L'albicocca della discordia: scontro sui cambiamenti climatici tra prof universitari

Sul Tirreno abbiamo ospitato un dibattito molto acceso sui cambiamenti climatici. A scatenarlo è stato uno studio sulle piante di albicocco coltivate a Venturina. Dall'osservazione di 40 anni di fioriture i ricercatori sono arrivati alla conclusione che le temperature medie invernali sono aumentate di 2 gradi negli ultimi quarant'anni. Una conclusione contestata dal professor Sergio Pinna, docente di Geografia all'Università di Pisa. A replicare a Pinna dapprima è stato il professor Roberto Buizza della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Infine, con un intervento i professori Rolando Guerriero, Susanna Bartolini, Raffaella Viti, Rossano Massai autori della ricerca sugli albicocchi. In questa pagina ricapitoliamo tutta la discussione fin qui.

Due gradi in più in 40 anni: l’allarme degli albicocchi
I risultati choc di una ricerca sulle fioriture degli alberi coltivati a Venturina. Le conseguenze già in atto: frutta meno nutriente e crollo della produzione 

(Il Tirreno, 5 luglio 2019)

Le piante custodiscono un orologio biologico che scandisce i tempi della fioritura e della maturazione dei frutti. L’orologio vegetale funziona con la temperatura e perciò fa suonare un ulteriore campanello di allarme il risultato della ricerca condotta tra gli albicocchi di Venturina, pubblicata dalla rivista “Scientia Horticulturae” e condotta dal gruppo di lavoro del professor Rolando Guerriero, oggi in pensione, composto da Raffaella Viti, Rossano Massai e Calogero Iacona del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Pisa; e da Susanna Bartolini dell’Istituto di scienze della vita della Scuola superiore Sant’Anna.

Dall’osservazione di quaranta varietà di albicocco lungo un periodo di 43 anni (dal 1973 al 2016) si stima che la temperatura media a gennaio e a febbraio sia aumentata di 2 gradi: da 8 a 9,9. Mentre da novembre a marzo l’aumento è stato di 1,6 gradi: da 9,9 a 11,5. Questo ha delle conseguenze molto concrete perché, come spiega il professor Rossano Massai «le gemme d’inverno sono chiuse e si aprono in primavera. Per raggiungere la fioritura le piante devono accumulare un certo numero di ore di freddo, quelle sotto ai 7 gradi. In caso contrario, le piante non fioriscono o lo fanno molto più tardi e con meno abbondanza. Perciò la fioritura è una conseguenza dell’andamento climatico».

A Venturina, nell’Azienda sperimentale dell’ateneo pisano, si trova una delle più importanti collezioni di albicocchi di tutto il Mediterraneo e così è stato possibile osservare la fioritura di più varietà – che tengono conto quindi di molti “orologi” biologici – nelle stesse condizioni sperimentali e per un periodo molto lungo.

La fioritura delle piante testimonia un aumento delle temperature con un incremento più marcato a partire dagli anni ‘90. Sono calate drammaticamente le ore di freddo, cioè quelle con una temperatura inferiore ai 7 gradi: da circa 1.300 negli anni ‘70-‘80 a 800 nel 2012-2016.

«In questo modo - spiega Massai - molte varietà non raggiungono la fioritura o la raggiungono in ritardo. La prima conseguenza è la perdita di produzione di frutta. Inoltre le gemme che non fioriscono possono cadere. Cadono anche le gemme che danno nuovi germogli: le piante hanno meno foglie, innescano meno fotosintesi e invecchiano più rapidamente».

Inoltre, l’escursione termica media giornaliera, cioè la differenza fra la temperatura massima del giorno e la minima della notte, è diminuita di quasi 1,5 gradi passando da 10.1°C degli anni ‘70-‘80 a 8.8°C nel periodo 2013-2016. «Questo dell’escursione termica - dice il professor Massai - è un dato da non sottovalutare perché i frutti colorano meglio quando sono sottoposti a escursioni termiche ampie. Il pallore significa che i frutti sono più poveri di sostanze nutrienti». Insomma, le albicocche di oggi fanno anche meno bene rispetto a quelle di 40 anni fa.

C’è un risvolto immediato: il calo della produzione di frutta potrebbe portare alla necessità di aumentare le importazioni. E uno subito successivo: il cambiamento climatico, documentato in questo caso dagli albicocchi della Maremma livornese, sta avvenendo con una velocità di cui non siamo abbastanza consapevoli. Le piante invece sì.

