Claudio Borghi, lo sherpa leghista che alza il deficit: «Il debito come fardello per i giovani? Una caga...»

Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, nel suo ufficio a Montecitorio

Il ritratto di Claudio Borghi, l’uomo che fa vacillare il ministro Tria. «Brava persona, ma certi tecnocrati sentono ancora la militanza Pd»

ROMA. Alt, interruzione. L’ennesima. «È l’ora della lezione», dice a un certo punto Claudio Borghi, alzando gli occhi dalla scrivania ingombra di pc, cartelline, documenti, e sollevando dal foglio su cui ci stava illustrando uno «schemino di manovra» la Monblanc da collezione, una Andy Warhol intarsiata d’argento e metallo. Come lezione? «Sì, lezione di bilancio ai nostri deputati in commissione». Niente, non c’è speranza. Sono due ore che stiamo cercando di farci spiegare, anzi svelare, dal responsabile economico della Lega se i gialloverdi di finanziaria feriranno o periranno, insomma chi stia vincendo la battaglia del deficit fra i dioscuri del governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e il ministro dell’economia Giovanni Tria.

E lui, il guru anti-euro, l’uomo con cui la Toscana scoprì il sovranismo alle regionali del 2015 (Borghi si candidò come l’anti-Rossi portando la Lega al 18%) dovrebbe saperlo. Anzi lo sa. Parecchie ore fa, alle 7, era di nuovo riunito in un vertice con il team degli “economici” leghisti. Giorgetti, Siri, Garavaglia e, ovvio, lui e il capo. Una «riunioncina», dice, «che voi deducete sia stata con Salvini». Borghi sbuffa, scrolla le spalle quasi dismettendo qualsiasi infingimento, e sorride sornione. Sì, c’è stata, e proprio per mettere a punto la strategia per fiaccare il ministro sul Def, il documento con cui dovrà dare un anticipo della legge di stabilità, quello per cui ieri è sembrato fossimo a un passo dalla prima crisi di governo. Il santo Graal della tenuta dei conti pubblici.

Ecco, Borghi c’era quasi. Ci stava spiegando, ma niente. Nella stanza al quarto piano di Montecitorio, vista sull’obelisco, marmi stucchi e tavolini dorati, sono comparsi i deputati della commissione bilancio. Quella che il 48enne milanese da anni trapiantato a Siena presiede. «La commissione? Vale più di un sottosegretariato, la pallina del Mef deve rimbalzare nel mio campo. Si decide qui il destino della legge di bilancio», ama ripetere uno degli “scartati” da Mattarella per la poltrona di ministro.

La stilografica di Borghi, una Monblanc da collezione

All’improvviso la lezione sfuma. E allora si riaccende la brama di manovra. Invece: drin. «Presidente, gli ospiti che attendeva», annuncia Lucrezia De Paulis, 25 enne viareggina, e assistente del deputato. Va avanti così da ore: telefonate, richieste di interviste, documenti da vagliare, il pensiero economico da twittare, lobbisti da incontrare. C’è chi cerca un appuntamento, chi invia proposte di legge, chi perora una causa. Spesso la propria. Arriva il commissario italiano Expo («Figa, è venuto a ricordarmi di prevedere le coperture per il padiglione Italia a Dubai 2020»), poi sbuca una delegazione di Google Italia («Vedi, le cose non sono mai come sembrano: tu pensi di far pagare più tasse a loro, poi scopri che potresti incasinare le aziende che fanno pubblicità»).

Ma alla fine eccoci, Claudio Borghi Aquilini, un passato da fattorino in Borsa, da consulente per Deutsche Bank e Merrill Lynch e da prof a contratto alla Cattolica, nome ducale e un eloquio parecchio informale, dice che «tutto il mondo è in deficit» e che «il debito non impoverisce lo Stato perché il debito non verrà mai ripagato. E se c’è un modo per ridurre la forbice fra debito e Pil è quella di rimettere soldi in tasca ai cittadini. Non vogliamo fare nulla di più di ciò che sta facendo la Francia, che sfora il 3%». E «se il debito fosse davvero sta cagata del fardello per le giovani generazioni, allora nessuno dovrebbe più andarsene dalla Nigeria, dove hanno il debito al 15%. Davanti ai barconi, l’Italia dovrebbe piazzare il cartello “attenzione, debito pubblico, stai venendo via dal paradiso”».

Gli appunti in cui scrive del deficit al 2,5%

Insomma, Borghi non lo dice, ma si capisce: potesse terremoterebbe Tria. «No, lui è una brava persona, spero che resti, ma certi tecnocrati che sentono ancora la militanza piddina io li cambierei». Ma ammette: «Sarebbe uno strappo se il ministro non riconoscesse che c’è una maggioranza di governo. Noi e i Cinquestelle siamo d’accordo sulle cose. E se non c’è più fiducia…». Tria via. Il sentiero del titolare del Mef è sempre più stretto. La giornata, del resto, scorre convulsamente, costellata di voci sulle dimissioni del ministro ormai alle corde. Costretto alla fine ad alzare l’asticella ben oltre la cintura di sicurezza dell’1,6%. «Guarda, te lo spiego», riprende Borghi lo schemino. Sulla carta intestata ballano i miliardi. «Ogni punto di deficit vale 18 miliardi di debito. Ma se ci fermassimo all’1,7 l’Italia non cambierebbe di una virgola. Ci limiteremmo a disinnescare l’aumento dell’Iva, il regalo del Pd. Omeopatia. Dove vogliamo arrivare? Al 2,5%», traccia sicuro il numerino. È la linea con cui gli “economici” avrebbero convinto Salvini ad alzare la voce. Sopra il 2,4, che secondo gli analisti basta a far scoppiare l’apocalisse economica.

«Presidente, fra poco ha il volo per Milano», sussurra alla porta Lucrezia, rompendo con discrezione l’atmosfera un po’ fanciullesca e fatalista con cui il twitter economist illustra le sue teorie sul foglietto. Borghi deve ripartire. Sono le 16, alle 20 deve essere a Genova. «Vado alla festa della Lega. Dormo pochissimo, sì, ma il mio pisolinificio sono i trasferimenti. Del resto, l’ho conosciuto così Salvini. Era il 2013. Aveva letto i miei editoriali». «Scrivevo boiate», ha twittato una volta. Ora giura: «Mi chiamò all’una di notte. “Disturbo?”. No, mica mi disturbò. Tanto non dormo mai io. Il giorno dopo gli raccontai le mie idee. Conservo ancora il tweet: “Matteo Salvini ha inghiottito la pillola rossa”. Lo avevo fatto uscire da Matrix, liberato dal sistema».

Borghi alla finestra del suo ufficio che si affaccia su piazza Montecitorio