«Fausta Bonino è l’infermiera killer», ergastolo per l’omicidio di quattro pazienti

Piombino, assolta per altri sei decessi «perché il fatto non sussiste». Le lacrime: «Non è giusto: non ho fatto nulla». Intercettata nel 2015 disse: «Questi morti me li sogno anche la notte». La difesa farà appello

LIVORNO. Fausta Bonino se ne sta in piedi, ritta, scortata lontana da telecamere, luci e taccuini dopo essere stata piegata dalla giustizia: condannata all’ergastolo – con rito abbreviato – per la morte di quattro pazienti ricoverati nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino attraverso la somministrazione di maxi dosi di eparina non prescritte.

«L’infermiera killer», 57 anni, origini savonesi e un passato senza macchie, è appoggiata alla balaustra del ponte di marmo, nel cuore del quartiere della Venezia tra vecchi canali e il traffico del venerdì Santo. Alle sue spalle il tribunale, davanti il vecchio carcere di Livorno che sembra un’ombra sul suo futuro. In mano tiene l’ennesima sigaretta, attorno a lei il marito Renato, il figlio Andrea e gli amici che ha portato con sé nella giornata più lunga della sua vita. «Non è giusto, non ho fatto nulla di male», dice in lacrime dopo aver ascoltato il giudice Marco Sacquegna leggere, al termine di quasi sei ore di camera di consiglio, la sentenza.



«Un dispositivo complesso», spiega l’avvocata dell’infermiera, Cesarina Barghini che aveva chiesto l’assoluzione per la sua cliente e promette di fare appello. Fausta Bonino, infatti, è stata ritenuta responsabile delle ultime quattro morti avvenute in ospedale, quelle di Franca Morganti, Mario Coppola, Angelo Ceccanti e Bruno Carletti e della ricettazione di alcuni farmaci. Mentre è stata assolta per l’abuso d’ufficio (era accusata di aver somministrato farmaci non prescritti a cinque pazienti) e per gli altri sei decessi. Ma in questo caso con la formula dubitativa del secondo comma «quando manca – si legge – è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile».

Per capire la logica usata dal giudice per separare in due gruppi i dieci casi, sarà necessario aspettare novanta giorni, quando saranno depositate le motivazione. Ma quello che questi quattro decessi hanno in comune, oltre alla presenza in reparto dell’infermiera nell’arco temporale in cui i periti del giudice hanno confermato la somministrazione dell’anticoagulante, ci sono le analisi di laboratorio effettuate dal laboratorio di Careggi. Analisi che confermano le dosi letali di eparina nel sangue delle vittime. Un particolare che, al contrario, non è stato possibile per gli investigatori verificare nelle altre morti sospette perché su queste vittime sono stati effettuati accertamenti postumi. Inoltre per quello che riguarda Carletti, scomparso il 29 settembre 2015, nella sua camera è stato anche trovato un flacone di eparina vuoto.

Un’inchiesta, quella dei carabinieri dei Nas, sintetizzata in buona parte delle sue mille sfaccettature dal pubblico ministero Massimo Mannucci nella memoria consegnata al giudice nella mattinata di venerdì 19 aprile al termine delle ultime repliche.

Un documento di una trentina di pagine nel quale il magistrato ha toccato i vari aspetti della vicenda, a cominciare dal movente: danneggiare il reperto perché la Bonino era in contrasto con l’ambiente. Ecco allora che sarebbe scattato nell’infermiera – siamo nel settembre 2014 – il piano criminale e il desiderio così di screditare anche i colleghi di lavoro iniziando a colpire – ha spiegato il magistrato – con una frequenza sempre maggiore, sfidando anche gli investigatori, fino al settembre dell’anno successivo.

L’indagine iniziata a metà del 2015 dove aver verificato l’alta mortalità nel reperto di rianimazione aveva infatti portato un anno più tardi all’arresto dell’infermiera a cui inizialmente erano stati attribuiti tredici decessi. Nel corso di un’inchiesta che ha diviso tra colpevolisti e innocentisti, alla fine del 2017, sono state anche riesumate le salme di pazienti che si sospettava fossero stati uccisi. Avevano infatti perso la vita a causa di emorragie avvenute in date e a orari compatibili con i turni in reparto della Bonino. Le presenze sono state ricostruite utilizzando i registri di reparto. Inoltre l’accusa ha depositato alcune intercettazioni telefoniche tra la Bonino e le colleghe nel corso delle quali l’indagata si preoccupava dell’evolversi delle indagini e ipotizzava di essersi scordata di alcune attività svolte in reparto.

«Ma io ora – diceva la Bonino nell’ottobre 2015 – voglio tornare a Roma, a chiedergli se... a farmi un elettroencefalogramma, a farmi fare tutto». Il motivo? L’infermiera in passato aveva avuto problemi di epilessia. E si domanda se: «Avrò mica avuto dei momenti in cui non sapevo quello che facevo? Ho cominciato a dubitare di me stessa». E infine: «Io – diceva – me li sogno di notte, non è possibile che tutte queste persone muoiono quando ci sono io». Per la giustizia ora questo è diventato possibile.