Quell’ondata di fuoco, il bimbo chiuso in auto... Non potei tornare da lui

Nel decennale della strage di Viareggio, Marco Piagentini racconta la notte in cui perse due figli e la moglie. «I treni erano gioia ma sentii uno stridio, poi arrivò il gas»

Io abitavo in Via Porta Pietrasanta al numero 36, una delle ultime case, lato Pisa. Lì stava la mia famiglia: io, Stefania, Leonardo, Luca e Lorenzo. Quella sera, una sera d’estate, appunto il 29 di giugno, mia moglie e i miei figli si erano già coricati ed io mi ero appisolato sul divano, davanti alla tv. Il mio risveglio è stato causato da un forte stridio di ferri, anormale per la ferrovia. Io ci abitavo dal ‘96 e i treni per me - ma anche per i miei figli - erano una gioia. E questo stridio mi ha fatto sobbalzare dal divano…


Veramente un rumore quasi assordante. Subito dopo ho percepito l’odore del gas. Ho aperto la porta e sono uscito di casa e già il gas si intravedeva a 20-30 centimetri da terra con quella nube biancastra.


Sono tornato in casa, sono salito al primo piano, ho svegliato mia moglie e le ho detto di scendere velocemente. Destata dalle mie parole di paura mi ha seguito prendendo in braccio Lorenzo, il mio figlio più piccolo. Successivamente ho preso in braccio Luca e siamo scesi per scappare il più lontano dalla ferrovia, perché per me – ed è stato così - il pericolo arrivava da lì.

Ho preso Luca e quando sono arrivato dalla parte opposta della strada, sul marciapiede, mi sono accorto che Stefania non aveva con sé Leonardo. Al che ho messo Luca in macchina e Stefania è rimasta con Lorenzo in braccio sul marciapiede, accanto alla macchina.

Ricordo che quando ho portato Luca in auto lui ha aperto gli occhi: mi ha guardato, ha visto che era in braccio a suo papà e li ha richiusi perché pensava di essere al sicuro. L’ho messo sul seggiolino posteriore e sono tornato verso casa per cercare Leonardo.

Sono arrivato quasi sulla porta e lì è scoppiato il finimondo. Ho visto una fiamma alta quasi quanto la metà della mia casa. L’ho vista arrivare, ho sentito la deflagrazione, ed il mio istinto è stato quello di girarmi, chiudermi a riccio, proteggermi il viso con le mani e trattenere il respiro, un po’ come succede quando uno si tuffa in acqua, a protezione non respira. Mi sono sentito sbalzare in aria, anche girato più volte su me stesso, e poi ho perso i sensi.

Quando mi sono risvegliato il primo istinto è stato quello di muovermi per rialzarmi. Ma non riuscivo. Allora ho capito cosa era successo: era esploso tutto. Mi sono sentito bloccato, credevo di essere un pezzo unico, fuso, dalla testa ai piedi.

Perché questo è quello che fa il fuoco, fondere la carne con la carne. Non mi potevo muovere. L’unica cosa che sono riuscito a fare era gridare aiuto. Ma il calore, le continue esplosioni, le urla delle persone, erano più forti di tutto. In un secondo momento sono riuscito a muovere leggermente le spalle e questo mi ha fatto capire che ero sotto le macerie, immobilizzato.

Cercando di recuperare un briciolo di calma, o di istinto di sopravvivenza, ho incominciato a riprendere un respiro meno affannoso, perché riuscivo a respirare con una narice e basta, negli occhi avevo la polvere e non riuscivo neanche ad aprirli. Dentro di me dicevo: “Aspettiamo che qualcuno si avvicini in modo da poter gridare con l’ultimo fiato che mi rimane”.

Dopo più di un’ora ho sentito una voce che diceva: “C’è nessuno”? E sono riuscito a buttare fuori tutto il fiato che avevo e a gridare “sono qui sotto, venitemi a prendere perché non ce la faccio più, non ce la faccio più”. Mi estraggono dalle macerie e perdo i sensi momentaneamente, perché poi li ho riacquistati, sentendo un freddo micidiale.

La paura del medico era di quello che poi si è verificato: un arresto respiratorio e, successivamente, un arresto cardiaco. Al che sono scattate le procedure di emergenza ed il medico mi ha iniettato dell’adrenalina. E mi ha potuto intubare. Qui però si spezza la mia storia.

Perché dentro quella casa c’era rimasto Leonardo, in quella macchina c’era rimasto Luca, fuori sul marciapiede c’erano Stefania e Lorenzo. Ed un padre che non può fare nulla per i propri figli…

Ho passato sei mesi in ospedale a Padova, dove sono arrivato con ustioni del 90 per cento del corpo, di secondo e terzo grado, e con ferite da taglio. I primi 57 giorni li ho passati in sala di rianimazione. Ho dovuto reimparare a mangiare, a parlare, a camminare. E non posso stare al sole. Che significa – e sono anni che lo faccio – passare da un’ombra a un’altra. Perché ogni volta che tocco il sole è come se ricevessi uno schiaffo. 

* Quanto avete letto è il racconto di Marco Piangentini al processo raccolto dalla nostra giornalista Donatella Francesconi.

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