«La Normale a Napoli? Mai». Pisa si tiene stretta il marchio

Il palazzo della Normale in piazza dei Cavalieri a Pisa

Il sovranismo leghista del sindaco Conti scuote il mondo accademico: «Niente sede al sud, il direttore Barone vuole farla solo perché è napoletano»

PISA.  Vincenzo Barone, direttore della Normale, non è un normalista. Nel senso che in Piazza dei Cavalieri non ci è cresciuto. Nato ad Ancona, ha fatto tutti gli studi a Napoli, fino alla laurea alla Federico II. La Normale l’ha scalata da docente. Non si è formato con quella che Ilaria Gaspari, ex studentessa della Scuola superiore, definisce nel suo romanzo L’etica dell’acquario, il codice morale con cui ti alleva il collegio, forgiandoti in un «addestramento» alla consapevolezza di far parte di una «indefinibile, inafferrabile eccellenza» ma anche di un «branco», dove «l’ambizione», l’elitarismo e l’isolamento sono una «vocazione mistica».

Quell’isolamento da sempre è ciò che più odiano e inorgoglisce i pisani. Michele Conti, sindaco di Pisa, lo chiama «il brand della città», come se l'ateneo fosse una colonna del marketing cittadino, e giura che «farà di tutto» per difenderlo dall’idea del direttore della Normale, cioè «esportarlo, sfilacciarlo e avvizzirlo aprendo una nuova sede a Napoli» grazie ai 50 milioni stanziati in un emendamento alla manovra già approvato alla Camera. Per sabotare quell’idea ci ha lavorato per due giorni a Roma prima del Lega-day di Piazza del Popolo. Insieme al deputato Edoardo Ziello, il cascinese che l’altro ieri non senza sfrontatezza ha chiesto a Barone di «abbassare le penne», ha lavorato ai fianchi gli “economici” di Matteo Salvini nel tentativo di convincerli a sminare la finanziaria in Senato.

Vincenzo Barone, direttore della Normale


Insomma - è convinto il primo cittadino della Lega - se la «Scuola Normale di Pisa a cui Barone ha cambiato nome chiamandola solo Scuola Normale» gemmasse al sud, «si amplierebbe la platea di studenti che avrebbero accesso all’eccellenza e dunque non sarebbe più un’élite». Di colpo la Normale diventerebbe un ateneo davvero normale e «dunque perderemmo il brand». Per Conti in ballo c’è il marchio della pisanità, minacciata peraltro da uno dei peggiori spettri dei sovranisti: il globalismo. «Non abbiamo un problema col sud - dice Conti - Ci saremmo opposti anche se si fosse trattato di Milano o Venezia.

Anzi, Barone dice di volerla portare dappertutto! Perché? Se disperdessimo un’eccellenza in tanti luoghi poi finirà per essere dominata da uno solo». Eppure è proprio in un’ottica espansionista che Barone orienta i suoi progetti. Dopo la federazione fra Pavia e Sant’Anna, e dopo «lo sbarco della Normale a Firenze e a Napoli», ha scritto il direttore in una lettera qualche giorno fa, «mi prefiggo di dar seguito in tempi brevi all’apertura di una sede a Siena per le discipline biotecnologiche».

Il sindaco Michele Conti


Esatto, il direttore “spurio” immagina una Normale-globale. Del resto la versione “Merdionale”, seppure mai citata nel programma con cui fu eletto, è un chiodo fisso del direttore. Non è una novità. La ripete ad ogni inaugurazione d’anno accademico. Prevede il reclutamento di 30 allievi e 60 dottorandi all’anno. Le pulsioni extra moenia sono dettate dalle necessità di rimanere a galla nella competizione con gli atenei internazionali. «Guardiamo ai dati: negli ultimi stanziamenti europei per la ricerca d’eccellenza solo 13 dei 35 italiani premiati lavorano nel nostro Paese. È un dato inquietante».

Perché accade? Perché i nostri centri di eccellenza sono pochi e piccoli. Per questo è arrivato il «momento di sperimentare in Italia un vero sistema di grandi scuole universitarie». In fondo, la Normale è nata così: nel 1810 dalla Francia venne creata una gemella italiana. «Se è così, allora aumentiamo i posti a Pisa», sbotta il sindaco. «La vuole portare al sud perché è napoletano. Fosse stato veneziano l’avrebbe aperta a Venezia? Il campanilismo non è il mio». «Se salta il progetto mi dimetto», ha detto Barone a Canale 50.

Eppure si son sollevati molti no e pochi sì. Pierdomenico Perata, rettore al Sant’Anna, ha subito chiarito che lui non avrebbe inviato i suoi docenti alla Federico II dove la Normale del sud dovrebbe prendere casa. Sabato s’è chiarito con il collega. Ma anche lui ammette: il «senso di appartenenza è fondamentale per creare prestigio e reputazione, al Sant’Anna sono serviti 20 o 30 anni, sarebbe impensabile costruire un’eccellenza facendo fare i pendolari ai docenti».

Radicamento, identità, tradizione non sono più solo must leghisti. Anche il rettore dell’università statale, Paolo Mancarella, s’è messo di traverso: «Da sempre il nome della Normale viene associato indissolubilmente a quello di Pisa. Non sarà più così». Barone s’è chiuso in silenzio stampa. Riparlerà mercoledì, dopo aver illustrato il piano alla conferenza d’ateneo. Anche lì, nel frattempo, monta la rivolta.