L'omicidio di Piombino: il vigilante gli ha sparato per un telefonino

Vigilante di Venturina confessa. Ha provato a estrarre i proiettili dal corpo, poi gli ha dato fuoco

LIVORNO. Quattro ore nell’abisso della mente umana. Dalla mezzanotte di lunedì alle quattro del mattino. In quell’appartamento di via Ferrer a Piombino, trasformato in un set horror, l’assassino aveva ucciso con pistola e silenziatore. Poi aveva usato un coltello infierendo sul corpo alla ricerca delle ogive mancanti. E si era messo a cercare un telefonino, il motivo che aveva innescato quella lucida follia. Una volta trovato il telefonino, aveva cercato di depistare le indagini incatenando la vittima al letto, mettendo due monetine sugli occhi del cadavere e fuggendo dopo aver dato alle fiamme l’appartamento.

Quattro ore di inferno. E quattro giorni di caccia al killer. Poi la cattura, la confessione, il carcere. Marco Longo, guardia giurata di 33 anni, due figli, siciliano da tempo residente a Venturina, da venerdì sera è in carcere in stato di fermo per omicidio. La convalida è una formalità, il giovane ha confessato tutto. Ha ammesso di essere stato lui a uccidere il tunisino Fadhel Hamdi, 32 anni, suo amico nonché fornitore di droga. Ex fornitore, ha voluto specificare Longo durante l’interrogatorio: «Quando Fadhel fu condannato io misi la testa a posto. Poi, una volta uscito dal carcere, Fadhel mi aveva ricercato ma io non volevo saperne». Questa la sua versione riferita ieri mattina a Livorno, dove il procuratore capo Ettore Squillace Greco e il sostituto Fiorenza Marrara, circondati da carabinieri e polizia, hanno convocato una conferenza stampa. Per Greco «la sua versione è sufficientemente riscontrata. Il caso non è chiuso, nel senso che le indagini proseguono. Ma Longo era da solo al momento dell’omicidio». Ieri intanto sono cominciati gli esami autoptici veri e propri mentre a Paride Minervini, luminare della balistica, è stato conferito l’incarico di una consulenza tecnica.


Ricostruiamo dunque questa vicenda alla luce degli ultimi clamorosi sviluppi.

IL TELEFONINO. Domenica sera i due amici discutono per una questione di soldi. Longo deve dare ad Hamdi cinque-seicento euro per un telefonino che il tunisino gli aveva venduto. Secondo gli investigatori c’è altro dietro, c’è anche la droga. Ma limitiamoci alle dichiarazioni rese da Longo. I due si vedono ancora la mattina di lunedì 20. Ed è qui che, in qualche modo, Hamdi si riprende il telefono. Scoppia una nuova lite, furibonda.

LA SPEDIZIONE. La sera, Longo parte da Venturina dalla propria casa di via Dante Alighieri. Non dice nulla alla compagna. Si dirige a Piombino, a casa di Hamdi, con una pistola (una Beretta calibro 7. 65) alla quale ha applicato un silenziatore artigianale. Longo possiede armi per lavoro, essendo guardia giurata, ma è anche un appassionato. E nel tempo libero si diletta col softair, la guerra finta con armi finte. Quella che impugna è vera. Non solo: avrebbe modificato anche alcuni proiettili per aumentarne l’efficacia. Al magistrato, dirà di essere andato con la pistola «perché Fadhel aveva sempre un coltello».

IL MASSACRO. È mezzanotte quando arriva al 74 di via Ferrer. Hamdi gli apre, Longo sale al secondo piano. Forse uno punta la pistola e l’altro estrae il coltello. Non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che Longo spara tre colpi. I primi due al torace e il terzo, mortale, alla testa. Quindi si mette a cercare il cellulare che si era ripreso l’amico. Perquisisce tutta la casa, lo trova e se lo mette in tasca. E qui comincia la parte terribile. Longo vuole eliminare ogni traccia e si concentra subito sulle munizioni. Raccoglie i tre bossoli e recupera un’ogiva, quella uscita dalla testa della vittima. Le altre due sono state trattenute dal corpo. Per estrarle, prova a usare il coltello. Ma non ci riesce. Intanto il tempo passa e la paura di essere scoperto aumenta. I vicini non hanno sentito nulla, ma non si sa mai. Così ecco la messinscena: lega il braccio sinistro di Hamdi alla testata del letto. Poi gli mette due monete sugli occhi (per la pm Marrara «Longo dice di non spiegarsi perché ma si ricorda che erano due monete da 20 centesimi e questo solo lui poteva saperlo») e, prima di uscire, dà fuoco al materasso. Lascia anche un cellulare, quello di Hamdi, sul corpo della vittima. Che brucia insieme a tutto il resto. Sono le quattro quando Longo scompare. Un vicino sostiene di aver sentito uscire qualcuno dal portone del palazzo tra le 4 e le 5.

LE INDAGINI. Alle 6,40 di martedì 21 i vigili del fuoco chiamati per l’incendio scoprono il corpo. E cominciano le indagini di polizia e carabinieri. Indagini condotte davvero in sinergia, come hanno sottolineato tutti ieri mattina. Senza microspie, alla vecchia maniera, con qualche tabulato telefonico ma con tanta “intelligence”. E con decine di persone sentite. Non si esclude alcuna pista ma ci si concentra sul giro degli stupefacenti. Hamdi aveva una condanna per spaccio. Longo, come ammette lui stesso, aveva fatto uso di droga in passato. Era rimasto coinvolto anche nel caso di un cameriere morto per overdose di eroina nel 2011, a Venturina. «Ma a carico di Longo – ha detto ieri Greco – c’è solo un precedente per guida in stato di ebbrezza». Il suo nome in ogni caso è tra quelli presi in esame dagli investigatori. La frequentazione fra lui e Hamdi è nota, tra l’altro in un paio di occasioni sono stati fermati dai carabinieri ai posti di controllo. Anche su Facebook, i due amici si scambiavano battute.

LA RIVELAZIONE AI VICINI. Giovedì è un giorno chiave. A Pisa il medico legale esegue una Tac e un esame esterno. Il corpo è carbonizzato ma “parla” lo stesso: ci sono le tracce di tre proiettili e molte ferite da taglio intorno a due fori. La sera, Longo va a fare una confessione da alcuni amici e vicini di casa. Racconta tutto, dice di non poter vivere con questo peso. E porta anche una scatola di munizioni chiedendo di nasconderle da loro. Gli amici passano una notte in bianco e, la mattina, vanno dai carabinieri.

LA CATTURA. È venerdì. Longo viene pedinato. Si teme che giri armato e quindi si attende il momento giusto, che arriva alle 19 quando lui si reca in un centro estetico. Polizia e carabinieri lo prendono e lo portano davanti al magistrato. Dove lui, alla presenza di un avvocato, confessa.