Due gradi in più in inverno? Un dato inverosimile
Sergio Pinna dell'università di Pisa: «Di questi tempi paventare cambiamenti climatici catastrofici permette di ottenere una grande risonanza. Ma non è così»
(Il Tirreno, 9 luglio 2019)

Il professor Sergio Pinna


«Adesso non esageriamo». Quando ha letto su Il Tirreno di venerdì scorso i risultati della ricerca dell’Università di Pisa e del Sant’Anna secondo cui dall’analisi della fioritura degli albicocchi si può dedurre un aumento di 2 gradi negli inverni degli ultimi quarant’anni, è balzato sulla seggiola. Sergio Pinna è un climatologo dello stesso ateneo pisano dove insegna Geografia, impegnato da anni nel confutare gli eccessi allarmistici delle notizie sul riscaldamento globale, tanto da aver pubblicato nel 2014 un libro dal titolo inequivocabile: “La falsa teoria del clima impazzito” (Felici editore).

Professor Pinna, gli albicocchi non la convincono.

«Con tutto il rispetto, quei risultati mi sono sembrati subito simil-inverosimili. Sono andato a leggermi l’articolo scientifico (pubblicato su Scientia Horticulturae, ndr) e penso di aver trovato conferme a questi miei sospetti. È un articolo redatto da non climatologi che usa argomenti di climatologia per mettersi in linea con una delle mode del momento».

Quale moda?

«Di questi tempi paventare cambiamenti climatici particolarmente marcati permette di ottenere una risonanza spaventosa».

Cosa non torna, nello specifico?

«L’articolo sostiene, per esempio, che le temperature medie di febbraio nel decennio 2003-2012 sono stato superiori di 0,3° rispetto a quelle del decennio precedente. Il che è abbastanza impossibile, considerato che nel 2003, 2005 e 2012 abbiamo avuto febbrai decisamente freddi. Inoltre, le loro rilevazioni si discostano da quelle della stazione Sir (Servizio idrologico regionale) di Venturina. E poi tutti concordano sul fatto che gli aumenti delle temperature negli ultimi decenni hanno riguardato soprattutto le estati, non gli inverni. Direi che da qualche parte in questa ricerca sugli albicocchi deve esserci un errore».

Quindi di quanto è aumentata la temperatura realmente?

«Dipende dal periodo di riferimento. Se partiamo dalla metà dell’800, vediamo che la temperatura cresce fino al 1880, decresce fino al 1910, torna a crescere fino più rapidamente al 1945, decresce fino al 1980. Poi abbiamo un ventennio di crescita molto rapida. Dal 2000 a oggi le temperature aumentano di pochissimo e raggiungono un picco nel 2016. Dopodiché sono tornate a scendere lievemente».

Aumentano o no?

«Dal 1850 a oggi sono aumentate globalmente di circa 0,9 gradi. In Europa occidentale bisogna aggiungere qualche decimo».

È tanto o è poco?

«Dipende dalla fascia latitudinale: ci saranno zone del mondo che subiscono effetti negativi, altri che invece ne beneficiano. Il paragone che sto per fare deve tenere conto di enormi differenze, ma non è un caso se l’ultimo periodo caldo della storia, tra il IX al XIV secolo, sia stato definito optimum medievale. Altrimenti lo avrebbero chiamato pessimum. Fu un periodo climatico caldo che aiutò la vita delle popolazioni dell’epoca».

E per il futuro?

«Questo genere di previsioni sono basate su poderose semplificazioni. L’approssimazione rende tutto molto incerto. Ciò che posso dirle è che il riscaldamento che si è sviluppato finora non mi sembra qualcosa di estremamente diverso da quello che c’è stato in epoche passate».

Cosa pensa del movimento di Greta Thunberg e dei ragazzi dei “Fridays for future”?

«Guardi, da anni propongo un test ai miei studenti durante gli esami. Chiedo loro: di quanto è aumentata la temperatura nell’ultimo secolo? Rispondono tutti con 5, 6, 10 gradi. È lo specchio di un’informazione che non tiene conto degli ordini di grandezza. Capisco la preoccupazione, ma mi interessano di più gli argomenti scientifici».

