L'ex segretario del Pci di Livorno ora corre per la Lega: "Ecco perché sto con Salvini"

Sergio Landi

"Ruspa! Così da Berlinguer sono passato a Salvini". Fra tic da intellettuale dalemiano e stereotipi del verbo salviniano, una storia esemplare di come si può passare dalla lotta di classe e l'Internazionale al sovranismo. "Dopo Renzi per me è diventato naturale aderire alla Lega, da dove mi trovavo, sulla sponda della lotta alla povertà e alla criminalità, mi son girato e la sinistra non c’era più"

LIVORNO. Eccolo, è questo il momento topico. La benna di questa intervista - direbbe lui - sta per spazzare via tutte le vostre e nostre certezze, il braccio meccanico accartoccerà i vostri dubbi, «i vostri cliché con cui incasellate tutto», ci dice Sergio Landi che da quasi due ore passa con mirabolante metodo deduttivo dai migranti visti come «componente di disgregazione sociale e allentamento del tessuto civile» al «dé, se vai in piazza Cavallotti tutti i colonnini son presi da africani e clandestini. E se domani ai senegalesi si aggiungessero i nigeriani, che succede? No, dico, che succede?». Insomma, sono quasi due ore che cerca di convincerci che la sua storia sia una «mutazione naturale» e non la cronaca del sottosopra. S’è appena giocato il jolly.

"Ruspa! Così, da segretario del Pci sono passato a Salvini"

Colpa nostra. Lo abbiamo provocato chiedendogli se anche Matteo Salvini non faccia che procedere per slogan. «Certo che no, Salvini dice “Ruspa!” e non è affatto uno stereotipo. È uno strumento tecnico concreto, serve per sradicare alcune zone e baraccopoli indegne di un Paese civile, dove si vive nell’indigenza e nell’insicurezza, senza alcun rispetto della tutela della salute. Guardi, negli anni ’70 i comunisti a Livorno rasero al suolo diverse baracche, erano il frutto della distruzione prodotta dai bombardamenti. Ecco, a Livorno la politica delle case popolari fu accompagnata dalle ruspe sulle baracche».

Dunque non ci provate, non crediate di prendere in castagna un vecchio comunista. Anzi, pardon. Un leghista. Anzi no, un ex dirigente rosso diventato «convinto elettore della Lega e di Salvini», funzionario del Carroccio fino a tre anni fa e oggi candidato consigliere dei sovranisti a Roccastrada, dove ha deciso di vivere da pensionato. Sì, per questo omone di un metro e 85, 69 anni, ex dirigente del Pci di Berlinguer nella città che il Pci l’ha visto nascere, di muri ne sono crollati un sacco, la Bolognina è stata una bazzecola. Negli ultimi quattro anni ha attraversato una cortina invisibile, per molti ancora insuperabile. Insomma, ascoltate Landi e capirete Come si diventa leghisti, oggi anche il titolo di un libro (edito da Utet) di David Allegranti, giornalista del Foglio. Ché della sinistra Landi sembra rinnegare tutto e niente, ammette di essere stato comunista e non esserlo stato mai. Eppure non è uno qualunque, non certo soltanto uno dei tanti ex elettori rossi di una periferia arrabbiata d’Italia che ora s’è gettato fra le braccia del Capitano, un po’ per disperazione un po’ perché Salvini è quello che compare più spesso sul rullo di Facebook. Landi è stato segretario provinciale del Pci livornese dal 1982 al 1989, uno che la “linea” la dettava.  

Forse per questo ci ha dato appuntamento qui. Bar Dolly. Piazza Grande. Campo neutro, nessuna reminiscenza, nulla di evocativo. Eppure lui, piumino arancio, occhiale da sole fumé e sciarpa a quadri, sembra ancora il vecchio segretario di Livorno che è stato negli anni ’80. «Federale. Ero federale». Ci tiene ai dettagli. «Ma stiamo parlando degli anni ’80, il Novecento, siamo nella preistooooria della politica italiana». E no, la storia non è finita, dice quest’uomo che adora, quasi fosse un vezzo patrizio, strascicare le vocali alla D’Alema, le citazioni nascoste e accompagnarle a risate di fragoroso compiacimento. Ahahahaha. «Da allora a oggi sono passati trent’aaaanni. È cambiato un moooondo, di realtà, di pensieeeeri, di cose, di fatti».

Così Landi è stato iscritto al Pds («mai presa la tessera Ds»), ha sostenuto l’Ulivo fino ad aderire al Pd e votare Renzi alle passate Europee. «E dopo Renzi per me è diventato naturale aderire alla Lega». Perché, «da dove mi trovavo, sulla sponda della lotta alla povertà e alla criminalità, la difesa del lavoro, della legalità, della nazione, mi son girato e il Pd e la sinistra non c’erano più». Dice di aver guardato Renzi e aver visto «un partito subalterno all’Europa, al liberismo, ai tecnocrati europei, alla criminalità pro-schiavista» e pure «i clandestini di piazza Cavallotti», perché lì ce li ha portati la sinistra che nei post sferza apostrofandola come «schiavista e scafista». Ma come si arriva dai principi di egualitarismo, solidarismo internazionale, dalla Livorno accogliente e cosmopolita alla retorica xenofoba? Non sarà che un po’ di razzismo serpeggiava pure fra certi comunisti? E qui Landi si solleva, s’alza come Farinata dalla sua arca, ritto dalla cintola in su. «Ma questo è uno stereotipo. Livorno cosmopolita, via. Il granduca è stato il primo a chiudere i porti. E poi, i comunisti razzisti? Ma quando mai. Siccome sei contro il traffico di schiavi allora sei razzista. È un cliché, è un’idioziaaaa» e parte una vocale dalemiana.

Guai poi ad azzardare un amarcord con Landi. Li odia quasi quanto gli stereotipi. Anche se ascoltarlo è un tuffo in un trapassato remoto. Landi usa espressioni come «forza politica obsolescente», «Berlinguer ebbe a dire» e, ovvio, «si era esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre». Un condensato di ossimori irresolubili. Tipo: Landi è ancora antifascista? «Come durante la guerra sarei stato dalla parte di chi lottava contro l’occupazione nazista, oggi sono dalla parte di chi combatte la Merkel, la Troika e la dittatura dell’euro. Ma insomma, fascismo, antifascismo…». Aspetti, ci faccia indovinare: cliché. «Ecceeerto, sono cose del passaaaato».

Ma alla fine ci ritroviamo spiazzati e inermi di fronte a questo Asterione moderno, a questa specie di misterioso e imperscrutabile Minotauro politico, mezzo fascio mezzo soviet, imprigionato in un labirinto di mille contraddizioni. O forse siamo noi - come dice lui - ad essere vittime del nostro dedalo di stereotipi e cliché, diciamo. Ci riproviamo. Ma insomma Landi, lei è mai stato davvero comunista? «Come ebbi a dire a un giornalista del Corriere della Sera, dopo una storica sconfitta del Pci, ho letto Marx, le opere filosofiche, non tutto. Alcuni mi dissero sei stato coraggioso, altri ma che fai!, sconvolgi i compagni, atri mi diedero del traditore ». Chissà cosa gli direbbero ora i compagni rimasti comunisti per davvero. Forse niente. Forse, anche loro, solo: Ruspa!