronte a cui essa non si può arrestare. Ma deve farlo in maniera equilibrata: coniugando verità e sensibilità. C’è infatti un potere ben preciso, proprio nella capacità di dare notizie, di cui il giornalista è consapevole, ma di cui non può abusare. Alla fine del libro Bartoli propone un decalogo che aiuti il giornalista a trattare correttamente il tema del suicidio, anche grazie a uno sguardo comparativo sul modo in cui la questione viene affrontata all’estero.

Si comprende allora ciò che dicevo all’inizio. Il modo in cui il suicidio viene trattato da giornalisti, blogger e utenti di social media è il banco di prova di come, più in generale, una notizia dev’essere fornita nel modo giusto: dove per “giustizia” s’intende l’equità di trattamento sia nei confronti di chi ha agito in un certo modo, sia nei confronti di chi può essere colpito da questo evento tragico.

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