Referendum, il popolo ha parlato e ora va ascoltato - L'editoriale

Matteo Renzi e la moglie dopo il discorso in cui il premier ha annunciato le dimissioni

Il voto manda a dire che questa classe dirigente non ha il consenso e l’autorevolezza per mettere mano alla legge fondamentale, regolatrice della vita della nostra sgangherata Repubblica

Il plebiscito c'è stato. Ma in senso uguale e contrario a quel che Matteo Renzi s'aspettava. Il No vince, senza se e senza ma, legittimato da una partecipazione popolare degna delle grandi occasioni politiche. Dopo mesi e mesi di campagna elettorale incarognita e demagogica, l'ampia affluenza alle urne certifica uno stato di salute della nostra democrazia meno sfibrata e indebolita di quanto appaia. Niente affatto ammutolita e inerte. Nella piena sovranità gli elettori hanno difeso la vecchia Costituzione; chi per sincero convincimento nei valori della Carta del 1948, chi per diffidenza verso il nuovo confuso testo, chi per cinico calcolo politico. E spesso i differenti motivi si sono mescolati e sovrapposti fino a convergere nel risultato inappellabile. Il voto manda a dire che questa classe dirigente non ha il consenso e l’autorevolezza per mettere mano alla legge fondamentale, regolatrice della vita della nostra sgangherata Repubblica.

Matteo Renzi paga l’azzardo di aver personalizzato lo scontro referendario. Ha speso tutto se stesso, in un corpo a corpo contro tutti. Ha fallito. Non ha tenuto unito il suo partito, ridotto ormai sull’urlo di una crisi di nervi e di identità. Non ha sfondato nell’elettorato di centrodestra, tutt’altro che orfano della litigiosa coppia di fatto Berlusconi-Salvini. Non ha convinto neppure quei segmenti della galassia grillina che pure ha cercato di intercettare con un approccio smaccatamente populista nel corso di tutta la campagna elettorale. Né è riuscito a resuscitare la "maggioranza silenziosa", quell’Italia profonda e poco ideologizzata che fece la fortuna, in fase diverse della nostra storia, prima della Dc e poi di Berlusconi.

Le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica sono l’inevitabile conseguenza della personalizzazione. Volevo ridurre il numero dei parlamentari, l’unica poltrona che salta è la mia, ha detto Renzi poco dopo la mezzanotte. Se ci saranno o meno elezioni anticipate, la decisione è affidata all’equilibrio di Sergio Mattarella. Tuttavia il premier - già ex - ha dimostrato se non di governare bene, almeno di saper amministrare al meglio le sconfitte. Il tono, il linguaggio, gli argomenti usati nel commentare il deludente risultato lasciano presagire un Renzi che non pensa di sparire dalla scena politica. «Io ho perso, sono diverso, credo nella democrazia», le motivazioni con cui rinuncia alla guida del governo. E in questa sua mossa c’è tutta la malizia politica di scaricare sui vincitori "gli oneri e gli onori", come ha detto, di varare una nuova legge elettorale per la Camera ma innanzitutto per il Senato, al momento privo di una norma regolatrice visto che nelle intenzioni dei riformatori non doveva essere più votato dai cittadini.

Il fronte del No ha mescolato le casacche delle appartenenze. Ha vinto in modo netto senza avere omogeneità politica. Ha avuto la forza di mobilitare milioni di elettori per bocciare la riforma; una ipotesi di Costituzione apparsa cucita su misura affinché Renzi la potesse indossare per perfezionare quel "governo personale" inaugurato quasi tre anni fa. Non ha tuttavia una base parlamentare omogenea in grado di esprimere un’alternativa per Palazzo Chigi. Elezioni anticipate dunque? Già, ma con quale legge elettorale per il Senato? Le paure esagerate agitate da entrambi gli schieramenti non hanno fatto breccia tra gli elettori. La palla torna al Parlamento. Se c’è una nuova maggioranza, batta un colpo. Il popolo ha parlato. Questa classe dirigente saprà interpretarlo?