A schermo... piatto. Fotografare il cibo ormai è un’ossessione

Alcune delle innumerevoli foto di cibo postate ogni giorno sui social network

Postare sui social quello che si mangia soddisfa il bisogno di essere accettati. Psicologi e chef spiegano cosa c’è dietro a quegli scatti che invadono il web

Si inizia con la prima colazione. Foto del cappuccino e brioche, o della fetta di pane, burro e marmellata accanto alla tazza di caffè, oppure della ciotola di cereali, yogurt e frutta fresca. Si riprende all’ora di pranzo con lo scatto del panino, di quanto offre la mensa o dei piatti preparati in casa. Poi c’è l’aperitivo e la cena, che se per caso porta in un ristorante offre molti più spunti per foto.

E l’«aspetta, non mangiare, prima lo fotografo», riguarda anche i piatti messi davanti agli altri, non solo a se stessi. Prima si fotografa, poi si mangia. Il più delle volte freddo. Con l’avvento di smartphone e tablet la fotografia di quanto si sta per mettere in bocca è diventata uno dei principali interessi degli italiani, «lo sport nazionale», come dice Cristiano Tomei, il vulcanico chef del ristorante L’Imbuto di Lucca. Un interesse cui quasi nessuno riesce a sottrarsi, vista la quantità incommensurabile di immagini di cibo che quotidianamente vengono condivise sui canali social, Instagram e Facebook soprattutto, ma anche su Twitter, e il proliferare quasi ossessivo in rete di hashtag come #foodporn e #foodorgasm.

Perché il fenomeno della fotografia di quanto si mangia è legato a doppio filo proprio all’esistenza dei canali social. Il loro potere è indiscutibile, e sempre più persone sentono la necessità di condividere l’immagine di quanto hanno nel piatto per ottenere un like. «È la stessa cosa che accade per quanto riguarda le vacanze» dice Francesca Ungaro, psicologa clinica, ora dedicata alla comunicazione sul web, «si postano le foto dei luoghi in cui si trascorrono le ferie ancor prima di averli esplorati. La riuscita della vacanza ormai dipende dalla connessione offerta dal posto in cui ci si trova. Per quanto riguarda il cibo non è per una sorta di narcisimo, ma perché c’è la paura di rimanere da soli a contatto con le proprie emozioni, il che è sempre molto impegnativo. Quindi si emula la moda del momento a discapito della propria autenticità. Non emulare il gruppo comporta il rischio di essere tagliati fuori, il rimanere soli, e questo fa paura. Dimostrare agli altri quello che si sta per mangiare è una ricerca di approvazione e di visibilità prima ancora di vivere le emozioni interiormente».

Rincara la dose Riccardo Scandellari, grande esperto di social media, blogger e autore di libri sul personal branding e il marketing digitale: «Il cibo non è solo uno dei piaceri della nostra vita, rappresenta anche il nostro modo di essere, lo stile e lo status sociale. Quindi racconta molto di noi. Sui social network esiste il problema della creazione dei contenuti: siamo rilevanti se raccontiamo qualcosa. Chi non ha le capacità per creare test articolati i o video interessanti ripiega sulla cosa che costa minore sforzo intellettuale: fotografare se stesso e fotografare quello che lo circonda. Lo storytelling di noi stessi è una pratica che soddisfa l’ego e ci differenzia dalla massa. Il cibo è un ottimo contenuto che aggrega e stimola like e commenti, un cibo per l’ego prima che per il corpo».

Se in casa, al bar o in mensa, il fatto di ritardare il consumo per una foto riguarda solo il fotografo improvvisato che tra scattare, postare e condividere si ritrova a mangiare tutto freddo, quando si arriva al ristorante c’è di mezzo anche il lavoro degli chef e del personale. Che non sempre vedono di buon occhio la cosa, a meno che non si tratti di locali come i Dirty Bones a Londra che mettono a disposizione dei clienti un “Foodie Instagram Pack” che comprende luce a led, lenti grandangolo e bastone da selfie a treppiedi. «Godersi appieno il cibo – è ancora Cristiano Tomei a parlare – significa approcciarlo liberamente, senza dover sottostare al rito di foto e condivisioni. Su sette portate che si mangiano ci può stare una foto, ma essere ossessionati è da fuori di testa». E aggiunge: «Il più delle volte fanno delle foto orripilanti, noi ci mettiamo tanta volontà a preparare certi piatti e i clienti scattano e pubblicano foto che li fanno sembrare orribili».