Clima, appello al Colle da 250 esperti. «È ora di cambiare: emissioni zero»
Nel dibattito interviene ora il professor Roberto Buizza della Scuola superiore Sant'Anna, promotore di una petizione alle massime cariche dello Stato affinché l'Italia si metta sul cammino dell'obiettivo "emissioni zero" entro il 2050.
(Il Tirreno, 10 luglio 2019)


Il professor Roberto Buizza

Negli ultimi 40 anni la temperatura media europea è effettivamente salita di 2 gradi. La terra è sottoposta a un riscaldamento straordinario, provocato principalmente dalle emissioni di gas serra prodotte dall'uomo. Serve ripensare le nostre società per rendere la nostra presenza sul pianeta sostenibile. Esiste la tecnologia per farlo, manca la lungimiranza politica.

Roberto Buizza, climatologo, professore di Fisica alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, interviene nel dibattito sul clima fuori controllo. Buizza è autore di una lettera-petizione indirizzata al presidente della Repubblica, ai presidenti delle Camere e al capo del governo che da domenica scorsa ha raccolto 250 sottoscrizioni di scienziati e intellettuali: l'Italia deve muoversi verso l'obiettivo delle "zero emissioni nette di gas serra" entro il 2050.

Professor Buizza, i risultati delle studio sulle albicocche di Venturina indicano un aumento delle temperature invernali di 2 gradi in 40 anni.

Se andiamo a vedere i dati, effettivamente la temperatura media in Europa è salita di 2 gradi in 40 anni. Il risultato dello studio delle albicocche è abbastanza in linea con altri tipi di osservazioni svolte in tutto il continente europeo. In alcune zone, come l'arco alpino, l'aumento è stato anche superiore.

Che differenza c'è tra questo aumento e altri che sono avvenuti in altre epoche?

La differenza è che stiamo sottoponendo il sistema terra a un riscaldamento velocissimo. È vero che la terra ha conosciuto temperature medie più calde e più fredde, ma i cambiamenti avvenivano su scale temporali di migliaia di anni. Il pianeta è ora sottoposto a un cambiamento estremamente rapido. In un contesto demografico inedito.

Cioè?

Siamo 7 miliardi e mezzo di persone e abbiamo un riscaldamento legato all'attività umana. Alcune regioni della terra densamente popolate rischiano di diventare inospitali. Se nel giro di cento anni il livello del mare aumenta di 30-40 centimetri, sparisce il 20% della terra emersa nei paesi della fascia tropicale. Ci saranno decine di milioni di persone che dovranno andare a vivere altrove.

Perché il riscaldamento non può essere considerato un fenomeno naturale?

La variabilità naturale esiste, ovviamente. Ma se al livello globale la temperatura è aumentata di un grado, in Europa è cresciuta del doppio. E di questi due gradi europei, si calcola che la variazione naturale possa spiegare solo il 10%. È un problema che riguarda soprattuto la regione mediterranea e l'Italia è uno dei paesi più esposti.

È realistico invocare cambiamenti radicali?

Certo, le tecnologie ci sono, il problema è politico. Occorre la volontà e gli investimenti per trasformare la nostra economia, il modo in cui viviamo, trasformiamo l'energia, isoliamo gli edifici, facciamo viaggiare le merci.

Hanno ragione Greta e i ragazzi dei Fridays for future.

Mi fa estremamente piacere vedere le giovani generazioni chiedere un cambiamento nella giusta direzione. La politica guarda al breve termine. Ma il tema dei cambiamenti climatici è intergenerazionale e richiede uno sguardo molto lungo.

È d'accordo con chi lamenta esagerazioni catastrofiste nel dibattito sul clima?

Il discorso è molto semplice. Il problema va affrontato per ragioni oggettive. Non è che nel 2030 finisce il mondo, ma se vogliamo consegnare ai nostri figli un pianeta vivibile dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra. Al contrario, non è escluso che verso la fine di questo secolo si possano raggiungere effetti catastrofici. La nostra responsabilità è intervenire subito per scongiurarne l'eventualità.

Quanto si è riscaldato il pianeta: come si conciliano le affermazioni

Abbiamo letto che le temperature globali sono aumentate di un grado dal 1850 a oggi. E che le temperature in Europa sono aumentate di 2 gradi in quarant'anni. Quali di queste affermazioni è vera? Approssimativamente sono vere entrambe. Se consultiamo infatti i dati del Copernicus climate change service (C3S) - uno dei sei servizi di informazioni tematiche fornito dal "Copernicus Earth Observation Programme" dell'Unione europea - possiamo osservare che l'aumento delle temperature al livello globale è stato di 1,1 gradi dall'era preindustriale. In Europa c'è stato un incremento di circa 2 gradi nella seconda parte del XIX secolo, con un'accelerazione molto vistosa dal 1980 in poi. L'incremento delle temperature europee è di circa il doppio rispetto a quelle registrate al livello globale.

