Morti in corsia, con la sentenza arrivano le lacrime: se l’assassina è la signora della porta accanto

Fausta Bonino lascia il tribunale dopo la sentenza con uno dei suoi figli e il marito

Il mistero della donna borghese condannata per le morti in ospedale. Un’altalena di emozioni per l'infermiera di Piombino accompagnata dal figlio e dal marito: dalla speranza del mattino alla disperazione. E le lacrime sciolgono il trucco

LIVORNO. Ergastolo. E il trucco leggero ma perfetto della mattina si scioglie definitivamente quando ormai è quasi buio tra lacrime, fazzoletti e abbracci. Non si scioglie però il mistero che si rimpiatta nello sguardo qualunque dell’infermiera Fausta Bonino, nel caschetto perfetto che la lacca abbandona soltanto quando lei finisce accasciata su una sedia con le mani tra i capelli, nell’abbigliamento sobrio e casual, gli stivaletti coordinati alla giacchetta color crema, la maglia rosa, i jeans aderenti.

Fausta Bonino intervistata all'arrivo in tribunale

Una donna ordinata, educata, la signora del condominio con il terrazzo tenuto meglio di tutti, quella che trovi sempre dal parrucchiere, a fare la spesa di corsa perché è anche mamma e lavoratrice e moglie. Da ieri, per il giudice che l’ha condannata in primo grado all’ergastolo, è anche una assassina. Quattro volte assassina. Ed è inutile cercare per l’ennesima volta di incrociare quegli occhi per scovare il male nella banalità, l’orrore sulla targhetta della porta accanto, l’incubo che travestito da sogno borghese se ne sta in agguato per mandare all’aria le nostre certezze. Se questo male c’è, c’è ma non si vede, c’è ma si fa fatica a immaginarlo.


Piange Fausta Bonino anche se con compostezza come è nel suo stile. Dice che non capisce. Che non capisce per cosa l’hanno condannata. Il figlio Andrea, che fa il medico, le si stringe vicino. «Un’altra infamia, non ho fatto niente». «Lo so mamma, lo so». Ma anche nel momento più buio Fausta rimane la Fausta di sempre. Perde appena un po’ di quel self control che lei ma anche il figlio e il marito Renato hanno mantenuto per tutta la lunga giornata dell’udienza e dell'attesa, quasi 12 ore in tribunale senza neppure mangiare.

Infermiera di Piombino, ergastolo per Fausta Bonino



Il venerdì nero di Fausta Bonino comincia dalla fine e si racconta alla rovescia. Dalla sentenza della sera ai grandi sorrisi speranzosi della mattina che alla luce dell’atto finale appaiono quasi grotteschi. Eppure neppure quella parola, “ergastolo”, frantuma davvero l’immagine anche un po’ incolore ma rassicurante di questa signora impeccabile, sempre gentile e soprattutto incrollabile. Seminatrice di morte in corsia capace di uccidere una decina di pazienti secondo l’accusa (ma alla fine è stata condannata solo per 4 di questi omicidi) allo scopo di gettare discredito su colleghi e reparto che non la valorizzavano quanto lei avrebbe voluto e meritato.

Oppure vittima di un clamoroso errore investigativo e giudiziario. Fausta ovviamente ha sempre sostenuto di essere una vittima piombata da un giorno all’altro in un film dell’orrore. E lo ha ripetuto anche ieri sicura fino all’ultimo che la sua verità avrebbe trionfato. «Sono ottimista» diceva appena arrivata in tribunale. È “ottimista”, se non spensierata comunque apparentemente serena, fino a quella condanna che la fa vacillare. Distaccata, quasi fosse capitata per caso qui, in queste fredde stanze dell'antico palazzo della Livorno storica che ospita il tribunale, come se avesse sbagliato indirizzo.



Nella lunghissima attesa della sentenza, con il giudice che deve decidere il suo destino chiuso in camera di consiglio da ore, chiacchiera con il marito, il figlio, l'amica avvocata Cesarina Barghini, altri amici e parenti. Si parla un po’ di tutto, anche del processo certo. Lei a un certo punto quando l’ attesa si prolunga dice “o bene bene o male male”, si discute di eparina (“l’arma del delitto”), Fausta racconta aneddoti dei suoi giorni in carcere, sorride.

Come se questo non fosse il “suo” processo (e che processo) oppure come se fosse tutta una fiction e tra un po’ si spegne la tv e si va a dormire. È il disperato candore di un’innocente convinta che non si può essere condannati per qualcosa che non si è commesso? È la recita cinica di un’assassina? È lo strampalato effetto di una rimozione inconscia? Il giudice ha deciso ma l’infermiera Fausta Bonino, mentre si allontana dal tribunale abbracciata al figlio, lascia dietro di sé una scia di dubbi. Perché comunque sia andata questa brutta storia una magia l’ha compiuta: ha trasformato un’anonima infermiera ultra cinquantenne di provincia in una “donna del mistero”.