Tolti alle mafie 450 beni ma utilizzati solo 18

Lo Stato sequestra aziende e immobili, ma riassegna poco e male

PISA. A Pisa l’edicola anti-mafia di Borgo Stretto ha chiuso a febbraio. E ora, l’associazione Libera, fondata nel 1995 da Luigi Ciotti per sollecitare l’opinione pubblica alla lotta contro le mafie, vorrebbe che il Comune l’acquistasse. E trovasse, poi, un nuovo gestore. Il fallimento del ritorno alla legalità di un’attività commerciale confiscata alla criminalità organizzata e restituita alla legalità. Ma non è un caso isolato. Su 450 immobili confiscati in tutta la Toscana, solo 18 sono stati riassegnati e vengono utilizzati. Gli altri “deperiscono” in attesa di nuovi proprietari e gestori. Il caso di Pisa, è appunto, emblematico. Soprattutto perché fino a poco tempo fa veniva portato ad esempio come recupero di un’impresa sottratta alle mafie.

L’EDICOLA DI PISA


È il giugno del 2014 quando il primo bene confiscato alla mafia in città viene riconvertito in progetto sociale. Fino al 2012 il chiosco è gestito da Eros Gennarino, figlio del boss messinese Orlando Galati Giordano. Poi padre e figlio vengono arrestati insieme all’ex-poliziotto Massimo Bucchi per spaccio di droga nella provincia pisana. L’edicola viene confiscata e data in gestione alla cooperativa sociale di tipo B Axis. Ma sono troppo onerose le spese del personale, troppo pesanti i costi da sostenere per mandare avanti l’attività. L’edicola anti-mafia è costretta a chiudere.

Ed è una doppia sconfitta per la cooperativa: fallisce il ritorno alla legalità dell’attività commerciale e fallisce il reinserimento nel mondo del lavoro delle persone in difficoltà economica, prima mission della cooperativa. Ma Libera Toscana, la sezione regionale dell’associazione contro le mafie fondata da don Ciotti, non molla la presa. Aspetta la conferenza dei servizi del 25 maggio quando Regione e Comuni faranno il punto sul riaffidamento dei beni confiscati in Prefettura a Firenze. Il coordinatore regionale don Andrea Bigalli ha le idee chiare: «Chiederemo al Comune di acquisire l’edicola e riaffidarla a un altro progetto sociale». Anche se il momento non è certo dei migliori: la città è in piena campagna elettorale e il 10 giugno si vota per rinnovare sindaco e consiglio comunale.

LO STATO NON RIUTILIZZA I BENI L’edicola di Pisa non è un caso isolato in Toscana. Anzi. Non è neppure uno dei più sfortunati visto che quasi tutti i beni confiscati non riescono nemmeno ad essere riutilizzati. Il quadro è desolante. Parlano i numeri. Sono 450 gli immobili confiscati alle mafie, solo 18 quelli riutilizzati. Sono 47 le aziende confiscate, solo due quelle assegnate, mentre il dato sul riutilizzo è ignoto. Ma il risultato è evidente e suona alla voce: totale fallimento.

Lo Stato confisca i beni alla criminalità organizzata, poi non sa riportarli a nuova vita. Pochi mezzi e pochi soldi. Questo l’atto di accusa di Giuseppe Caruso, ex direttore dell’Agenzia dei beni confiscati.

I MOTIVI DEL FALLIMENTO

È con l’avvocato Giovanni Pagano, referente toscano di Libera per i beni confiscati, che proviamo a mettere in fila i motivi del fallimento. «Le procedure burocratiche per riutilizzare i beni sono lentissime. Un esempio? La villa di via Civitali a Forte dei Marmi è stata confiscata nel 1996, trasferita al Comune nel 2003, oggi sono ancora a parlare di come riutilizzarla», dice Pagano.

Clamoroso il caso di Suvignano a Monteroni d’Arbia. Sequestrata nel 1996 all’imprenditore edile Vincenzo Piazza, appartenente a Cosa Nostra e legato ai boss mafiosi Bernardo Provenzano e Totò Riina. Siamo al 2018 e deve essere ancora riconsegnata alla collettività. «Ma entro pochi mesi potremmo avere delle belle sorprese», dice l’assessore regionale Vittorio Bugli. Altro ostacolo: i tre gradi di giudizio in tribunale. «Scattano inevitabilmente perché lo Stato deve indagare sulla provenienza illecita di questi beni». Coi tempi lunghissimi della giustizia italiana. Ma c’è anche il problema degli amministratori giudiziari. «Non hanno le competenze per seguire il percorso di riaffidamento», dice Pagano.

Altro capitolo: le pubbliche amministrazioni. «Non hanno una struttura adeguata per rispondere al riutilizzo dei beni», accusa l’avvocato. Fino al capitolo banche. «Faticano a concedere il credito alle cooperative che hanno in gestione il bene». E pare che le banche chiudano i fidi alle imprese in odore di mafia quando stanno per essere bloccate dalla magistratura. Come se lo sapessero prima. È quanto adombra un rapporto di Bankitalia del 2013. Ma don Andrea Bigalli non ha peli sulla lingua: «Di fatto manca la volontà politica». Da oggi al 26 maggio Libera farà un tour sui beni confiscati alle mafie. Tappa finale: via dei Georgofili a Firenze. A 25 anni dalla strage voluta da Totò Riina.