Minacce, prestiti, stampa di soldi falsi: le mani della mafia su Massa e Versilia

La Dda sgomina il clan che strangola gli imprenditori. Un livornese direttore di banca coinvolto negli affari della criminalità

MASSA. Come la camorra, come la ‘ndrangheta. A Massa e nella provincia apuana facevano i boss come erano abituati a fare nelle loro terre d’origine: la Campania e la Calabria. Estorcendo denaro, truffando persone in difficoltà economiche. Minacciando, tentando di mettere le mani sulle attività economiche. Del resto bastava che Massimo Di Stefano, 57 anni, si facesse vedere dalle vittime per incutere loro paura. E quando non bastava farsi vedere i suoi passavano alle maniere forti.

La mafia era in mezzo a noi, probabilmente c’è ancora; anche se la Dda di Genova, coordinata dal sostituto procuratore Federico Manotti (la collega Alessia Iacopini della procura apuana è stata associata per seguire le indagini più da vicino) e il nucleo investigativo dei carabinieri di Massa, guidato dal tenente colonnello Tiziano Marchi, hanno sgominato il clan più feroce, quello che impunemente al telefono se la rideva per le malefatte che combinava.

Sette persone arrestate: 5 in carcere (oltre al boss Massimo Di Stefano, Sergio Romano, Giovanni Formicola, Carmine Romano, Fabrizio Micheli, Nicolas Di Stefano) e 2 ai domiciliari (Nicola Mari e Alessandro Puccetti, già indagato nell’inchiesta sugli assenteisti in Provincia). Ma il clan non finisce qui, perché almeno altri 7 sono stati iscritti nel registro degli indagati, ma rimangono a piede libero: Carla Santorelli, Francesca Mari, Giuseppe Lo Brutto, Federica Pinarelli, Simona Della Rosa, Angelo Romano, Luca Terreni.

Quest’ultimo, livornese di nascita, da direttore della filiale del Monte Paschi di piazza Aranci, a Massa, ha fatto avere dei prestiti a persone che non ne avevano diritto. Ma è vero che da quando la Dda e i Carabinieri indagano – ottobre 2017 – emerge che era minacciato, dopo un periodo in cui era stato colluso con i mafiosi. Sborsando 100mila euro di tasca propria per non finire nei guai. Tutto inutile: Terreni è stato allontanato da Massa e mandato dalla banca in provincia di Pisa.

A capo del sodalizio c’era Romano appartenente alla cosca di Lamezia Terme di Cerra-Giampà-Torcasio, con numerosi precedenti e condanne per associazione mafiosa, omicidio, estorsione. Per lui e per gli altri le accuse vanno dall'estorsione aggravata dal metodo mafioso alla truffa, fino alla spesa di monete false (che stampavano in una tipografia di piazza Liberazione, a Massa, così come dei documenti fittizi per aprire conti correnti).

Le indagini sono partite un anno fa dopo la denuncia di un imprenditore che aveva subito minacce e ricatti dopo che aveva acquistato all'asta l'immobile di una amica del gruppo. Tra le vittime anche un’albergatrice versiliese che aveva la sua struttura a Lido di Camaiore. Era in difficoltà e aveva chiesto un prestito per rilanciarla, dividendo l’hotel dal ristorante. Si è indebitata e ha dovuto chiudere perché non riusciva a fare fronte alle richieste di chi l’aveva raggirata. Per non destare sospetti i 5 finiti in cella (il gip ha scritto che si tratta di soggetti pericolosi e che potrebbero reiterare le loro condotte in ogni momento) avevano messo in piedi una società che avevano chiamato My Way, era quello il grimaldello per catturare la fiducia di chi cadeva nei tentacoli della piovra.

Il giudice delle indagini preliminari nell’ordinanza che ha aperto le porte del carcere scrive che nelle ultime settimane gli indagati «hanno infittito rapporti con due da loro chiamati “i siciliani” sia per riavvicinare il direttore di banca loro vittima e avviare nuove pratiche di finanziamento ad aziende del settore nautico viareggino, sia per offrire un servizio di “protezione” dietro corresponsione di una percentuale sui profitti delle attività dei medesimi». Il pizzo, il passo che probabilmente avrebbe ingigantito il loro giro di affari che già si aggirava sui 500mila euro all’anno.

Anche se il vero business lo facevano a Massa con i prestiti. Chi ci cadeva era spacciato: un imprenditore apuano è stato costretto a versare quasi 7000 euro per ripagare quello che aveva ottenuto. Per convincerlo a dare i soldi il gruppo ha attuato il cosiddetto “cavallo di ritorno”: si è impossessato dello scooter fino alla consegna del denaro. «Si tratta di criminali di spessore», sottolinea il comandante Marchi. Le indagini proseguono perché per gli inquirenti il gruppo potrebbe avere messo in piedi pure un giro di usura.