AUMENTO DELLE TEMPERATURE GLOBALI

AUMENTO DELLE TEMPERATURE IN EUROPA

Inoltre a settembre 2018 Il Tirreno pubblicò i dati di una ricerca esclusiva realizzata dall'European data journalism network basata su 100 milioni di dati meteorologici: vi si certifica l’aumento delle temperature in tutta Europa. Nei primi anni del XXI secolo le temperature italiane sono aumentate di 0,94 gradi rispetto alla media di tutto il secolo precedente. Cliccando qui sotto è possibile visualizzare i dati italiani, da questo particolare punto di vista, territorio per territorio.

Tutti i dati sulle temperature dal 1900 a oggi

L'intervento: clima e albicocche, basta negazionismi
Gli autori della ricerca sul rapporto tra clima e albicocchi replicano al professor Sergio Pinna dell’Università di Pisa. Pinna aveva messo in dubbio gli esiti della ricerca e in particolare il dato su un aumento termico di 2 gradi negli ultimi 40 anni.
(Il Tirreno, 12 luglio 2019)

Il professor Rossano Massai

Rispondiamo all’intervista a Sergio Pinna sul Tirreno del 9 luglio relativa alla nostra pubblicazione sull’albicocco, nell’ipotesi che sia stato riportato quanto affermato. Il professore, cogliendo l’attimo per divulgare gratis le sue teorie sul clima, ha adombrato il sospetto che l’articolo contenesse errori e che sia stato confezionato ad arte per seguire «le mode del momento». Riteniamo al contrario che sia lui a cercare un po’ di celebrità, allineandosi trumpianamente al negazionismo affiorante tra soggetti privi di competenze sugli argomenti trattati.

Nel merito, sottolineiamo la sua incapacità a interpretare la pubblicazione, sicuramente a causa delle sue scarse conoscenze sui sistemi biologici complessi come le piante superiori. È chiaro, infatti, che non siamo climatologi; possediamo però conoscenze pluridecennali sul comportamento fisiologico e fenologico delle specie da frutto, tra cui in particolare l’albicocco. Il fatto di avere a disposizione una serie storica di 40 anni di dati fenologici, fisiologici e agronomici su molte cultivar di albicocco, di origine genetica e geografica diversa e sullo stesso terreno, rappresenta una rarità nel panorama scientifico internazionale che migliora le conoscenze sul comportamento delle specie arboree in funzione del clima. Molte di esse, nei decenni, hanno manifestato importanti modificazioni dell’epoca e intensità della fioritura e del germogliamento. E qui sta il punto: l’articolo ha finalità biologiche e cerca di indagare i rapporti intimi tra clima e fasi fenologiche dell’albicocco. Aver riscontrato, nei 40 anni, variazioni delle temperature invernali è un aspetto collaterale della ricerca su cui la comunicazione ha però posto l’attenzione, essendo un argomento di sicura attrattività.

Vorremmo però dare a Pinna una notizia che lo sorprenderà: le piante non sanno leggere e non hanno interessi da difendere. Non sono in grado di scrivere libri da vendere, come invece fa Pinna, né tantomeno di frequentare il suo blog per sapere quando germogliare. Le poverine devono limitarsi a utilizzare i loro sensori biologici per adeguarsi al clima ed evitare condizioni sfavorevoli alla propria sopravvivenza. Poiché però trattiamo da sempre studi su specie arboree coltivate, l’articolo pubblicato offre importanti spunti che possono indicare la strada per adattare le condizioni di coltivazione e la scelta delle varietà al clima. In questo sta l’importanza del lavoro. Tutto il resto sono elucubrazioni del prof. Pinna che invitiamo caldamente a confrontarsi con i suoi colleghi climatologi, magari ampliando il suo auditorio provando a pubblicare (in inglese) qualcosa che altri climatologi possano comprendere, condividere e/o criticare.

Rolando Guerriero
Susanna Bartolini
Raffaella Viti
Rossano Massai*

* Professori dell’Università di Pisa e della Scuola Sant’Anna, autori della ricerca “Quarant’anni di studi sulla fioritura degli albicocchi” pubblicata sulla rivista Scientia Horticulturae.