La vergogna delle botte tra genitori alla partita dei figli

Immaginiamo cosa potrebbero dire i ragazzini che hanno dovuto interrompere il match per il comportamento indecoroso di chi dovrebbe dar loro l'esempio: "Giochiamo sognando, ci avete sconfitti"

Pietrasanta, la rissa tra genitori sugli spalti della partita dei ragazzini: sette Daspo

Io sono un ragazzino di tredici anni. Gioco, perché mi piace il suono della mia scarpetta quando incoccia la palla dura e piena. Gioco, perché è bello fare gol ma è ancora più bello sentirmi parte di qualcosa, respirare l’odore dello spogliatoio, portare a casa un ammasso di maglie e pantaloncini fangosi, tanto mamma la settimana prossima me li farà trovare puliti. Gioco e sogno: perché non costa nulla, perché uno su mille ce la fa ad arrampicarsi lassù.

Io sono un ragazzino di tredici anni e come i miei compagni, ogni sabato e ogni domenica, metto da parte per due ore libri, quaderni e videogame e corro a giocare. La mia squadra può chiamarsi Pietrasanta o Atletico Carrara, poco importa. Questo campetto fangoso, sconnesso e sbertucciato dall’inverno a noi sembra il Nou Camp o lo Juventus Stadium: è il contenitore dei nostri sogni.

Ma l’altro giorno non ho più avuto voglia di sognare, d’improvviso la luce dentro di me si è spenta, con un maledetto clic. Ho visto i miei genitori, i genitori dei miei compagni, presenze continue, rassicuranti, pioggia o sole, vento o grandine, quelli verso cui giriamo la testa e gli occhi quando vogliamo essere gratificati per una bella giocata o consolati dopo un errore, trasformarsi in qualcosa che guardavamo senza capire.

D’un tratto l’arbitro ci ha detto basta ragazzi, fermatevi, il gioco è finito. I nostri allenatori avrebbero potuto (dovuto?) trascinarci negli spogliatoi, risparmiarci quello che stava accadendo sulla tribunetta. Spintoni, calci, pugni, persone trascinate a terra e immobilizzate come in un film americano. Poi la calma che tornava a stento, e subito dopo un altro focolaio, un altro scontro, altri pugni, parolacce che noi, fermi vicino alla rete di recinzione, straniti, impotenti non potevamo non sentire.

Solo uno di noi si è avvicinato, ha detto qualcosa perché stavano aggredendo suo padre. E una sola voce, una, di una mamma o di una nonna, non so, che gridava «fermatevi, ora basta, ci sono i ragazzini che vi guardano». Già, noi, i ragazzini, quelli a cui dedicare due ore del vostro tempo, il tempo dei grandi, che durante la settimana non potete e non sapete regalarci. Queste due ore, il tempo di una partita di calcio e di una doccia, che magari noi aspettiamo per sette giorni per farvi vedere quanto siamo migliorati, che abbiamo imparato a calciare bene una punizione, ad arrivare in area con un calcio d’angolo, a volare da un palo all’altro per una parata.

Noi giochiamo per voi, e solo per voi. Qui, su questi campetti della provincia, non ci sono televisioni a pagamento, dirette radio o web, interviste. Qui ci siamo solo noi che giochiamo, l’arbitro, due dirigenti che fanno i segnalinee e voi che ci guardate, che investite cinque euro per il biglietto e un pò di tempo per noi. L’altro pomeriggio, in quel maledetto, plumbeo pomeriggio d’inverno, non ci avete guardato mai, avete solo offeso, picchiato, gridato davanti ai nostri occhi. Ci avete spiegato, voi che dovete insegnarci la vita, cosa non dev’essere il calcio e lo sport. Poi ci hanno detto di sette Daspo, una parola strana che significa il divieto di entrata nei campi sportivi, di denunce penali, di squalifiche in arrivo. Francamente, di questo non ci importa molto.

Mamma dovrà tornare a prepararci la borsa e noi a giocare, con negli occhi e nella mente papà e mamme che si spintonano, si offendono e si picchiano, nessuno ha ancora capito per cosa. Poco ci importerà, adesso, dei risultati sul campo: ora ci sentiamo come se, la partita più importante, noi l’avessimo già perduta.