Emergenza maltempo, la tragedia di Palermo fa riscoprire Livorno più fragile

Due torrenti gemelli: il Milicia, in alto, esondato a Palermo e il Rio Ardenza ai Tre Ponti a Livorno esondato nel settembre del 2017

Urbanizzazione selvaggia, fiumi tra le case. Intervista a Erasmo D’Angelis: «Era tutto scritto ma perdiamo la memoria. Impariamo a salvarci»

LIVORNO. Nove morti a Livorno. Dodici morti a Palermo. Stessa fine a poco più di un anno di distanza gli uni dagli altri. Inghiottiti dall’acqua e da l fango. Sorpresi. A letto, osservando il nubifragio, cantando a una festa. Annegati in casa o trascinati via. Se i loro volti tornassero a noi, come per Pompei, probabilmente ci racconterebbero l’incredulità. L’espressione della fine del mondo, il loro mondo, in un attimo. «Era già tutto scritto ma noi perdiamo la memoria», commenta Erasmo D’Angelis, giornalista del Manifesto e direttore dell’Unità, sottosegretario e l’uomo che Renzi volle alla guida della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico. Oggi da segretario generale dell’Autorità di bacino dell’Italia centrale avverte: «La prima cosa da cambiare, ancor prima delle opere è la nostra cultura: servono la prevenzione e la conoscenza dei fenomeni per sapere come comportarsi e quindi salvarsi».

Viaggio a Casteldaccia, il paese in cui le case abusive restano in piedi



Livorno e Palermo, contesti diversi, storie simili.

«In comune c’è l’urbanizzazione di un territorio fragile. La fascia collinare a ridosso del mare, la presenza di numerosi reticoli idraulici. La Sicilia è una realtà esplosiva: se ne parla da 15 anni in tutti i rapporti della protezione civile con 7. 500 intersezioni tra fiumi, strade e città».

Cosa significa?

«Significa che l’urbanizzazione e la rete stradale sono stratificati sopra i corsi d’acqua e le esondazioni non avvengono in spazi liberi. In Italia il reticolo è il più vasto d’Europa con 243 fiumi a carattere torrentizio che per lunghi periodi dell’anno sono in secca. Anche l’Arno lo sarebbe se non ci fosse la diga di Bilancino. Livorno è simile a Genova, due realtà nate su torrenti interrati».

Per questo le alluvioni sembrano eventi improvvisi? Il fiume c’è ma non si vede.

«Quando accadono queste tragedie sembra sempre la prima volta. La casa dove sono morte quelle famiglie a Palermo era costruita sotto il letto del fiume, a Livorno sotto il livello della strada. Siamo noi che dimentichiamo che l’Italia è un paese fragile, a rischio».

Colpa del clima: è cambiato.

«Non da ora. Eventi come quelli di questi giorni fino agli anni’90 accadevano 1-2 volte ogni 15 anni. Dal 2006 al 2010 quasi 10 ogni anno, dal 2010 sono diventati strutturali. Gli italiani dovrebbero chiedere sicurezza per questi eventi, altro che immigrati».

Qual è la situazione in Toscana?

«Abbiamo il 15% della popolazione coinvolta e oggi norme rigorose: è l’unica regione italiana ad aver vincolato il 14% del territorio e non consente più di costruire intorno ai fiumi e torrenti. Inoltre è una regione in cui si fa manutenzione e c’è un piano di prevenzione. È una regione da imitare».

A partire dal lavoro imponente per la messa in sicurezza dell’Arno, giusto?

«Nel 2022 saranno completati i lavori e l’Arno sarà in sicurezza».

E a Livorno cosa si può fare?.

«Livorno si è sviluppata su un porto, sull’antica foce dell’Arno. A Genova per liberarla dalle alluvioni è in atto un investimento di mezzo miliardo di euro. A Livorno sono state messe in cantiere varie opere ma ancor prima si devono fare due cose: riuscire a prevedere gli eventi insegnando alle persone quale comportamento tenere fin da bambini, a scuola, e fare prevenzione con opere strutturali. In Italia dobbiamo smettere di fare i fatalisti: fare gli scongiuri non serve a evitare le tragedie, servono interventi e una cultura di prevenzione». —